mercoledì 16 dicembre 2009

DOSSETTI: QUANTO RESTA DELLA NOTTE?

Ricordo come fosse ora la mia partecipazione, in veste di Presidente della provincia di Grosseto, al rito funebre per Don Giuseppe Dossetti, che si svolse il 18.12.1996 in San Petronio a Bologna. Partecipai alle esequie perché ritenni importante testimoniare anche istituzionalmente la profonda gratitudine per uno degli ultimi grandi padri della Repubblica italiana e della Carta costituzionale.
Ieri è stato l’anniversario della sua morte avvenuta il 15.12 1996 e nel caos di questi giorni è bene richiamare questa eminente figura che, tra il 1994 e il ‘95, quando Berlusconi annunciò all’Italia cosa aveva in mente dopo aver demolito la vecchia Repubblica, abbandonò l’esilio spirituale nelle montagne della Giordania.
Tornò a Bologna e raggranellò un gruppo di costituzionalisti con un discorso che sarà poi, drammaticamente confermato.

«Parlò di una ‘mitologia sostitutiva’ con la quale il liberismo della destra aveva aperto il conflitto costituzionale.
‘Mitologia sostituiva’ che tendeva a sostituire la sovranità popolare ‘col mito antidemocratico, anzi idolatrato, di un potere da conservare ad ogni costo e contro ogni ragione e interesse del paese’ mediante la sollecitazione di forme plebiscitarie per ‘ridurre il consenso del popolo sovrano all’applauso del popolo sovrano’.
Dossetti ricordava il senso della sovranità del popolo custodito dalla Costituzione, che si sarebbe voluto cambiare stravolgendo ‘la volontà popolare che ha, come normale espressione, la sua rappresentanza nelle assemblee del Parlamento, e normale garanzia le istituzioni che vegliano sulla Carta Magna: presidente della Repubblica e Corte costituzionale’.

Dossetti era così preoccupato da girare l’Italia a 81 anni per lanciare l’allarme.
Ogni sera la sua voce denunciava che ‘alla Costituzione ancora formalmente e sostanzialmente vigente si sono volute opporre ipotetiche norme di una mitica Costituzione ancora non scritta, del tutto immaginarie, sulla semplice base di deduzioni ricavate solamente dalla legge elettorale maggioritaria, deduzioni del tutto infondate e senza nessun precedente in qualunque ordinamento costituzionale’» (Maurizio Chierici)
Parole profetiche quelle di Dossetti rilette appena 13 anni dopo. Attualissime, vivissime.

E nel caos calmo (?) degli ultimi mesi, mi viene da riprendere la citazione del profeta Isaia (cap.21, 11-12) che proprio Dossetti utilizzò commemorando Giuseppe Lazzati il 18 maggio 1994:
«Mi gridano da Seir Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?
La sentinella risponde: viene il mattino, e poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!»
Quanto durerà ancora questa notte delle coscienze, dell’etica, della legalità, delle false parole, dell’arbitrio, dell’indifferenza.
Quanto durerà, sentinella?
Quanto ancora dobbiamo resistere?
La memoria ancora viva di Giuseppe Dossetti rappresenta un’àncora nel cammino resistenziale.

Stefano Gentili

venerdì 4 dicembre 2009

IL PARADOSSO TRA GASPARE (SPATUZZA) E PIETRO (DI BETSAIDA)

Questa mattina ho seguito la diretta Sky della deposizione del pentito di mafia Gaspare Spatuzza al processo Dell'Utri.

Lo rammento non per entrare nel merito delle questioni sollevate, sia pure nella loro apparente enormità.


Ne parlo perché Gaspare «u tignusu» (senza capelli), l’ex imbianchino di Brancaccio, l’assassino di don Pino Puglisi e del piccolo Giuseppe Di Matteo e di molti altri innocenti per conto della mafia è da qualche tempo entrato nell’occhio del ciclone vestendo i panni dell’ortodossia del pentimento: il desiderio di pagare le colpe attraverso un percorso di redenzione.

Spatuzza studia teologia, dal 2005 ha instaurato consolidati rapporti di confidenza con vari cappellani delle carceri, dice di non aver mai rimosso lo sguardo dolce di don Pino Puglisi che sorrideva ai suoi assassini, ha chiesto al vescovo de L’Aquila la possibilità di avvicinarsi al sacramento cattolico della riconciliazione.

Per l’appunto questa sera durante la recita del Vespro il salterio mi pone dinanzi una breve lettura dell’apostolo Pietro di Betsaida, pescatore a Cafarnao.

“Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell'adempire la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.” (2 Pt 3, 8b-9)

Anche Spatuzza e quelli che si sono macchiati di sangue innocente come lui?

Sembra un paradosso, cioè una conclusione che appare inaccettabile perché sfida un'opinione comune. Ma il Dio cristiano è appunto paradossale.

Rimango trasecolato e lo dico.


Stefano Gentili

martedì 1 dicembre 2009

INIZIO DICEMBRE 2009 CON “IL MONDO DI SOFIA”

Prendo spunto dal recente rapporto annuale sui consumi mediatici dell'Istituto di studi sociali del Censis – il quale ci dice che volano i social network (hanno contagiato 19 milioni di italiani): Facebook, è noto al 61,6%, seguono Youtube (60,9%), Messenger (50,5%), Skype (37,6%) e Myspace (31,8%); sono stabili i cellulari, la diffusione di Internet segna un po' il passo, la lettura di libri e giornali regredisce di qualche punto percentuale – per…..consigliare la lettura di un libro.

Lo faccio anche perché secondo un sondaggio di non moltissimo tempo fa promosso dalla Mondadori tra gli italiani che non leggono è emerso che la maggior parte di costoro pensa che leggere un libro sia un’inutile perdita di tempo.


Il libro che propongo è stagionatello: edito in Italia nel 1994 dalla Longanesi (oggi alla XVII edizione), l’autore è JOSTEIN GAARDER, nato a Oslo nel 1952, il titolo è IL MONDO DI SOFIA. Romanzo sulla storia della FILOSOFIA.


Calma, calma…non arricciare subito il naso vedendo… filosofia.

Intanto perché tra le sofferenze del mondo c’è anche “la mancanza di pensiero”, poi….perché - almeno per me - inoltrarmi in questo testo è stata una piacevolissima ed esaltante avventura. L’ho vissuta nel gennaio 2007, costretto dentro una stanza.


Il Mondo di Sofia è un meraviglioso viaggio di intelletto e immaginazione che fa dare un'occhiata alla vita mediante gli occhi di un'adolescente. La protagonista del libro è Sofia Amundsen, una ragazza norvegese quindicenne che conduce una vita normale con la propria madre. Quando Sofia riceve due messaggi anonimi, è sconcertata: "Chi sei tu?" "E da che mondo provieni?"
La ragazza riceve poi dei pacchi di fogli di un corso di filosofia. E qui comincia la misteriosa avventura di Sofia.

Attraverso un misterioso modo di comunicare, Sofia diventa la studente di un filosofo anonimo, che continua a insegnarle la storia della filosofia.


Infatti, noi possiamo formulare la nostra visione della vita imparando dalle convinzioni di altre persone.
Impariamo che l’unica cosa di cui abbiamo bisogno per essere dei buoni filosofi è la capacità di farsi delle domande. Essere un filosofo è simile a guardare il mondo attraverso gli occhi di un bambino, non permettendo che il mondo si trasformi in un'abitudine.
Nonostante questo, non tutti diverranno dei filosofi. Molte persone sono così prese dalla loro vita che smettono di porsi delle domande. Il desiderio del filosofo per Sofia è che lei abbia una mente sempre pronta a chiedersi il perché delle cose. La filosofia stessa è creativa e viene presentata molto semplicemente. Sofia viene messa davanti a varie questioni filosofiche e metodi di ragionamento, per potersene creare uno proprio (abstract di Roberta V. ripreso da ‘Shvoong’).

Oltre a considerare i pensieri di Socrate, Platone, Aristotele, e i filosofi che li hanno preceduti, Alberto porta Sofia attraverso l’Ellenismo, al Cristianesimo, fino alla sua interazione con il pensiero Greco e al Medioevo. Parla inoltre del Rinascimento, del Barocco, dell’Illuminismo e del Romanticismo, e dei filosofi che hanno preso parte a questi periodi, come Cartesio, Spinosa, Locke, Hume, Berkley, Kant, Hegel, Kierkegaard, Marx, Darwin e Freud.
Naturalmente non mi metto a raccontare i momenti più magici e fantastici della storia. L’autore del libro è riuscito a inserire una vera e propria guida per principianti alla filosofia in una storia coinvolgente.


Ritengo sia un libro da non perdere.

Se fossi insegnate di filosofia, lo adotterei a scuola o, comunque, lo regalerei ai ragazzi.

A me è sembrato molto stimolante.

Ad inizio dicembre auguro a tutti i frequetantori del blog….. buona lettura.

Stefano Gentili

sabato 21 novembre 2009

SPERANZOSO BAGNASCO. LA GRAZIA NELLA DISGRAZIA

Parto da me e arrivo al cardinale.
Parto da me perché le vicende della mia vita nell’ultimo periodo (almeno dal 2003) mi hanno portato vicinissimo alla morte e anche ora, come suol dirsi, sono ‘a forte rischio’.
Pensavo tempo fa e rifletto ancora che la mia condizione di ‘borderline’ sia stata e sia una opportunità perché mi ha fatto transitare dal ‘carpe die’ al ‘memento mori’.

Non intendo dilungarmi sulla locuzione tratta dalle Odi del poeta latino Orazio (Odi 1, 11, 8): ‘carpe diem’ letteralmente significa ‘cogli il giorno’ normalmente viene tradotta in ‘cogli l’attimo’, anche se la traduzione più appropriata sarebbe ‘vivi il presente’.
La filosofia oraziana del carpe diem in realtà si fonda sulla razionale considerazione che all'uomo non è dato di conoscere il futuro, né tantomeno di determinarlo, ma la chiave di lettura che in genere se ne offre è quella di un gretto opportunismo o di un gaudente edonismo.

Anche il ‘memento mori’ (letteralmente: ricordati che devi morire) è una nota locuzione in lingua latina.
Da una particolare usanza tipica dell'antica Roma - per i generali vittoriosi che tra gli onori del rientro rischiavano di insuperbirsi e quindi veniva loro ricordata la locuzione - ai Trappisti - che adottarono la frase come motto, mentre si scavavano un po’ al giorno la fossa destinata ad accoglierli, con lo scopo di tenere sempre presente l'idea della morte e quindi il senso della vita, destinata a finire - il memento è caduto un po’ in disuso.
Mi scuso per la non richiesta ‘lezioncina’, ma oggi usare termini desueti rischia di non essere minimamente compreso dai più.

Per onestà intellettuale debbo dire che non sono mai stato preda del carpe diem nel senso più negativo e chiuso, ma probabilmente il senso della morte si era un po’ ‘estinto’ (anche questo non è del tutto vero). Sto un po’ forzando, ma neppure troppo.
Allora ho pensato che ciò che è accaduto alla mia vita fisica, alla mia salute, con la malattia, il trapianto e l’attuale dopo, non sia stato una “disgrazia” ma una “grazia”.
Potrei anche spiegare i dettagli ma non è il caso.

Ecco che allora.....ancora una volta la prolusione del cardinale Bagnasco ad Assisi è entrata nel vivo di una questione fondamentale nella vita umana, anzi nella questione antropologica centrale, meglio ancora nella mia e nella tua questione: la morte.
E l’apparente gioco di parole, ‘la grazia nella disgrazia’, lo prendo proprio da lui.
Bagnasco è entrato nel tema prendendo spunto dalla precedente riflessione sui sacerdoti e sottolineando la circostanza della nuova edizione italiana del Rito delle Esequie.
Per non rovinare la bella riflessione non cito nessuna parte, ma allego l’intero breve paragrafo come link.

La preoccupazione del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana appare quella di aiutare le persone a pensare in maniera meno evasiva all’appuntamento con il grande evento.
E, in chiave cristiana, pensare che morte - giudizio, inferno, paradiso (rettamente intesi, aggiungo io) – sono tappe di una vita che va oltre la morte e sfocia nella vita eterna.

Tutto grazie a Cristo, alla sua morte e risurrezione.
E’ la ‘novella’ più ‘buona’ che abbia mai udito.
Ascoltarla annunciare di nuovo fa bene.
Stefano Gentili

http://docs.google.com/View?id=df488bnb_29fmf3mrft

venerdì 20 novembre 2009

ECCELLENTE BAGNASCO. SACERDOTI, UOMINI DELLO SPIRITO E DEL CUORE

Il cardinale Angelo Bagnasco sempre nella Prolusione di Assisi del 9 novembre, prende spunto dall’Anno Sacerdotale in corso per evidenziare “l’identità più profonda” del sacerdote di oggi.
La matrice è Gesù Buon Pastore e un’esemplarità è rappresentata dal Santo Curato d’Ars, ma non v’è dubbio che “ogni epoca ha in qualche modo il diritto di caricare la figura del prete di attese specifiche”.

E allora?
Allora, per dirla come la vedo, Bagnasco è riuscito a dare voce a ciò che spesso le persone pensano, magari senza dirlo o dicendolo a bassa voce oppure in qualche raro caso a manifestarlo con franchezza.
Quando dico 'le persone' intendo ‘noi’ gli appartenenti per scelta alla comunità cristiana, i frequentanti, gli sporadici, quelli ancora meno assidui e anche i non praticanti. Non tutti (e che ne so, io!) ma un bel campione sicuramente si. Quando si riesce ad entrare nella questione la cosa salta fuori.
Ma, insomma, cosa ha detto il cardinale.
Ha detto…ha detto.

“Nella società contemporanea, il sacerdote è chiamato ad essere, più di sempre, uomo dello spirito, ossia l’uomo che si affida anzitutto non alla ricerca di forme pastorali meglio adeguate, o a qualche raffinata scienza accademica, o ad un’organizzazione efficiente del tempo, ma ad uno scavo, ad un approfondimento inesausto, ad un’adesione interiore e amata all’essenziale della propria missione: se dovesse mancare, anche le metodiche più raffinate resterebbero inefficaci. Il sacerdote deve trovare la sorgente della santità nell’oggetto del suo sacerdozio, nella carità pastorale di cui la sua missione è come impregnata. Allora non cercherà evasioni, né cercherà compensazioni, ma sarà pago della missione che incombe sulla sua anima, e la farà fiorire nella sua personalità. E in questo processo di identificazione tra l’evento interiore e i modi esteriori, egli diventa l’uomo dello spirito, che vince sulle costrizioni della materia. «La grande sventura di noi parroci – diceva Giovanni Maria Vianney – è che l’anima si intorpidisce». Ogni vero prete non si tira indietro rispetto alla missione, e questo – a ben guardare – è tipico della figura sacerdotale che nei secoli ha preso forma nel nostro Paese. Sia che stiano nel tempio, sia che visitino le famiglie – specialmente nella benedizione annuale - sia che animino le attività pastorali, i nostri sono sacerdoti che si sentono mandati a tutti, destinati a tutti, anche ai non frequentanti, anche a coloro che sono tiepidi o freddi rispetto all’appartenenza religiosa, e per questo loro slancio devono sapere di essere da noi Vescovi ringraziati, sostenuti, ammirati. Nel testo indirizzato ad ogni sacerdote all’inizio di questo anno speciale, Benedetto XVI ricorda come il Santo Curato d’Ars, che pure si poteva intendere in un certo qual senso trasferito di abitazione nella sua chiesa, era però capace di «abitare attivamente tutto il territorio della sua parrocchia» (Lettera per l’Anno sacerdotale, 16 giugno 2009). Direi che qui c’è un tratto caratteristico del modello – se l’espressione può passare – del sacerdozio pastorale, del prete cioè che considera propria una missione coestesa a tutto il territorio a lui affidato. Non è l’uomo consacrato che semplicemente custodisce la sacralità del tempio, e colà attende che il popolo arrivi secondo rigidi orari, pur se proprio lì esercita un ruolo unico e indispensabile; egli è l’uomo conquistato da Dio per accompagnare e magari sorprendere gli abitanti del suo territorio là dove vivono, per andarli a trovare, a cercare, a scovare. In questo è, ad un titolo speciale, immagine di quel Padre che non si dà pace finché non fa sentire ciascuno dei suoi figli amati e desiderati, amati e rincorsi, amati e infine ritrovati. Essere prete è la vocazione di chi sta accanto alla propria gente come testimone di misericordia. Senza la percezione della divina misericordia, infatti, gli uomini di oggi non sopportano la verità. Per questo Cristo vuole la Chiesa maestra e madre! In un mondo dell’efficienza e privo di misericordia, ciascuno tende ad auto-giustificarsi e magari ad accusare gli altri. Fino a quando non scopre di essere già raccolto nel palmo della mano di Dio, e tenuto stretto al suo cuore divino. Già, il sacerdote è l’uomo del cuore, ne conosce gli abissi, e così diventa lo specialista di Dio. Sa cioè coltivare «quella “scienza dell’amore” che si apprende solo nel “cuore a cuore” con Cristo. […] Proprio per questo noi sacerdoti non dobbiamo mai allontanarci dalla sorgente dell’amore che è il suo Cuore trafitto sulla croce. E solo così saremo in grado di cooperare efficacemente al misterioso “disegno del Padre” che consiste nel “fare di Cristo il cuore del mondo”» (Benedetto XVI, Omelia per l’apertura dell’Anno Sacerdotale, 19 giugno 2009).”

La mia vita è stata ed è costellata dalla presenza di figure sacerdotali bellissime che hanno corrisposto anche alla visione esplicitata dal cardinale. Hanno lasciato segni indelebili nella mia persona, nella formazione, nella spiritualità, nella concretezza della vita. Alcuni sono morti, altri sono vivi e vegeti.
Per tutti provo un senso di riconoscenza difficilmente esprimibile.
Come tutti gli uomini, come me, anche loro non sono stati e non sono esenti da limiti, difetti, incongruenze. E meno male! Anzi il tutto li rende più belli, perché più veri.

La riflessione di Bagnasco mi sembra, però, toccare una questione che vale la pena mettere ancora una volta sotto la lente d’ingrandimento, perché è un po’ figlia del tempo che stiamo vivendo, troppo spostato sul fronte dell’efficienza e povero di indicatori di speranza.

Sia chiaro, efficienza, organizzazione, affinamento delle capacità tecnico-pedagogiche e altro ancora, sono tutte cose buone e giuste e da coltivare in ogni campo. Quando ancora potevo insegnare ho visto sulla mia e sull’altrui pelle (quella dei ragazzi) i nefasti esiti di insegnanti che ‘sapevano’, erano pure ‘brave persone’ ma ‘non sapevano insegnare’ spesso solo per ostinazione a non volere apprendere nuove strategie, metodi, ecc., ecc.
Questo vale anche nella comunità cristiana per tutti quelli che hanno compiti educativi e per i parroci con la loro responsabilità di presiedere, talvolta dirigere (nella condivisione…) le attività pastorali.

Ma se è vero che – ormai da tempo – viviamo in tempo votato all’efficienza e svuotato di speranza, allora – probabilmente – la presenza di sacerdoti “dello spirito e del cuore”, magari anche un tantino meno efficienti e più “portatori di speranza” rappresenterebbe balsamo allo stato puro.
O no? Che dite?
Eccellente, Bagnasco, eccellente.
Stefano Gentili

mercoledì 18 novembre 2009

OTTIMO BAGNASCO: I SETTE CROCIFISSI, IL PERDONO, L’AMORE

Confesso… anch’io avevo rimosso il fatto: sette fratelli cristiani, nelle scorse settimane, sono stati “orribilmente uccisi” in Sudan, parodiando macabramente la crocifissione.
E’ l’incipit del Cardinale Angelo Bagnasco nella Prolusione di Assisi del 9 novembre 2009.
“Giovani dai quindici ai venti anni, strappati alle loro famiglie mentre pregavano in chiesa”.
Anche oggi è tempo di martiri cristiani, come lo è stato ieri, l’altro ieri, su, su sino all’epoca apostolica.
“Per quanto ai popoli della libertà talora sprecata possa sembrare incredibile, e quasi impossibile - annota Bagnasco - il sacrificio della vita è ogni anno richiesto a un numero elevato di operai del Vangelo”.

L’evento di per sé choccante, purtroppo non sorprende.
Andrea Ricciardi nella pubblicazione Il secolo del martirio. I cristiani del Novecento, Ed. Mondadori 2000, introduceva: “Sono entrato nel grande archivio della Commissione Nuovi martiri, dove sono raccolte lettere, segnalazioni, memorie che, in questi ultimi anni, sono arrivate da ogni parte del mondo a Roma. Ho cominciato a sfogliarle. Sono lettere ufficiali di conferenze episcopali. Ma anche memorie di congregazioni religiose. Leggevo e mi sono appassionato. C’erano storie di migliaia di uomini e donne contemporanei: cristiani uccisi in quanto tali. Mi scorrevano sotto gli occhi le pagine della persecuzione religiosa in Russia dal 1917, le storie delle vittime del nazismo, quelle di tanti missionari, le vicende di cristiani uccisi in ogni parte del mondo. Qualcuna è nota, come quella di mons. Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso nel 1980 mentre celebrava l’Eucarestia. La maggior parte è sconosciuta. Mi sembrava di non conoscere bene questo aspetto della vita della Chiesa del Novecento. Non potevo dire di ignorare la storia di tante persecuzioni e dolori, ma mi sono reso conto di quanto fosse estesa e profonda. (…) Non è solo la storia di qualche di qualche cristiano coraggioso, ma quella di un martirio di massa. I cristiani uccisi lungo il nostro secolo sono centinaia di migliaia”.
Nella costola di sovra copertina si dice: “Dal genocidio degli armeni del 1915 fino ai massacri di Timor Est del 1999, passando per il comunismo bolscevico, il nazismo, i regimi dittatoriali dell’America latina, le tragedie dell’Africa, l’oppressione dell’Islam integralista, le vittime della mafia. Si disegna un fenomeno di massa difficile da quantificare: almeno tre milioni, ma sicuramente di più, di cristiani assassinati”.
Cristianamente tutti costoro sono “pietre vive, scolpite dalla Spirito, con la croce e il martirio, per la città dei santi” (da un Inno del Breviario). Ma sono tanti…..

Il Cardinale parla dell’episodio del Sudan evidentemente impressionato, ma la ricetta che propone non è bellicosa; anzi, rifacendosi al Sinodo per l’Africa da poco conclusosi a Roma riprende alcuni degli insegnamenti venuti da quell’assise.
E ribadisce che “per ragioni storiche come per i drammi politici recenti, l’Africa ha bisogno di ritrovarsi attorno al focolare del perdono e del rinnovamento, come condizione indispensabile di ogni dinamismo aperto al futuro”.
In questo quadro cita l’intervento di una testimone donna presente al Sinodo (donne che definisce spina dorsale del continente) per precisare che c’è bisogno di una riconciliazione che “non consista tanto nel rimettere insieme persone o gruppi, quanto nel rimettere tutti in contatto con l’amore e lasciare che avvenga la guarigione interiore”.
Già l’Amore, l’annuncio del Vangelo.
Ottimo!... cardinale. Ottimo. Vanno lette le Prolusioni e pure meditate.
Stefano Gentili

lunedì 16 novembre 2009

SPLENDIDO BAGNASCO. "AFRICA": PAROLE FORTI, ASCOLTO DEBOLE. DENUNCIA DELLE STRUTTURE DI PECCATO

"Parole forti sono state pronunciate" durante il Sinodo per l’Africa riunitosi in Vaticano dal 4 al 25 ottobre 2009, ma "hanno avuto un ascolto debole, anche per il rilancio troppo flebile che i media internazionali hanno riservato a questo appuntamento", lamenta nella Prolusione di Assisi del 9 novembre il Cardinale Angelo Bagnasco.

Eppure, "per i cittadini e i Paesi del Nord del mondo, il recente Sinodo sull’Africa doveva essere l’occasione propizia per una disinteressata disamina delle proprie responsabilità. Così ci saremmo potuti scuotere dall’apatia con cui generalmente si guarda a quel grande Continente che a troppi fa comodo mantenere in una indegna subalternità. Chi non sente oggi il desiderio di uscire finalmente dai luoghi comuni infarciti di stucchevole pietismo? Parole forti infatti sono state pronunciate sui ‘tossici rifiuti spirituali’ che le regioni ricche della terra scaricano sulle povere, sui conflitti armati dovuti, più che al tribalismo, all’ingordigia delle multinazionali protese ad uno sfruttamento in esclusiva delle risorse strategiche, e su certo colonialismo ‘finito sul piano politico’ ma ‘mai del tutto terminato’ sul piano culturale ed economico".
Parole chiare….

Il cardinale ha ricordato come la "mancanza di cibo" continui ad essere il flagello principale dell’Africa e quindi il raggiungimento della "sicurezza alimentare resta l’obiettivo primario, specialmente in tempi di crisi economica".
Il messaggio forte e chiaro era rivolto a tutti, ma anche riferito al tema della Giornata mondiale dell’Alimentazione che cade oggi, 16 novembre, giorno in cui si apre un Vertice mondiale dei capi di Stato e di governo.

Vertice nel quale sarà letto un Messaggio del Papa, inviato al direttore generale della Fao Jacques Diouf, in cui avverte - dice proprio avverte! Bagnasco - che l’accesso al cibo, prima di essere un ‘bisogno elementare’, è ‘diritto fondamentale delle persone e dei popoli’.
Infatti, senza retorica, moralismi, predicozzi vari, sempre Benedetto XVI - nell’enciclica Caritas in veritate - aveva ricordato che il dramma della povertà può essere superato solo "eliminando le cause strutturali che lo provocano (l’accesso al cibo) e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale".
Cause strutturali….

E sempre nel messaggio, invita a cambiare stili di vita, mettere da parte privilegi e profitti, promuovere lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri, per sconfiggere il flagello della fame, che colpisce oltre un miliardo di persone nel mondo. "Si tratta – sottolinea Benedetto XVI - di una concreta manifestazione del diritto alla vita, che, pur solennemente proclamato, resta troppo spesso lontano da una piena attuazione".

Infatti, chiosa Bagnasco, "dal punto di vista scientifico ormai è assodato che il fenomeno della fame non dipende tanto dalla scarsità materiale delle risorse quanto da fattori sociali e istituzionali, ai quali occorre volersi applicare senza ulteriori esitazioni. Nell’arco di alcuni decenni bisognerà saper procurare il 70 per cento di cibo in più se si vuole non far trovare la credenza vuota quando la popolazione mondiale sfiorerà – a metà del secolo – i nove miliardi di persone".
E riprendendo un’omelia del Papa ricorda che " ‘la via solidaristica allo sviluppo dei popoli’ è di per sé non una complicazione ma ‘un progetto di soluzione della crisi globale in atto’, dunque un traguardo perseguibile dalla volontà politica dei cittadini e dei governi. E la stessa ‘globalizzazione è una realtà umana e come tale è modificabile secondo l’una o l’altra impostazione culturale’ ".
Impostazione culturale. Uhm!...

La Chiesa non parla e basta, anche se parlare è la prima fondamentale cosa che è necessario fare. Anzi, è proprio il silenzio la cosa sconcia!
La comunità cristiana, dice Bagnasco, per tutto questo non si tira indietro, e citando di nuovo il Papa ribadisce che "la Chiesa si impegna anche ad operare, con ogni mezzo disponibile, perché a nessun africano manchi il pane quotidiano" (Omelia per la Conclusione della II Assemblea speciale per l’Africa, 25 ottobre 2009).

Dunque, non è eticamente autorizzato alcun atteggiamento fatalista.
La Chiesa continua nel suo impegno, anzi lo ribadisce col rinforzo.

Me gusta, me gusta. Me gusta soñar.
Stefano Gentili