mercoledì 14 dicembre 2022

POST 100 – I “MY DEARS” E I “MY LOVES”

Gli amici buoni ed i parenti. I miei quattro amori: Rossella, Giovanni, Lucia e Samuele. Ci ameremo per sempre, anche dopo di noi.


A costo di apparire intimistico, confesso che le amicizie e gli affetti sono stati cibo e balsamo dei miei ultimi anni di vita. Mi interesso del mondo e pertanto i drammi di gruppi, popoli, persone fanno parte dello zaino che mi porto sulle spalle, insieme alle tante cose belle che pur ci sono, ma che fanno meno rumore. Però gli amici, i parenti e la famiglia abitano dentro di me, non sono nello zaino.

• AMICIZIE antiche e nuove hanno allietato la mia esistenza e lo fanno tutt’ora. Qualche amico s’è perso e qualche altro un po’ raffreddato, ma nel bilancio dei 60 anni la voce amicizia è ben dotata. Amici d’infanzia e dell’età più matura, della scuola, incontrati in azione cattolica, durante il militare e nella vita politica, in provincia, nel lavoro, nella malattia. Non li cito ma li ho tutti in mente, nel cuore e nelle preghiere.

Gli amici possono essere scelti, i PARENTI no. Quelli che hai ti tieni. Eppure, nel multiforme e multicolore novero dei parenti miei e di quelli ereditati da Rossella ci sono tante belle persone: pitiglianesi, romani, pavonesi, mancianesi, capalbiesi, grossetani, recanatesi, canadesi. Con qualcuno ci si sente e ci si vede più spesso, con altri un po’ meno. Un tempo, anche con i più lontani, ci inviavamo gli sbrilluccicanti bigliettini natalizi e pasquali. Ora con Fb siamo continuamente in contatto e sappiamo tutto, o quasi, gli uni degli altri. Li penso di frequente e chiedo al Signore che li protegga.


• Della FAMIGLIA ho già un po’ detto, ma sento il desiderio di parlarne ancora. Facendo due precisazioni. 

Prima precisazione. La nostra è una famiglia ordinaria con le soddisfazioni e le problematiche di tutte le famiglie, con i giorni sì e quelli no, le proprie forze e le debolezze. Dico questo perché, di tanto in tanto, fa capolino in alcune persone che circolano nei nostri ambiti (animate dallo spirito di Caino, direbbe il Papa), la chiacchiera della “famiglia mulino bianco”. Ebbene, quella non siamo noi. Primo perché non desideriamo apparire, secondo perché come siamo fuori siamo anche dentro casa.

Seconda precisazione. Le scelte familiari, le priorità valoriali, le opzioni concrete, il linguaggio non verbale della testimonianza, hanno il loro peso nella personalità dei figli. Se i genitori vivono di apparenza i figli faranno lo stesso, se danno più peso alle cose materiali che ad altro i figli faranno lo stesso, se giudicano e chiacchierano degli altri i figli faranno come loro, se i genitori non stanno mai davanti a un libro e in casa non circola neppure una rivista che non sia di gossip i figli matureranno poco il desiderio della lettura e dell’approfondimento. Vivranno come esseri poco pensanti. Naturalmente ci sono le eccezioni e, talvolta, proprio la carenza di certi stimoli può sviluppare nel figlio il desiderio contrario, oppure vi sono genitori che danno tanti stimoli ai figli e questi se ne fregano proprio. Ma sono, appunto, eccezioni. E al fondo sta la individuale personalità di ogni singolo figlio che lo fa diventare quello che vuole essere nel bene e nel male, sotto la sua personale responsabilità. 

Però, non ho mai creduto all’io astratto, ho sempre invece pensato che “io” sono “io più le circostanze”. Chi di noi non si è mai domandato cosa sarebbe stato se fosse nato in Siria, nello Yemen, a Gaza. Sicuramente non sarebbe stato lo stesso, non avrebbe incontrato la stessa donna o lo stesso uomo, pertanto non avrebbe avuto gli stessi figli. 

Magari sarebbe stato un guerrigliero o una delle tante mogli, avrebbe praticato un’altra religione e avuto ben altre idee politiche o etiche. Le circostanze, dunque, contano eccome. E anche la famiglia è parte di queste circostanze. 


Precisato questo, voglio dire che sono proprio felice di vivere con Rossella, Giovanni, Lucia e Samuele. Posso anche aggiungere che in questi ultimi anni ho vissuto e partecipato più intensamente alla crescita dei MIEI TRE FIGLI. (questo post è datato 2016)

Giovanni è diventato un uomo sottoponendosi anche ad un serio tirocinio di studio: laureato prima in Studi europei, poi in Relazioni internazionali e Studi europei a Firenze, ora sta terminando un Dottorato di ricerca in Studi politici presso l’Università degli studi di Milano. Lucia è una donna che ad ottobre 2015 ha ottenuto la laurea in Medicina e chirurgia a Perugia ed ora sta frequentando il primo anno di specializzazione in Neurologia. Samuele ha 16 anni e mezzo e frequenta il Liceo scientifico di Manciano con buon profitto. 

Non ho citato i titoli accademici perché non sono gli strumenti con cui valuto le persone e tanto meno i miei figli. Un buon idraulico e un capace meccanico magari si realizzano meglio nella vita e guadagnano di più. Il marito di una mia nipote è tra i più bravi parrucchieri di Roma e di tanto in tanto sforna modelli di oggetti che poi brevetta, ultimo uno strumento per pittori. Un mio cugino faceva il carpentiere ed era una forza della natura. Il figlio di un cugino di Rossella è un bravissimo grafico e una sua nipote ha spiccate attitudini motorie. La mia mamma – uno dei primi esempi di donna imprenditrice – con la quinta elementare ha messo in piedi un’impresa di maglieria facendo lavorare diverse giovani e meno giovani pitiglianesi. Sono un convinto sostenitore della teoria delle intelligenze/attitudini multiple di H. Gardner, pertanto ciascuna persona è talentuosa. Diremmo nel nostro linguaggio: ciascuno ha ricevuto dal Signore in dono dei talenti, spetta a lui/lei metterli a frutto o sotterrarli. Ecco, il punto è questo: non quali talenti ha ciascuno di noi, ma se li valorizziamo oppure li trascuriamo. La valorizzazione richiede impegno, dedizione, fatica. Poi, che uno sia più intellettuale e un altro più manuale, che uno sia artista e un altro matematico, che abbia un’intelligenza linguistica o musicale, tecnologica o emotiva, conta solo per evidenziare l’arcobaleno delle diversità e sopperire alle molteplici necessità della vita. Pensate come sarebbe brutto se tutti sapessimo fare solo la stessa cosa e… che noia.

Ho parlato degli studi proprio per dare atto dell’impegno e della fatica che Giovanni, Lucia e Samuele hanno messo e stanno mettendo nel valorizzare le loro attitudini.

Poi, hanno anche un bel caratterino e sono molto ostinati, ma sono un esempio per me. Impegnati in campo sociale ed ecclesiale, Giovanni e Lucia sono andati entrambi in Burkina con don Lido e altri amici, hanno partecipato a svariate GMG (all’ultima di Cracovia c’è andato pure Samuele), hanno offerto il loro servizio in azione cattolica diocesana. Attualmente Giovanni mi sembra che si stia organizzando, insieme ad un gruppo piuttosto vasto di persone, per concorre alle elezioni comunali di Pitigliano del prossimo 11 giugno 2017 (aggiungo successivamente: ed è stato eletto Sindaco con oltre il 50% di consensi). E Lucia è stata praticamente costretta a dare la sua disponibilità per la delegazione regionale dell’Azione Cattolica. Samuele, poi, è veramente estroso: a tre anni chiedeva a babbo natale i fagioli o le olive, oggi legge l’Internazionale (dove gli hanno recentemente pubblicato una sua lettera nella quale mostra perplessità riguardo alle intelligenze artificiali – ma pensa un po’-) e insieme a quattro suoi amici ha messo in piedi il complesso de I farabbutteri, ora in stand by. Gli piace lo sport, la musica, la lettura, va in palestra, fa servizio di animazione ai bambini dell’oratorio. È profondo e scapato e talvolta fa cavolate. Fuori casa fa quello che fan tutti i sedicenni e talvolta temo faccia bischerate. Sa però che quando supera il limite reca un profondo dispiacere a me e Rossella.

Disgraziatamente sono interisti come me, quindi destinati a soffrire. Solo Rossella tifa Fiorentina e anche lei come squadra non è messa tanto bene. 

Probabilmente ha ragione il premio Nobel per la letteratura, José Saramago, quando dice che “i figli sono nostri solo fino a quando non possono badare a se stessi, dopo, appartengono alla vita, al destino e alla loro stessa famiglia”. Ma io godo nel vederli crescere (come mi piace vedere crescere i loro amici e i giovani in genere) pieni di speranze e dubbi sul loro futuro più o meno immediato. Verso di loro ho i timori di tutti i genitori, e non aggiungo altro. Ribadisco: sono felice di averli per figli.

Visto che questo post per il blog lo posto a dicembre 2022 faccio poche precisazioni sui figli, Giovanni è stato eletto sindaco del comune di Pitigliano per il secondo mandato e lavora al comune di Manciano, Lucia ha terminato il suo lungo percorso di studi e lavora come neurologa presso l’Ospedale di Orvieto, Samuele a gennaio discuterà la tesi triennale in Fisica alla Sapienza di Roma.


Di ROSSELLA poi che dire. Dovrei farla troppo lunga e lei non vorrebbe. In quanto donna vive per gli altri e per l’educazione dei figli ha sacrificato anche la sua carriera lavorativa. Il senso del dovere e le sue capacità le consentono di essere un’ottima professionista nel non facile mondo della scuola. Se guardo le nostre foto, dal giorno del matrimonio (1986) ad oggi, vedo che siamo fisicamente cambiati e molto, ma lei per me è sempre la più bella. 

Quando penso a lei, come ho già detto in un altro post, mi viene in mente la canzone di Jovanotti, ‘A te’: è l’unica ragione al mondo per arrivare fino in fondo, l’unica amica che io posso avere, l’unico amore che vorrei. È una roccia, una pianta, un uragano. Compagna dei giorni miei che ha reso la mia vita bella da morire, l’ha presa e ne ha fatto molto di più.  Il mio grande amore, il mio amore grande.

Nel 100° e ultimo post della mia storia, desidero dedicarle un passaggio della canzone di Michele Zarrillo, ‘Mani nelle mani’: tu sei passione e tormento, tu sei aurora e tramonto. Vorrei che fossimo eterni.

E dire a tutti e quattro: ci ameremo per sempre, anche dopo di noi. 





2018 - Samuele in Irlanda

1986 - Matrimonio Stefano e Rossella


28/11/2022 Stefano e Rossella

2020 - NOI


POST 99 – L’ORDINARIO E LO STRAORDINARIO DELLA VITA

Casalingo è bello. L’Isola del Giglio, Sarnano, Arabba, Barbiana, la Terra Santa, le Dolomiti, Parigi.


La vita è fatta di molto ordinario interrotto da eventi straordinari. A me l’ordinario piace e mi dedico a cogliere la sua straordinarietà, ora riuscendoci ora no.

Da quando sono costretto a fare il casalingo, cioè dopo il 2007, ho compreso quanto lavorino le casalinghe o i pochi casalinghi che ci sono. Premetto che la conduzione della casa è in mano a Rossella, ma anche io offro il mio contributo. La mattina non mi sveglio prima delle 8, qualche volta sforo fino alle 9,30, dipende da come ho riposato la notte. Quindi lavastoviglie, se i piatti non ce li abbiamo già messi la sera, poi panni da stendere lavatricizzati il mattino presto da mia moglie prima di partire per il lavoro. Però seguendo rigorosamente il metodo Rossella: i panni vanno lavati a dritto, poi terminato il lavaggio vanno rovesciati e stesi, quindi una volta smollettati, vanno di nuovo messi a dritto. Mi fa uscire pazzo…ma ha ragione, vengono meglio. Alle 10 e trenta circa arriva la posta e di carino c’è solo la postina, per il resto solo cose da pagare.

Nel frattempo mi impasticco la dose mattutina (seguita in seguito dalla pomeridiana e serale) e penso alla preparazione del pranzo che non è problematico in sé quanto sul “che facciamo oggi?”. Per la cucina me la cavo e le mie specialità sono la pappa al pomodoro e la polenta tagliata a fette poi messa su una teglia condita con sugo di macinato magro arricchito da aglio e prezzemolo e ripassata in forno per circa mezz’ora. Dicono anche che mi viene bene il classico ragù; forse ho preso della mia mamma che cucinava poco perché lavorava dalla mattina alla sera, ma il ragù e il roastbeef li faceva eccezionali. Il resto della casa è in mano a Rossella e, il fine settimana, anche le cose che ordinariamente faccio io. La domenica seguo la messa in televisione dovendo evitare, salvo casi eccezionali, la mia partecipazione a quella parrocchiale. Il periodo invernale, insieme a Rossella, condivido il cammino formativo dell’Azione Cattolica adulti di Pitigliano e l’estate di tanto in tanto partecipiamo agli esercizi spirituali diocesani. 

Confesso che dalle mattinate casalinghe esco provato e il pomeriggio mi riposo un po’, ma la cosa bella di queste giornate caserecce sta nell’incrociare i figli, aspettare Rossella che torna dal lavoro, ascoltare Giovanni e Samuele quando prendono la chitarra o guardano i Simpson, attendere la chiamata di Lucia la sera, appena uscita dal reparto. Specie tra maschi non parliamo continuamente, pur discutendo via via con passione delle grandi questioni e di qualche boiata, ma percepiamo l’odore del bagnoschiuma usato in doccia, il rumore delle ciabatte, lo sfogliare di un libro o di una rivista, il commentare ad alta voce ed in modo colorito qualcosa di visto o sentito. La mattina il profumo del caffè avvolge tutta la casa. Il pranzo, dopo il segno della croce, inizia sempre con la classica domanda rivolta a Samuele: “Come è andata oggi a scuola?” e la sera – dopo aver parlato molto a cena – talvolta guardiamo insieme la televisione, magari sotto una bella coperta che fa tanto famiglia e con Rossella che, dopo poco, ci lascia per altri lidi e Giovanni – quando è a Pitigliano – che dopo un altro poco si addormenta profondamente. Io e Samuele siamo i resistenti e Lucia non c’è praticamente mai.

Ho scritto queste cose per dire che la mia è una vita modesta e ordinaria come quella della stragrande maggioranza delle persone. E mi fa piacere essere, in questo modo, popolare.

L’ordinario della mia famiglia è intramezzato da momenti di riposo e ricarica. Tra questi voglio ricordare le nostre estati, apparentemente monotone nei due appuntamenti fissi: l’Isola del Giglio e Sarnano, il mare e la montagna. Per la verità rappresentano molto di più: significano ricordi, affetti, amicizie che crescono, anche se di tanto in tanto fa male qualche abbandono. 

Dal 1998 ad oggi, con l’eccezione del 2000 perché nacque Samuele, godiamo di una settimana all’ISOLA DEL GIGLIO, grazie all’amicizia di Agnese (e prima di sua mamma Momina) che ci mettono a disposizione una casa al Porto. Con loro il rapporto risale alla missione del 1980. Per noi quella settimana vuol dire serenità, mare (prevalentemente alle Cannelle), passeggiata tra i due fari, chiacchierate con amici (Guido, Rosa, Claudio, Walter, Antonio…) sul mare, l’isola, il mondo. Da quando poi c’è don Lido è ancora più bello.

Che dire di SARNANO. Sono 60 anni che ci vado, Rossella più di 30, i figli quasi sempre. Mi ci portavano i genitori d’estate, a Natale, per la commemorazione dei defunti. Aria salubre, colori stupendi, i monti Sibillini a un chilometro di distanza, giusta temperatura d’estate e, fino a poco tempo fa, neve d’inverno, com’è accaduto quest’anno. Per me voleva dire incontrare la nonna Alberinda, la zia Maria che abitavano lì, gli altri zii e i cugini. Ricordo l’odore del formaggio di pecora che faceva la nonna, il sapore del prosciutto che la zia metteva abbondante nella pagnottella, i vincisgrassi e le torte fatte con uvetta, cioccolato e altre spezie veramente deliziose. Rammento quando, bambino poi ragazzo, la zia mi portava a badare le pecore e a vederle mungere, a governare le galline, le oche, i conigli, il maiale. Animali che poi vedevo ammazzare per essere mangiati e non ne rimanevo turbato perché mi appariva naturale che fosse così. Scomparsi la nonna e gli zii, continuiamo da andarci con i cugini e i nipoti: Linda, Nino, Marilena, Marco, Matteo, Federico, Nicola, Anna e i loro figli. È sempre stupendo, ma debbo confessare che talvolta provo nostalgia per il tempo che fu. La casa purtroppo è stata ferita dal recente terremoto e quest’anno non potremo andarci perché dichiarata non abitabile. Un altro segno delle cose che passano e che vengono travolte dagli eventi, ma poi rinascono.


Naturalmente ci sono stati anche momenti extra-ordinari. Tra questi ricordo Barbiana, Arabba, la Terra Santa, Colfosco, Parigi.

Nel 2006 volli andare insieme alla famiglia, sollecitato anche da Piero Rossi, a BARBIANA. Ho sempre letto e ammirato don Lorenzo Milani e l’ho considerato un punto di riferimento per il suo approccio educativo, ma non ero mai andato a trovarlo. Dopo aver visitato la scuola e la piccola chiesa (e incontrato uno dei primi sei allievi di don Lorenzo, il mio ex collega presidente della provincia di Firenze, Michele Gesualdi), faticai a scendere e soprattutto a risalire il breve tratto che conduce al minuscolo cimitero dove è seppellito il Priore. Stavo già piuttosto male e, dentro di me, lo salutai sottovoce con un “A presto”.

Don Icilio Rossi è sempre stato un sacerdote animatore e, ancora nei primi anni 2000, organizzava settimane di riflessione e riposo per sacerdoti e laici impegnati. Spinti da don Lido, io, Rossella e Samuele partecipammo al soggiorno del 2005 ad ARABBA. Quanto si stette bene con meditazioni di prima mattina ed escursioni su quelle montagne da favola. Come era piacevole sostare con don Icilio, don Lido, il vescovo Rodolfo Cetoloni, il vescovo Vasco Bertelli, altri vescovi della Toscana ed amici di vecchia data. Guardavo quelle montagne che avevano fatto parte della mia formazione giovanile e mi chiedevo se le avrei visitate ancora. Provvidenzialmente riuscirò a vederle ancora nel 2008, con la settimana a COLFOSCO, in occasione del 50° anniversario di matrimonio dei miei suoceri, Alido e Maddalena. Non mi sembrava vero.

Il 2008 fu un anno particolare specie per il VIAGGIO IN TERRA SANTA, dal 5 al 12 marzo. Lo avevo sempre desiderato e forse l’esperienza del trapianto l’accelerò. Nel marzo, insieme ai miei suoceri, Alido e Maddalena, il fratello di Rossella, Augusto e sua moglie Monica partecipammo a quell’evento con il pellegrinaggio diocesano, guidato con squisitezza dal Vescovo Mario Meini. Rossella non vi partecipò perché non poteva lasciare la scuola. Esperienza indimenticabile, da fare almeno una volta nella vita, ovviamente con un gruppo organizzato. Vedere i luoghi dove era nato, vissuto, morto e risorto il Maestro fu emozionante. 

Dalla Galilea, con l’attraversata in battello del lago di Tiberiade, Cafarnao, il monte delle Beatitudini, Tabga, Nazareth, Cana, il monte Tabor. Poi, attraverso la valle del Giordano, tappa sul mar Morto, Gerico, Betania e Betlemme. In seguito Gerusalemme con il monte Moria, le cupole delle moschee islamiche di Al’ Aqsa e della Roccia, il monte Sion con il Cenacolo, la basilica della Dormizione, il monte degli Ulivi con l’edicola dell’Ascensione e il Getsemani. Poi la via dolorosa, dalla chiesa della Flagellazione al santo Sepolcro. Infine, la via crucis dei nostri tempi, il Memoriale dell’Olocausto, lo Yad Vashem. Per certi versi se ne esce con un’impressione diversa dall’idea che si aveva della terra di Gesù, ma è sempre bello, emozionante, unico. Consigliabile. 

Nel 2010 oltre che in Svezia, andammo a PARIGI. Quattro giorni, durante la Pasqua, a trovare Giovanni che stava facendo un Erasmus a Science Po, il prestigioso Istituto di Studi Politici di Parigi. Eravamo tutti e potemmo godere delle bellezze parigine, dal Louvre alla Tour Eiffel arrivando dal Trocadero, dagli Champs-Elysées al quartiere latino e al Sacré Coeur, dal tour della Senna sul battello sino alla messa di Pasqua nella cattedrale di Notre Dame. Fu una full immersion straordinaria.

Ordinario e straordinario, dunque, nella mia vita e in quella della mia famiglia si intrecciano. Come nella vita di tutti, o quasi. La vera fatica sta nel cogliere lo straordinario di cui siamo ordinariamente circondati. Perché, per dirla con Paulo Coelho, “i miracoli avvengono intorno a noi, i segnali di Dio ci indicano la strada, gli angeli chiedono di essere ascoltati”.




















martedì 13 dicembre 2022

POST 98 – UN ALTRO PEZZETTINO DI POLITICA, QUALCHE DOLORE, LA MALATTIA E IL TRAPIANTO

Un briciolino di Margherita e l’interesse per il nuovo PD, che durarono poco. Il trauma della malattia e il dono del trapianto. I giochi europei e la Profondi Respiri


La politica non sparì del tutto dalla mia vita, poi sopraggiunse la malattia, mi lasciarono i genitori e qualche caro amico.

L’esperienza politica provinciale mi aveva abbastanza stressato. Nel 1999 erano 10 anni di attività. I primi cinque li avevo impiegati nel travaglio democristiano, due volte candidato alla segreteria provinciale, poi nella fondazione del transitorio movimento di rifondazione democristiana e in seguito del Polo per la Democrazia e la Solidarietà. Gli altri quattro come presidente della Provincia di Grosseto. Insomma, avevo dato e anche ricevuto. Motivo per cui avevo bisogno di un lungo periodo di decantazione. Ma la passione è passione e un po’ di POLITICA fece di nuovo capolino. Mi lasciai coinvolgere nell’avventura amministrativa di Pitigliano dal 2002 al 2007, o meglio 2002-2005 perché la malattia prese il sopravvento. 

Presi parte anche alla fondazione del PD pitiglianese. 142 persone, sabato 26 gennaio 2008, parteciparono al Teatro Salvini all’elezione dell’Assemblea comunale che vide come prima segretaria Paola Palombi. Delle molte cose che si organizzarono, oltre all’incontro del ministro Vannino Chiti con le realtà locali, mi piace ricordare il giugno democratico 2008, 4 iniziative messe in cantiere per pensare al presente e al futuro del nostro paese e animate da persone nuove rispetto ai tradizionali caporioni. Pensare non all’universo-mondo, ma ad alcune cose precise e suggerire azioni. Incontri della durata di un paio d’ore che, pur tenendosi nella sede del Pd, di Piazza S. Gregorio VII, erano aperti a tutti coloro che desideravano pensare insieme a noi. Il Pd allora rappresentava una speranza e i 1.200 pitiglianesi che lo avevano votato erano lì a testimoniarlo. Ma ci furono resistenze e alcune persone aduse a vecchie abitudini nel giro di poco sciuparono tutto, rendendolo un guscio vuoto, e costringendo chi, come noi, era entrato per dar vita ad un partito aperto, attento ai problemi reali delle persone, a distaccarsene. Rimasero anche persone in gamba, ma furono risucchiate nel vortice dei vecchi andazzi. Cosucce s’intende, ma non degne di un partito che voleva essere nuovo.

In verità, poco prima della nascita del PD, avevo partecipato a qualche incontro provinciale della Margherita. Anche lì poco di nuovo: la sede in viale adriatico come ai tempi della Dc, le persone quasi tutte quelli di allora, con i vizi di allora. Mi stufai presto, anche a causa della malattia. Ricordo una cosa che però mi colpì: un colloquio con Roberto Valente, mio feroce avversario da quando non lo nominai in giunta provinciale, che a distanza di dieci anni mi disse: “Noi dobbiamo parlare, perché ho capito di essermi sbagliato su di te. Soprattutto mi sono reso conto di essere stato usato dai Ds per farti fuori”.

Gli ultimi 15 anni della mia storia sono stati semplici e intensi, come per tutti, o quasi. Gioie e dolori si sono naturalmente intrecciati. Tra questi ultimi ricordo la morte dei miei genitori. Nel 2001, dopo 44 anni di vita insieme, mi lasciò mio babbo Ezio, all’età di 80 anni. Nel 2011 la mia mamma Ele, all’età di 84 anni. Ringraziai il buon Dio che me li aveva donati per lungo tempo, ma ciò che si prova per i genitori è assolutamente unico. I miei stessi sentimenti li provarono Rossella e i figli. Tra i dolori dovrei parlare anche della scomparsa di altri parenti e alcuni amici molto cari, ma non posso fare un necrologio. Tra tutti ricordo Mariella Gennai: rammento quando mi disse della terribile malattia, dell’abbraccio con il quale ci salutammo al termine di una visita in ospedale a Grosseto dopo che avevamo parlato a lungo non della provincia, ma del senso della vita e dell’oltre; del funerale a Massa Marittima e di quando, tempo dopo, sono andato a trovarla al cimitero di quella cittadina.

Il dolore entrò nella mia vita anche con la MALATTIA che ad un certo punto scoprii di avere. Per caso, dopo un piccolo incidente durante una partita di calcio con gli studenti e la relativa lastra, mi fu diagnosticata una grave patologia polmonare. Era marzo 2003 e la sberla fu grossa. Ripensandoci, le origini della malattia sono collocabili nella seconda parte dell’esperienza provinciale e credo a motivo del fortissimo stress che mi portavo dentro. Ho ancora una lastra con polmoni perfetti risalente al 1996. Nel 1998, durante una partita di calcio amministratori-dipendenti provinciali a Roccastrada, notai una cosa veramente strana per me. Come provavo a correre mi veniva un fiatone inaudito, tanto che uscii ben presto dal campo. Attribuii la difficoltà al fatto che non mi allenavo da molto tempo e portavo in groppa qualche chilo di troppo. 

Fatto sta che i medici dell’ospedale di Pitigliano, che avevano scoperto il problema, mi spedirono subito a Siena, dove fu diagnosticata una rara e gravissima malattia polmonare e, soprattutto allora, dalle ridotte aspettative di vita. Mi dissero subito che quella bestia si poteva curare rallentandone l’evoluzione, ma non si poteva debellare. Mi presero in carico con professionalità e scrupolo e ricordo in particolare la dottoressa Antonella Fossi e la professoressa Paola Rottoli che ancora oggi mi seguono e la dottoressa Rita Filippi. Li vedevo praticamente ogni due mesi, per seguire l’evoluzione ed entrare anche in qualche sperimentazione, vista la carenza di medicinali di allora. A maggio del 2006, considerato come stava andando, mi prospettarono l’opportunità di sottopormi al TRAPIANTO. Dopo un breve consulto con Rossella e i figli accettai. Una cosa mi sembrava singolare: ero donatore di organi da metà anni ’80 con l’Aido, ma mai avrei pensato che ne avrei avuto bisogno. Nei mesi successivi mi sottoposi a tutte le analisi necessarie a verificare l’idoneità per entrare nella lista dei candidati al trapianto. Vi fui inserito nel settembre 2006 e dal mese successivo dovetti abbandonare l’insegnamento perché non riuscivo neppure a salire le scale. I medici avevano visto giusto e infatti ebbi un crollo improvviso e radicale, tanto che senza l’ausilio dell’ossigeno non potevo fare più nulla, neppure lavarmi i denti. Sentivo la fine avvicinarsi a passi rapidi, circondato dall’affetto di Rossella, Giovanni, Lucia, il piccolo Samuele, i parenti stretti, gli amici, alcuni sacerdoti che vennero più volte a visitarmi. Poi, improvvisamente la chiamata del dottor Luca Voltolini che, la mattina alle 4 del 7 gennaio 2007 mi diceva di recarmi a Siena perché probabilmente c’era un organo disponibile. Fu possibile intervenire, mi trapiantarono con successo e rientrai a casa il 14 febbraio, rimanendo protetto per tre mesi nella camera dove dormiva Lucia, dialogando con parenti a amici attraverso la porta che era stata trasformata con l’inserimento di un vetro.

Molte altre cose ci sarebbero da dire, ma non è il caso. Ne aggiungo solo due e la prima è una precisazione. Chi non conosce il trapianto pensa che una volta riuscita l’operazione e trascorso qualche mese, tutto sia risolto. Non è così, perché non è un intervento come gli altri. La possibilità del rigetto è sempre dietro l’angolo e l’organo trapiantato invecchia più rapidamente di uno proprio. Motivo per cui ho vissuto e vivo con questa spada di Damocle sulla testa, prendo una paccata di medicine e debbo fare una vita riguardata. Per lo stesso motivo ho avuto la pensione di inabilità qualche mese dopo il trapianto, non potendo frequentare ambienti super esposti a virus e batteri come le aule scolastiche. 

Dico poi che mi sono stati regalati 17 anni di vita, perché mentre pubblico sul blog: 13.12.2022) sono ancora qua. Il donatore, che non conosco, ormai fa parte di me e nelle preghiere lo chiamo fratello. Cinque anni fa è accaduta una stranezza: per ricordare i miei nuovi dieci anni i miei figli mi hanno invitato a pranzo insieme ai parenti più vicini e, per una incomprensione, è stato necessario aggiungere un tavolo che alla fine ha lasciato un posto libero di fronte a me. Io so chi c’era misteriosamente seduto. Lo so. 

Ho sempre pensato che anche la malattia fosse una luce, la quinta della mia vita. Non perché sia riuscito a trasformarla in gioia, come dice Tagore, anche se nel mio piccolo ho provato ad offrirla a Gesù, perché potesse unirsi alla sua croce. È stata una luce perché mi ha illuminato la vita, facendomi vedere la realtà e le persone in modo più nitido e ha messo in chiaro il limite esistenziale in cui sono e siamo immersi. Mi ha rammentato le cose che contano e quelle che non valgono un fico secco. 

La vita dopo il trapianto è dunque ripartita e nel 2010 (dal 30 giugno al 4 luglio) presi addirittura parte ai “13ièmes Jeux Européens pour Transplantés du Coeur et du Poumon” che si tennero in Svezia, a Vaxjo. Vi partecipai con Rossella e Samuele e una ventina di altri trapiantati italiani, per lo più di cuore. Amicizia, condivisione, speranza di vita ci accomunavano (ricordo la slovena Anastazija Bizjak, gli italiani Silvano Piva e Nevio Toneatto). Anche l’agonismo. Io rappresentavo i nostri colori nel faticoso ping-pong (tennistavolo) e raggiunsi risultati…veramente scadenti: fuori al secondo turno nel singolo (ma il mio avversario si aggiudicò il titolo) e sempre al secondo nel doppio. Diversi italiani salirono sul podio. Ma il bello era esserci.

Nel 2015, insieme ad altri amici malati, trapiantati e no, abbiamo fondato l’associazione “Profondi Respiri Onlus” (che dopo la riforma del terzo settore si chiama Profondi Respiri APS) con l’intento di mettere in collegamento persone che si trovano e si troveranno nella nostra stessa situazione, per acquistare strumenti utili per i malati che vengono curati presso il reparto di malattie respiratorie e trapianti polmonari di Siena e tante altre cose. Sono stato costretto a fare il presidente. Protempore.

Questa per me è una vera condanna, o una vocazione: fare il presidente di qualcosa. Dell’Azione Cattolica diocesana, della Croce Rossa di Pitigliano, della Provincia di Grosseto, ora dell’associazione Profondi Respiri. Penso che quando mi presenterò al cospetto dell’Altissimo mi proporrà la presidenza di qualcosa, magari di un condominio dell’antipurgatorio.










POST 97 – L’ATTERRAGGIO NEL QUOTIDIANO: IL SUO NOME È SAMUELE

La famiglia in crescita. La scuola: li porto tutti nel cuore. La comunità ecclesiale: il Sinodo, il Vescovo Mario, l’Azione Cattolica


Terminata la faticaccia provinciale – a parte l’appendice di commissario del Parco della Maremma rischiosa come un’appendicite, che si concluse a dicembre ’99 con un altro passaggio di consegne, questa volta al Ds Giampiero Sammuri – rientrai nel quotidiano. L’atterraggio non fu semplice. Quattro anni prima ero stato messo dentro un razzo e sparato in cielo, ora ero stato gettato fuori dall’abitacolo, per di più senza paracadute. Per riprendermi dalle ammaccature ci volle del tempo. L’ammaccatura fisica invece non passerà più. Pian pianino mi riconciliai con la vita normale, quella della famiglia, della scuola, degli amici, della comunità ecclesiale. E recuperai serenità. Le parole di saluto del Vescovo Bassetti, simili a quelle di molti altri amici credenti, sacerdoti e laici – “Il Signore che ci è Padre e che così teneramente ama i Suoi Figli, ci terrà per mano e ci guiderà per quei sentieri che riterrà utili per un incontro con altri fratelli” – divennero la mia bussola. Dopo essere stato quattro anni tra rose, camelie e orchidee, ora ero tornato all’erba. Ma la vita è fatta di erba e il punto stava nel non essere nostalgico dei fiori del passato, ma di camminare, distendermi, inginocchiarmi sull’erba quotidiana e recuperare la sua straordinaria bellezza, arricchita da margherite e papaveri, il suo profumo e il familiare fruscio.

• Nei 4 anni di presidenza I MIEI FAMILIARI li avevo visti sì e no una volta alla settimana, ora potevo ammirarli tutti i giorni. Giovanni e Lucia erano diventati quasi adolescenti e le tappe principali erano scandite dai sacramenti dell’iniziazione cristiana, insieme alla scuola e al gruppo di amici. Mia moglie Rossella, alla quale ero profondamente grato per essersi sobbarcata l’intera fatica di seguire i figli, mi disse a fine ’99 che aspettavamo un altro bambino. La sorpresa fu seconda solo alla gioia. Erano trascorsi nove anni dalla nascita di Lucia e ci emozionammo come la prima volta. Il pupo sarebbe stato un bambino o una bambina del 2000 e questo rendeva la cosa ancora più eccezionale. A fine luglio di quell’anno nacque Samuele e il suo nome fu scelto, dopo un precedente dibattito, da Rossella pochi secondi dopo il parto. “Che nome diamo a questo bambino” chiese il dottor Cancemi, e Rossella: “Il suo nome è Samuele”. Il ballottaggio – che allora si poteva fare – era con Andrea.

Fu la quarta luce della mia vita: quella dello stupore per l’inatteso. L’ipotetico angelo che ha in mente i quasi 100 post, ricorderà le prime tre luci: quella dell’incontro con il Maestro, quella dell’amore per Rossella, quella della gioia per la nascita di Giovanni e Lucia. Ora s’era aggiunta la luce di Samuele, lo splendido inatteso.

• La ripresa dell’ATTIVITÀ SCOLASTICA mi fece riassaporare la naturalezza di un lavoro normale. L’insegnamento di religione è però un po’ particolare. Si va dalle “serenate nell’ora di ginnastica e di religione” di Battiato alla “figura di Gesù” di Vittorio Messori, per arrivare al Socrate “dell’io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare”. La stringatezza dell’orario settimanale mi spingeva soprattutto a farli pensare, utilizzando spesso schede sulla storia del popolo ebraico, le religioni, Gesù, l’uomo, la morale, la società che stavamo costruendo, l’adolescenza, l’amore, la vita, la vita oltre la vita. L’insegnamento in sé, poi, è particolare per i rapporti che si creano in 5 anni di frequentazione con i ragazzi adolescenti, non più bambini e non ancora uomini o donne, con tutto quello che accade loro in quello straordinario periodo della vita. Non ho solo provato ad insegnare, ho anche imparato. Li ricordo tutti, li porto nel mio cuore, anche se non saprei più fare l’appello da Anzidei a Zammarchi.

Potei esercitare quel lavoro solo sino ad ottobre 2006 e ho ancora bei ricordi, anche delle visite guidate che allora stoicamente facevamo. Ne ricordo una bellissima a Praga (anche se la notte stavo semi-sveglio nel corridoio dell’albergo) e un’altra a Barcellona. L’appuntamento più struggente fu, però, la partecipazione al viaggio ad Auschwitz con il treno della memoria del 2005. Un vettore lento e diverse ore di viaggio – come diceva il sito dedicato – proprio per prendere le distanze da dove si era partiti e formare una comunità viaggiante per poi immergersi nella Città di Cracovia, nel Ghetto ebraico, nel Museo della Fabbrica di Schindler e nei Campi di Auschwitz e Birkenau. Che esperienza.

• Dalla COMUNITÀ ECCLESIALE non ero ovviamente mai uscito, ma per delicatezza ero stato a distanza visto il ruolo politico che ricoprivo. Come ho già avuto modo di dire nei primi post dedicati al mio ingresso in Provincia, le reazioni di alcuni esponenti di quel mondo erano allora state scintillanti. Eravamo nel 1995 e chi ricorda quel periodo sa quale era il travaglio dell’arcipelago cattolico nella transizione politica. Nel 2000 erano trascorsi cinque anni e il clima si era rasserenato, ma solo un po’. Notavo un atteggiamento ancora sospettoso nei miei riguardi, soprattutto da parte di quelli più vicini alle sacre tonache. Ero stato in politica e la politica è sempre di parte, poi avevo commesso l’imperdonabile peccato di essermi alleato con i nemici comunisti.

Comunque sia, insieme alla mia famiglia iniziai di nuovo a fare vita di comunità e ad offrire il mio contributo quando richiesto. Insieme a Rossella ci chiesero di nuovo di partecipare alla formazione dei fidanzati che si preparavano al matrimonio.

Mi fu anche fatto il dono di prendere parte al Sinodo Diocesano, primo Sinodo del Terzo Millennio (come fu chiamato e rimarrà negli Annali) aperto ufficialmente il 28 settembre 2003 nella cattedrale di Sovana gremita di fedeli e chiuso nella stessa il 22 marzo 2005, con la promulgazione da parte del Vescovo, Mario Meini, dei documenti sinodali. Fui scelto dal Vescovo e rientrai tra i laici da lui voluti per particolari competenze.  In realtà, l’indizione del Sinodo c’era stata, sempre a Sovana, il 25 maggio 2002, con il decreto del Vescovo Mario a conclusione della visita pastorale che aveva fatto per molti mesi nella diocesi. A me, insieme ad un gruppo di amici (la sottocommissione VI), fu dato il compito di elaborare il documento sui Laici cristiani nella realtà socio politica, anche se in prima battuta eravamo intenzionati ad elaborare un documento sui Laici nella chiesa e nel mondo. Dal 10 ottobre 2003 al 21 gennaio 2005 si tennero 29 assemblee sinodali in aula a Pitigliano, composte da circa 130 persone, suddivise in quattro sessioni. Ricordo la meticolosità di quel lavoro: i singoli schemi furono dapprima discussi in maniera generale, poi letti e discussi articolo per articolo. Una volta approvati distintamente tutti gli articoli con voto palese per alzata di mano, ogni singolo documento fu messo a votazione segreta su apposite schede. Ne venne fuori un documento di buon livello e ancora oggi di grande attualità, ma la cosa più importante fu il cammino sinodale, tanto che il Vescovo Mario concluse con parole di speranza: “Non ho dubbi per il nostro futuro. Guardando la fedeltà e l’entusiasmo con cui la grande maggioranza dei sinodali ha portato a termine l’impegno assunto, sono certo che il Signore sta preparando un momento importante per la nostra Chiesa”.

Il rapporto con il Vescovo Mario fu veramente intenso, anche se la frequentazione non era assidua. La sua squisita persona rendeva facile la relazione. L’avevo accolto il giorno del suo ingresso a Pitigliano (29 ottobre 1996) come presidente della Provincia e avevo partecipato per quattro anni agli incontri che lui organizzava una volta all’anno con i sindaci della diocesi. Dal 2000 al 2010 ricorse al mio contributo intellettuale tutte le volte che desiderava elaborare materiale relativo ai laici cristiani e al contesto socio-politico. Lo offrii ben volentieri, perché erano le mie vere passioni. Detti un contributo alla elaborazione del documento Christifideles laici nella chiesa e nel mondo predisposto dal consiglio pastorale diocesano nel gennaio 2002, alla Esortazione del Vescovo a tutti i fedeli laici della diocesi del 19 settembre 2007 e alla riflessione Far tesoro della crisi del 23 novembre 2008.

Confesso di aver seguito, con discrezione, anche l’Azione Cattolica, sia per alimentare la mia formazione e spiritualità che per offrire, quando richiesto, qualche piccolo contributo. Mi piace ricordarne due: la relazione alla Scuola Associativa dell’AC diocesana su: L’Azione Cattolica conciliare, il 30 ottobre 2011; e l’introduzione all’Assemblea diocesana dell’AC di Grosseto dal titolo: È bello essere e fare Azione cattolica, il 14 aprile 2013. Mi furono estremamente utili per ripensare alla storia e all’attualità di questa associazione, da tempo purtroppo bistrattata all’interno della chiesa, ad iniziare dai sacerdoti, che invece dovrebbero farla germogliare e crescere con tutte le possibili attenzioni. Purtroppo non è così, un po’ per loro pigrizia un po’ per protagonismo. Nonostante ciò l’AC diocesana è viva e vegeta, perché il Signore le offre continuamente laici disponibili a sacrificarsi per essa, sia a livello diocesano che in alcune parrocchie. Ma la stragrande maggioranza di quest’ultime se ne frega. E fa male.

Insomma, ero tornato al casa e chiesa di un certo cattolicesimo del passato. Forse non del tutto.














lunedì 12 dicembre 2022

POST 96 – SALUTI E BACI

L’ultimo consiglio provinciale. La mia lettera di saluto e alcune belle risposte: l’importanza delle relazioni. Il passaggio di consegne con Scheggi. Senza rimpianti


Il 29 aprile 1999 si tenne l’ultimo consiglio provinciale, nel quale presentai il bilancio di legislatura. Ho ancora nella mente (perché ho conservato gli articoli) e nel cuore (perché mi piacquero) quello che scrissero le due giornaliste di punta di quel periodo, Bianca Zaccherotti e Marina Marenna. Non a caso due donne. 

• “Gentili come Cesare, che di ritorno a Roma dall’Iberia, per prima cosa (caso più unico che raro anche all’epoca) presentò il rendiconto della sua amministrazione. Redigere e presentare – dice Gentili – la raccolta ordinata delle principali azioni nelle quali il nostro Ente è stato coinvolto – ora come decisore e finanziatore, ora come orientatore e veicolatore di risorse, ora come protagonista principale di interventi da altri enti finanziati – fa bene alla democrazia. Le fa bene perché consente la verificabilità dell’azione amministrativa da parte della sovranità popolare fatta di rappresentanti istituzionali, associativi, imprenditoriali e di cittadini. Fa bene all’Ente per analizzare l’azione, convalidarla oppure correggerla” (Bianca Zaccherotti, Tutti i numeri di Gentili. Un bilancio da oltre 1000 miliardi, Il Tirreno, 30.04.1999).

• “Usa soli i numeri Stefano Gentili per tracciare il bilancio della legislatura della sua giunta e aggiunge poche parole. ‘Mi sembrano dati di tutto rispetto, ma non voglio autocelebrarmi’. Il saluto del presidente Gentili è in linea con il comportamento tenuto in questi quattro anni durante i quali ha lavorato senza clamore (il patto territoriale su tutto), ha preso decisioni importanti senza gridarle, ha attraversato polemiche senza perdere la bussola. Con la stessa dignità con la quale ha annunciato di ritirarsi dalla corsa per la rielezione quando il clima gli è sembrato diventare irrespirabile” (Marina Marenna, La provincia per amica. L’eredità che il Presidente della provincia, Stefano Gentili, lascia a malincuore ma con stile, La Nazione, 30.04.1999).


• Da segnalare in quel consiglio l’inaspettato ringraziamento che ebbi dal consigliere di opposizione (gruppo Vivi) Jurij Di Massa: “A nome di tutti giovani del centro-destra voglio dire che abbiamo avvertito e capito la diversità del modo di essere e di lavorare del Presidente Stefano Gentili rispetto al passato. Per questo lo ringraziamo”. Cosa che fece andare su tutte le furie il popolare Giancarlo Bastianini che, addirittura, mi chiese di rifiutare i ringraziamenti perché fatti post-mortem e per giunta, intendeva dire, da parte dei fascisti. Io non rifiutai affatto, colsi la buona fede e ringraziai per il ringraziamento. L’intervento di Roberto Barocci di Rifondazione fu più critico, ma rispettoso. E poco dopo, come ho già scritto, con in mano un aperitivo che volli offrire a tutti, mi disse: “Sei una brava persona, anche se siamo stati divisi molte volte”, dimenticando peraltro che lui e il suo gruppo avevano votato i nostri provvedimenti 80 volte su 100. O forse più. Non ricordo se Enzo Rossi, a nome della mia parte politica intervenne, ma se anche lo fece disse parole di circostanza, perché non le ricordo proprio. Dopo tutto avevano già voltato pagina e prima si chiudeva il sipario meglio era.

• Negli articoli di giornale di aprile e maggio ogni volta che parlavano di me i giornalisti segnalavano un modo di fare, ‘lo stile’, e due sentimenti, ‘la fierezza’ e ‘l’amarezza’. Evidentemente era così. In sede storica non posso che registrare. Confesso, però, che un altro sentimento mi abitava: ‘la gratitudine’ verso tutti coloro che avevano marciato nella stessa mia direzione per il bene del territorio provinciale, ciascuno secondo la funzione che ricopriva o nella specificità che lo caratterizzava. E li ringraziai con una breve lettera di saluto, evidenziando proprio “l’aver pedalato insieme”. La inviai a rappresentati istituzionali, responsabili di associazioni, vescovi, giornalisti e lo feci avendoli in mente uno a uno. Diversi mi risposero, altri mi chiamarono. Alcune lettere furono belle e significative (la risposta di Francesco di Nomadelfia, del vescovo Gualtiero Bassetti, del sindaco Alessandro Antichi e di Roccastrada Olinto Bartalucci, del parlamentare Ds Flavio Tattarini, del presidente della giunta regionale toscana Vannino Chiti, degli assessori regionali Moreno Periccioli e Paolo Giannerelli, del direttore artistico del Festival di cinema e cultura ebraica Michela Scomazzon Galdi), altre personalissime, altre ancora di circostanza.

Ho sempre pensato che la politica fosse, prima di ogni altra cosa, relazione. Curare le relazioni è bello e produce risultati. Chi ricopre incarichi istituzionali deve cercarle in tutti modi, anche a costo di apparire meno popolare. La polemica, ad esempio, sulla regione matrigna (talora veritiera) può essere slogan da campagna elettorale o usata da chi, vinte le elezioni, vive il ruolo come se continuamente fosse in campagna elettorale. Però…tanti consensi tra il popolo, ma pochi risultati amministrativi. 

Un altro saluto lo inviai a tutti i dipendenti dell’amministrazione, ringraziandoli per quello avevano fatto “di buono e di bello per l’Amministrazione Provinciale di Grosseto, quindi per i cittadini”. Ricevetti poche risposte, una trentina su 600 dipendenti, ma quella che mi giunse dall’eremo di via Scrivia fu veramente simpatica.


• Ci furono le elezioni, vinse al primo turno Lio Scheggi e si chiuse formalmente l’esperienza Gentili. Simbolicamente organizzai un passaggio di consegne – che non c’era stato con Ciani nel 1995 (figurarsi) – con il nuovo presidente eletto della Provincia di Grosseto. Ecco cosa gli dissi e quello che gli consegnai il 18 giugno 1999 nel Palazzo della Provincia.

“Consegno simbolicamente al Presidente della Provincia, Lio Scheggi, le chiavi del Palazzo, il Punto di Legislatura, una citazione di Aristotele. 

Le chiavi sono il simbolo dell’autorità del padrone di casa: colui che apre e chiude. Sono il simbolo del potere di governo, in questo caso della Provincia di Grosseto, derivato dalla sovranità popolare. Auguro al Presidente Scheggi di esercitare pienamente l’autorità che gli deriva dall’elezione diretta popolare e di amministrare il potere a servizio dei cittadini, specie di quelli più in difficoltà. 

Le 3.600 azioni della legislatura riportate sul ‘Punto’ rappresentano la raccolta ordinata delle attività che la nostra amministrazione ha realizzato negli anni 96-99 e delle politiche che ne stanno alla base. Le consegno al Presidente Scheggi perché le possa valutare e, spero, condividere e, partendo da queste, riesca a condurre la Provincia verso traguardi sempre più importanti. 

La citazione tratta dall’Etica Nicomachea di Aristotele è un invito al coraggio riformista: Compiendo cose giuste diventiamo giusti, compiendo cose moderate diventiamo moderati, facendo cose coraggiose, coraggiosi”.

Due giorni prima il giornalista Luciano Salvatore chiudeva il suo articolo con un “mentre Gentili lascia il palazzo che ha onorato, Scheggi ringrazia tutti” (La Nazione, 16.06.1999). Era intitolato “Presidente che va, presidente che viene”.


Era sfumata l’irritazione e con la mente avevo già abbandonato l’amata. Dovevo andare avanti senza rimpianti, anche se le ferite erano fresche. Nel giro di pochi mesi maturai la convinzione che alcuni anni dopo ho trovato esplicitata nel libro della scrittrice Giulia Carcasi, ‘Ma le stelle quante sono’ (2005): “Vivere è come scalare le montagne: non devi guardarti alle spalle, altrimenti rischi le vertigini. Devi andare avanti, avanti, avanti… Senza rimpiangere quello che ti sei lasciato dietro, perché, se è rimasto indietro, significa che non voleva accompagnarti nel tuo viaggio”.