Tra pochi giorni il sacerdote don Lido Lodolini – attuale parroco di Manciano – rientrerà dalla nuova visita in un’area di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Recenti inondazioni hanno moltiplicato le endemiche problematiche locali ma, in verità, la sua andata era programmata da tempo.
Perché mi soffermo su questa conosciuta attività di don Lido?
Vi sosto per ricordare il cuore grande di questa persona che, sin da giovane, ha accettato di porsi alla sequela di Gesù Cristo (quindi anche a servizio di ‘tutti i cristi’) lungo la via sacerdotale.
Nell’affresco del dono della vita ha preso colore nel tempo l’attenzione concreta per le persone in difficoltà, specie della terra africana.
Così, accanto ad incroci con altre micro-situazioni del mondo, è nato il sodalizio con Ouagà.
Durante lo scorso luglio ho trascorso con lui alcuni giorni di riposo: passeggiate (lui lunghe, io brevi), letture, preghiere. In certi momenti della giornata io mi occupavo del pranzo o della cena e lui si dedicava a rimettere in ordine l’archivio di tutta l’attività burkinese.
La riservatezza sul materiale che riguarda persone, donazioni, intenti, mi ha consentito solo di conoscere la mole complessiva del lavoro svolto.
Ma tanto basta: 16 anni di attività (dal 1994 al 2009), visite annuali (gennaio-febbraio) e in qualche caso in altri mesi, molte migliaia di euro di valore complessivo transitato tra adozioni, progetti, materiale ed altro, realizzazioni materiali relative a pozzi, strutture sanitarie, scuole, abitazioni, luoghi di micro-lavoro, e altro che non ricordo, realizzazioni immateriali di piccoli corsi di avviamento al lavoro.
L’attività è stata contagiosa perché nel tempo ha coinvolto un numero crescente di persone delle nostre zone sia in veste di adottanti (tantissimi) che di volontari (alcune decine di persone, più vicine a cento che a cinquanta).
Ma ovviamente c’è di più. Don Lido e la sua Band non hanno solo dato, hanno anche ricevuto: hanno portato amore e valige piene di aiuti concreti e hanno ricevuto valige vuote, ma piene di volti riconoscenti.
Qualche giorno fa stavo cercando, se possibile, lo “stupefacente” (non quello pericoloso) nell’ordinario e mi è balzata alla mente la “straordinaria-stupefacente” esperienza che don Lido ha avviato nella quotidianità di una vita donata.
Allora mi sono detto: è bene ricordarlo!
E se pure don Lido, come certamente farà una volta letto il post, mi chiamerà per dirmi “…rincitrullito”, penso che sia l’ora di farla finita di continuare con quella rigidità glaciale che spesso ingabbia noi adulti e ci impedisce di dire anche le cose belle che pensiamo gli uni degli altri.
Grazie don Lido, sacerdote dal “cuore dilatato”.
Stefano Gentili
mercoledì 21 ottobre 2009
venerdì 9 ottobre 2009
LE CATASTROFI, NOI E LE GENERAZIONI FUTURE
Enzo Boschi non sarà né santo né santone, ma le sue qualità sono evidenti.
In una breve riflessione fatta sul Magazine del Corriere della Sera (8 ottobre 2009, pag. 27) riferendosi alle violenze dei terremoti e alla devastazione delle città si pone le due classiche domande: si poteva prevenire? Si poteva prevedere?
Come ha fatto altre volte, risponde NO alla prima domanda e SI alla seconda.
“Prevedere un terremoto può forse salvare vite umane – sempre che si riesca a organizzare evacuazioni ordinate – ma non salva le case in cui l’uomo vive, i suoi viadotti, le sue centrali elettriche”.
Al contrario “prevenire gli effetti di un terremoto atteso costruendo in modo adeguato salva sia l’uomo, sia i suoi beni, sia la civiltà”.
“Cosa impedisce – si domanda - all’uomo del XXI secolo di capire questa differenza? Una delle ragioni è certamente il costo della prevenzione, associata a un certo fatalismo che è tipico di molte culture tra cui la nostra”.
Ricordava infatti Kofi Annan, Segretario Generale dell’Onu, nel 1999: “I costi della prevenzione si pagano oggi, i benefici si vedranno in un futuro anche distante; e saranno scarsamente tangibili, perché rappresentati dalle catastrofi che saranno evitate”.
E’ un autentico balzo esistenziale-culturale-politico quello che c’è da compiere, anzi, di più, ci vuole una conversione.
Perché gli ostacoli sono molti.
Ne segnalo tre.
Il primo è esistenziale e rischia di sfociare nella rozzezza: è l’idea che tutto quello che esiste e la sua durata coincida con l’arco della nostra esistenza. E quindi, dopo, chi se ne frega.
Il secondo è culturale e si chiama non curanza, repulsione per le regole, primato del 'faccio quel cavolo che mi pare', come costruire edifici sulle anse dei fiumi, sulle pendici dei vulcani o in aree statisticamente a rischio, trasformare fiumare in discariche o strade.
Il terzo è l’antipolitica: sia ‘l’antipolitica- politica’ che ‘l’antipolitica-antipolitica’.
La prima è quella di chi esercita la nobile arte della polis incurante di quello che fa per il piccolo spazio che amministra e non pensa alle ricadute presenti e future delle sue azioni; pensa a sé, al suo potere, alla sua permanenza.
La seconda è quella di chi la rifiuta perché ritiene che proprio non serva.
Cosa da comprendere diversamente è l’antipolitica da schifo.
Avere lo sguardo lungo, prendersi cura, volere e sapere programmare sono tre antidoti contro le tre derive. Ma tutto si riassume in uno dei termini più belli del nostro lessico: responsabilità.
Si, si, lo so che ritorno al solito fascista me ne frego e al solito milaniano mi prendo a cuore, ma se non si cambia rotta…poi, quando accadrà di nuovo, vattelo pure a prendere... con la Natura, con l’Eterno, col Fato.
Stefano Gentili
In una breve riflessione fatta sul Magazine del Corriere della Sera (8 ottobre 2009, pag. 27) riferendosi alle violenze dei terremoti e alla devastazione delle città si pone le due classiche domande: si poteva prevenire? Si poteva prevedere?
Come ha fatto altre volte, risponde NO alla prima domanda e SI alla seconda.
“Prevedere un terremoto può forse salvare vite umane – sempre che si riesca a organizzare evacuazioni ordinate – ma non salva le case in cui l’uomo vive, i suoi viadotti, le sue centrali elettriche”.
Al contrario “prevenire gli effetti di un terremoto atteso costruendo in modo adeguato salva sia l’uomo, sia i suoi beni, sia la civiltà”.
“Cosa impedisce – si domanda - all’uomo del XXI secolo di capire questa differenza? Una delle ragioni è certamente il costo della prevenzione, associata a un certo fatalismo che è tipico di molte culture tra cui la nostra”.
Ricordava infatti Kofi Annan, Segretario Generale dell’Onu, nel 1999: “I costi della prevenzione si pagano oggi, i benefici si vedranno in un futuro anche distante; e saranno scarsamente tangibili, perché rappresentati dalle catastrofi che saranno evitate”.
E’ un autentico balzo esistenziale-culturale-politico quello che c’è da compiere, anzi, di più, ci vuole una conversione.
Perché gli ostacoli sono molti.
Ne segnalo tre.
Il primo è esistenziale e rischia di sfociare nella rozzezza: è l’idea che tutto quello che esiste e la sua durata coincida con l’arco della nostra esistenza. E quindi, dopo, chi se ne frega.
Il secondo è culturale e si chiama non curanza, repulsione per le regole, primato del 'faccio quel cavolo che mi pare', come costruire edifici sulle anse dei fiumi, sulle pendici dei vulcani o in aree statisticamente a rischio, trasformare fiumare in discariche o strade.
Il terzo è l’antipolitica: sia ‘l’antipolitica- politica’ che ‘l’antipolitica-antipolitica’.
La prima è quella di chi esercita la nobile arte della polis incurante di quello che fa per il piccolo spazio che amministra e non pensa alle ricadute presenti e future delle sue azioni; pensa a sé, al suo potere, alla sua permanenza.
La seconda è quella di chi la rifiuta perché ritiene che proprio non serva.
Cosa da comprendere diversamente è l’antipolitica da schifo.
Avere lo sguardo lungo, prendersi cura, volere e sapere programmare sono tre antidoti contro le tre derive. Ma tutto si riassume in uno dei termini più belli del nostro lessico: responsabilità.
Si, si, lo so che ritorno al solito fascista me ne frego e al solito milaniano mi prendo a cuore, ma se non si cambia rotta…poi, quando accadrà di nuovo, vattelo pure a prendere... con la Natura, con l’Eterno, col Fato.
Stefano Gentili
giovedì 8 ottobre 2009
IL LODO ANGELINO
Pensare che con Angelino Alfano facevamo parte di quel gruppo di persone che dietro iniziativa di Lapo Pistelli animavano una rivista di approfondimento del Centro Toscano di Documentazione Politica di Firenze: Centocittà.
Vedi un po’ la vita…
Ma non è di questo che voglio parlare.
Desidero solo mettere un post sulla pronuncia della Corte Costituzionale di ieri pomeriggio.
Mi avvalgo di un equilibrato articolo di Giovanni Bianconi pubblicato questa mattina sul Corriere della Sera dal titolo: Il no dei 5 giudici nominati dal Quirinale.
A me è piaciuto per la sua tranquilla chiarezza e quindi mi permetto di veicolarlo.
“È arrivata la decisione che s’intravedeva già prima della discussione e della camera di consiglio. Nelle ultime settimane i giudici costituzionali avevano studiato e cominciato ad affrontare tra loro il nodo del Lodo Alfano, sciogliendolo (a maggioranza) con l’idea di rispedire al mittente una legge illegittima.
L’altro ieri hanno ascoltato gli avvocati, tutti schierati a difesa della norma blocca-processi per le più alte cariche dello Stato, ma senza cambiare idea. Anzi. Qualche accenno nelle arringhe ha convinto almeno un paio di indecisi a dire che proprio no, un Lodo così fatto e così scritto non andava bene.
Qualcuno nella minoranza di chi voleva salvare la norma, almeno nella parte che sospendeva il processo milanese a carico di Silvio Berlusconi per la presunta corruzione dell’avvocato Mills, ha provato a proporre le cosiddette «soluzioni intermedie»: sancire l’incostituzionalità ma sanandola con una sentenza che lasciasse intatta la parte che più interessava il governo e la maggioranza che lo sostiene. Non ce l’ha fatta, e nemmeno ha insistito più di tanto. Ha capito in fretta, dopo la decisa introduzione del relatore Gallo, che le sue argomentazioni erano troppo deboli rispetto al «macigno» già individuato dalla maggioranza dei giudici: una legge illegittima due volte, nella forma e nella sostanza. Perché doveva essere costituzionale e non ordinaria; e perché il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge è uno di quei capisaldi che per essere intaccato ha bisogno di tali giustificazioni, filtri e controfiltri (com’era ad esempio la vecchia immunità parlamentare abrogata nel ’93) che forse il Lodo Alfano non sarebbe andato bene nemmeno nella veste di una riforma della Costituzione. Ovviamente bisognerà attendere le motivazioni della sentenza, ma ieri sera era questa la più accreditata interpretazione della decisione della Corte.
Le voci che filtrano dalla riservatezza che avvolge il palazzo della Consulta parlano di una votazione finita 9 a 6 in favore della bocciatura, ma qualcuno ipotizza un scarto addirittura maggiore, 10 a 5 o anche di più. Circolano liste di nomi coi voti espressi, verosimili ma senza certezze. Nell’elenco di chi avrebbe voluto mantenere in vita la legge ci sono i tre giudici votati dal Parlamento e indicati dal centrodestra (Frigo, Mazzella e Napolitano) più due o tre eletti dalle alte magistrature. Tutti gli altri si sono detti contrari (compresi i cinque nominati dal capo dello Stato e il presidente della Corte Amirante, che nel 2004 aveva steso le motivazioni della bocciatura del Lodo Schifani), al termine di una camera di consiglio dai toni rimasti sempre pacati e tutto sommato sereni. Anche da parte di chi vedeva profilarsi la sconfitta e ha tentato di scongiurarla confidando sui desideri istituzionali di una soluzione meno traumatica.
Nemmeno l’argomento che ancora ieri sera veniva sbandierato dai parlamentari del centrodestra (la sentenza sul Lodo Schifani non aveva detto che serviva una legge costituzionale) ha fatto breccia tra i giudici. Che in grande maggioranza, 11 su 15, non facevano parte del collegio del 2004. Però sanno leggere le motivazioni dei giuristi; è vero che nel precedente verdetto è scritto che il vecchio Lodo era illegittimo «in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione», senza menzionare il 138 che regola le riforme della Carta, ma subito dopo c’era un’aggiunta: «Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale ». Il che può significare che una volta individuate le due violazioni citate potevano essercene anche altre, ma si decise di non entrare nel merito. Perché considerate «assorbite», appunto, dalla prima bocciatura.
Questa dunque la sintesi della discussione di palazzo della Consulta, per come s’è svolta sul piano tecnico e giuridico. Però tutti i giudici erano consapevoli che la loro decisione avrebbe avuto anche significati ed effetti politici, e quindi può esserci una lettura anche «politica» della sentenza. C’è chi pensa, ad esempio, che con questo verdetto la maggioranza degli inquilini della Consulta ha voluto rivendicare la propria autonomia rispetto a qualunque pressione o tentativo di influenzare le proprie decisioni; dai più felpati ai più espliciti, come la drammatizzazione dell’attesa nei palazzi della politica, gonfiata dalle dichiarazioni sempre più allarmate accavallatesi fino a pochi minuti prima della sentenza.
La Corte ha fatto vedere di essere impermeabile a tutto ciò, e ha fatto sapere che se si vogliono riformare la Costituzione e i suoi principi fondamentali bisogna farlo con chiarezza e con le procedure previste, non attraverso qualche scorciatoia. È come se le argomentazioni usate nell’udienza pubblica dai difensori di Berlusconi su una Costituzione materiale ormai diversa da quella scritta — quando l’avvocato Pecorella ha evocato un capo del governo eletto direttamente dal popolo; o quando l’avvocato Ghedini ha sostenuto che la legge è uguale per tutti ma la sua applicazione no — avessero svelato un tentativo di cambiare le regole (o darle per cambiate) senza rispettare le procedure. Disegnando una situazione di fatto diversa da quella scritta nelle leggi, e prima ancora nella Costituzione.
Così non è e non può essere, hanno stabilito i giudici della Consulta.
Certamente alcune immunità o protezioni dai processi penali si possono prevedere e stabilire, ma assumendosi la responsabilità di farlo con gli strumenti adeguati. Che non a caso prevedono l’ipotesi del referendum confermativo. Passando da quella porta la riforma è praticabile, altrimenti no. Anche quando le esigenze della politica fossero diverse”.
A me sembra tutto molto chiaro.
Stefano Gentili
Vedi un po’ la vita…
Ma non è di questo che voglio parlare.
Desidero solo mettere un post sulla pronuncia della Corte Costituzionale di ieri pomeriggio.
Mi avvalgo di un equilibrato articolo di Giovanni Bianconi pubblicato questa mattina sul Corriere della Sera dal titolo: Il no dei 5 giudici nominati dal Quirinale.
A me è piaciuto per la sua tranquilla chiarezza e quindi mi permetto di veicolarlo.
“È arrivata la decisione che s’intravedeva già prima della discussione e della camera di consiglio. Nelle ultime settimane i giudici costituzionali avevano studiato e cominciato ad affrontare tra loro il nodo del Lodo Alfano, sciogliendolo (a maggioranza) con l’idea di rispedire al mittente una legge illegittima.
L’altro ieri hanno ascoltato gli avvocati, tutti schierati a difesa della norma blocca-processi per le più alte cariche dello Stato, ma senza cambiare idea. Anzi. Qualche accenno nelle arringhe ha convinto almeno un paio di indecisi a dire che proprio no, un Lodo così fatto e così scritto non andava bene.
Qualcuno nella minoranza di chi voleva salvare la norma, almeno nella parte che sospendeva il processo milanese a carico di Silvio Berlusconi per la presunta corruzione dell’avvocato Mills, ha provato a proporre le cosiddette «soluzioni intermedie»: sancire l’incostituzionalità ma sanandola con una sentenza che lasciasse intatta la parte che più interessava il governo e la maggioranza che lo sostiene. Non ce l’ha fatta, e nemmeno ha insistito più di tanto. Ha capito in fretta, dopo la decisa introduzione del relatore Gallo, che le sue argomentazioni erano troppo deboli rispetto al «macigno» già individuato dalla maggioranza dei giudici: una legge illegittima due volte, nella forma e nella sostanza. Perché doveva essere costituzionale e non ordinaria; e perché il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge è uno di quei capisaldi che per essere intaccato ha bisogno di tali giustificazioni, filtri e controfiltri (com’era ad esempio la vecchia immunità parlamentare abrogata nel ’93) che forse il Lodo Alfano non sarebbe andato bene nemmeno nella veste di una riforma della Costituzione. Ovviamente bisognerà attendere le motivazioni della sentenza, ma ieri sera era questa la più accreditata interpretazione della decisione della Corte.
Le voci che filtrano dalla riservatezza che avvolge il palazzo della Consulta parlano di una votazione finita 9 a 6 in favore della bocciatura, ma qualcuno ipotizza un scarto addirittura maggiore, 10 a 5 o anche di più. Circolano liste di nomi coi voti espressi, verosimili ma senza certezze. Nell’elenco di chi avrebbe voluto mantenere in vita la legge ci sono i tre giudici votati dal Parlamento e indicati dal centrodestra (Frigo, Mazzella e Napolitano) più due o tre eletti dalle alte magistrature. Tutti gli altri si sono detti contrari (compresi i cinque nominati dal capo dello Stato e il presidente della Corte Amirante, che nel 2004 aveva steso le motivazioni della bocciatura del Lodo Schifani), al termine di una camera di consiglio dai toni rimasti sempre pacati e tutto sommato sereni. Anche da parte di chi vedeva profilarsi la sconfitta e ha tentato di scongiurarla confidando sui desideri istituzionali di una soluzione meno traumatica.
Nemmeno l’argomento che ancora ieri sera veniva sbandierato dai parlamentari del centrodestra (la sentenza sul Lodo Schifani non aveva detto che serviva una legge costituzionale) ha fatto breccia tra i giudici. Che in grande maggioranza, 11 su 15, non facevano parte del collegio del 2004. Però sanno leggere le motivazioni dei giuristi; è vero che nel precedente verdetto è scritto che il vecchio Lodo era illegittimo «in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione», senza menzionare il 138 che regola le riforme della Carta, ma subito dopo c’era un’aggiunta: «Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale ». Il che può significare che una volta individuate le due violazioni citate potevano essercene anche altre, ma si decise di non entrare nel merito. Perché considerate «assorbite», appunto, dalla prima bocciatura.
Questa dunque la sintesi della discussione di palazzo della Consulta, per come s’è svolta sul piano tecnico e giuridico. Però tutti i giudici erano consapevoli che la loro decisione avrebbe avuto anche significati ed effetti politici, e quindi può esserci una lettura anche «politica» della sentenza. C’è chi pensa, ad esempio, che con questo verdetto la maggioranza degli inquilini della Consulta ha voluto rivendicare la propria autonomia rispetto a qualunque pressione o tentativo di influenzare le proprie decisioni; dai più felpati ai più espliciti, come la drammatizzazione dell’attesa nei palazzi della politica, gonfiata dalle dichiarazioni sempre più allarmate accavallatesi fino a pochi minuti prima della sentenza.
La Corte ha fatto vedere di essere impermeabile a tutto ciò, e ha fatto sapere che se si vogliono riformare la Costituzione e i suoi principi fondamentali bisogna farlo con chiarezza e con le procedure previste, non attraverso qualche scorciatoia. È come se le argomentazioni usate nell’udienza pubblica dai difensori di Berlusconi su una Costituzione materiale ormai diversa da quella scritta — quando l’avvocato Pecorella ha evocato un capo del governo eletto direttamente dal popolo; o quando l’avvocato Ghedini ha sostenuto che la legge è uguale per tutti ma la sua applicazione no — avessero svelato un tentativo di cambiare le regole (o darle per cambiate) senza rispettare le procedure. Disegnando una situazione di fatto diversa da quella scritta nelle leggi, e prima ancora nella Costituzione.
Così non è e non può essere, hanno stabilito i giudici della Consulta.
Certamente alcune immunità o protezioni dai processi penali si possono prevedere e stabilire, ma assumendosi la responsabilità di farlo con gli strumenti adeguati. Che non a caso prevedono l’ipotesi del referendum confermativo. Passando da quella porta la riforma è praticabile, altrimenti no. Anche quando le esigenze della politica fossero diverse”.
A me sembra tutto molto chiaro.
Stefano Gentili
martedì 15 settembre 2009
VIVA L'ITALIA CHE RESISTE
Viva l'Italia, l'Italia liberata,
l'Italia del valzer, l'Italia del caffè.
L'Italia derubata e colpita al cuore,
viva l'Italia, l'Italia che non muore.
Viva l'Italia, presa a tradimento,
l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
l'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura.
Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,
l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora,
l'Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,
l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l'Italia, l'Italia che resiste.
(da Viva l’Italia di Francesco De Gregori - 1979)
Stefano Gentili
l'Italia del valzer, l'Italia del caffè.
L'Italia derubata e colpita al cuore,
viva l'Italia, l'Italia che non muore.
Viva l'Italia, presa a tradimento,
l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
l'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura.
Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,
l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora,
l'Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,
l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l'Italia, l'Italia che resiste.
(da Viva l’Italia di Francesco De Gregori - 1979)
Stefano Gentili
venerdì 26 giugno 2009
PROVINCIALI 1995 E 2009: UN CONFRONTO TRA VINCITORI E VINTI
Sono trascorsi 15 anni dalla prima elezione diretta del Presidente della Provincia di Grosseto (come in tutta Italia) e di acqua sotto i ponti ne è passata.
Mettere a confronto i risultati dei 2 ballottaggi (quello del 1995 e quello recente del 2009) può essere utile per analizzare l’accaduto.
A me sembra che vi siano indicazioni interessanti. E voi cosa dite?
Buona lettura della tabella allegata.
Stefano Gentili
http://spreadsheets.google.com/pub?key=r4LV1R2i-2LQPVl6wgppFpg&gid=0
Mettere a confronto i risultati dei 2 ballottaggi (quello del 1995 e quello recente del 2009) può essere utile per analizzare l’accaduto.
A me sembra che vi siano indicazioni interessanti. E voi cosa dite?
Buona lettura della tabella allegata.
Stefano Gentili
http://spreadsheets.google.com/pub?key=r4LV1R2i-2LQPVl6wgppFpg&gid=0
martedì 9 giugno 2009
I PRESIDENTI DELLA PROVINCIA DI GROSSETO E L’ASTICELLA DEL CONSENSO
Di presidenti, la provincia di Grosseto, ne ha conosciuti parecchi.
Ma quelli eletti direttamente dal popolo partono da dopo l’approvazione della legge n. 81 del 1993.
Il primo ad essere stato eletto col nuovo meccanismo sono stato io e l’ultimo…lo conosceremo tra due settimane.
Ecco i dati, giusto per fare un po’ di storia.
Nel 1995 fui eletto al secondo turno con 76.746 voti (58,1%) .
L’avversario era Giovanni Tamburro che ottenne 55.327 voti (41,9%).
Nel 1999 Lio Scheggi fu eletto al primo turno con 70.196 voti (52,6%).
L’avversario era Alessandro Carlotti che conquistò 53.826 voti (40,3%).
Nel 2004 sempre Lio Scheggi fu eletto al primo turno con 77.577 voti (57,91%).
L’avversario era Laura Cutini che raggiunse 46.640 voti (36,31%).
Nel 2009, come noto, al primo turno Leonardo Marras ha ottenuto 61.075 voti (47,71%) e il suo avversario Alessandro Antichi ne ha guadagnati 53.381 (41,71%).
Il mio augurio è che il prossimo presidente possa posare l’asticella sopra il fatidico 58%.
Non me ne voglia Alessandro, ma io tifo per Leonardo.
Stefano Gentili
Ma quelli eletti direttamente dal popolo partono da dopo l’approvazione della legge n. 81 del 1993.
Il primo ad essere stato eletto col nuovo meccanismo sono stato io e l’ultimo…lo conosceremo tra due settimane.
Ecco i dati, giusto per fare un po’ di storia.
Nel 1995 fui eletto al secondo turno con 76.746 voti (58,1%) .
L’avversario era Giovanni Tamburro che ottenne 55.327 voti (41,9%).
Nel 1999 Lio Scheggi fu eletto al primo turno con 70.196 voti (52,6%).
L’avversario era Alessandro Carlotti che conquistò 53.826 voti (40,3%).
Nel 2004 sempre Lio Scheggi fu eletto al primo turno con 77.577 voti (57,91%).
L’avversario era Laura Cutini che raggiunse 46.640 voti (36,31%).
Nel 2009, come noto, al primo turno Leonardo Marras ha ottenuto 61.075 voti (47,71%) e il suo avversario Alessandro Antichi ne ha guadagnati 53.381 (41,71%).
Il mio augurio è che il prossimo presidente possa posare l’asticella sopra il fatidico 58%.
Non me ne voglia Alessandro, ma io tifo per Leonardo.
Stefano Gentili
giovedì 4 giugno 2009
L’INCIVILTA’ ISTITUZIONALE (3)
Continua P. Sorge: “Anche a livello istituzionale, la partecipazione democratica è soppiantata gradualmente da una sorta di presidenzialismo di fatto: chi ha il potere comanda (non ‘governa’); diviene allergico a ogni sorta di controllo e agli stessi contrappesi essenziali del sistema democratico (si tratti della magistratura o del Presidente della Repubblica); preferisce il ricorso a decreti legge e al voto di fiducia, esautorando di fatto il Parlamento e riducendolo al ruolo di notaio delle decisioni prese dal Governo; vede i dibattiti e le necessarie mediazioni della democrazia politica come un intralcio.
La classe politica è cooptata dall'alto: si toglie ai cittadini la libertà di ‘eleggere’ i propri rappresentanti e viene loro lasciata solo la possibilità di ‘ratificare’ con il proprio voto liste confezionate dal vertice.
E così si avanza verso l'inciviltà istituzionale, in rotta di collisione con lo spirito (e a volte con la lettera) della nostra Costituzione”.
Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
(Franco Battiato, da Come un cammello in una grondaia, 1991)
Stefano Gentili
La classe politica è cooptata dall'alto: si toglie ai cittadini la libertà di ‘eleggere’ i propri rappresentanti e viene loro lasciata solo la possibilità di ‘ratificare’ con il proprio voto liste confezionate dal vertice.
E così si avanza verso l'inciviltà istituzionale, in rotta di collisione con lo spirito (e a volte con la lettera) della nostra Costituzione”.
Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
(Franco Battiato, da Come un cammello in una grondaia, 1991)
Stefano Gentili
Iscriviti a:
Post (Atom)