Stefano Gentili
martedì 13 novembre 2012
ALL’AMICO MASSIMO ALLEGRINI
Caro Massimo, ora che riposi in pace nel fresco cimitero di
Castell’Azzara, posa l’arco sulla nuda terra, riponi le frecce nella faretra e
corri verso la Luce.
martedì 6 novembre 2012
DIO SI COMUNICA NELLA STORIA
PITIGLIANO, 18 DEL POMERIGGIO.
Lettere del Concilio (3)
Il Dio trinitario è un Dio che si comunica, ci
ricorda la Dei Verbum.
Questa comunicazione non è dottrinale, ma vitale;
avviene nella storia, ha come forma e centro il Cristo, come destinatario il
mondo intero e come fine la salvezza dell’uomo (Enzo Bianchi, 2008).
La Dei Verbum muovendosi su questa linea porta anche
il suo fondamentale contributo alla grande impresa del Concilio: riconciliarsi
con la modernità. Benedetto XVI lo ha ricordato nel 2005: “Il Concilio doveva
determinare in modo nuovo il rapporto tra chiesa ed età moderna”.
In effetti, a monte del Concilio stava una pesante
eredità di conflitto tra Chiesa e mondo, di rottura tra modernità e
cristianesimo risalente alla fine del medioevo.
La Dei Verbum offre il suo decisivo apporto a sanare
l’antica questione proprio introducendo, nella sua teologia della rivelazione
(DV, tutto il cap. 1), la categoria di
storia, caratteristica fondamentale del pensiero moderno.
Si dice, infatti, che tutta la rivelazione è storica:
“è il parlare di Dio come evento di comunicazione di sé, come la decisione e
l’accadimento del parlare, del parlare agli uomini come ad amici” (Agostino Gasperoni,
2008). E per questo abbiamo già letto DV 1, 2.
E’ storica nel suo inizio, che è la creazione.
Dio, il quale crea e
conserva tutte le cose per mezzo del Verbo (cfr. Gv 1,3), offre agli uomini
nelle cose create una perenne testimonianza di sé (cfr. Rm 1,19-20); inoltre,
volendo aprire la via di una salvezza superiore, fin dal principio manifestò se
stesso ai progenitori. (DV 1, 3)
E’ storica nel suo svolgimento.
Dopo la loro caduta, con la
promessa della redenzione, li risollevò alla speranza della salvezza (cfr. Gn
3,15), ed ebbe assidua cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti
coloro i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene
(cfr. Rm 2,6-7). A suo tempo chiamò Abramo, per fare di lui un gran popolo
(cfr. Gn 12,2); dopo i patriarchi ammaestrò questo popolo per mezzo di Mosè e
dei profeti, affinché lo riconoscesse come il solo Dio vivo e vero, Padre
provvido e giusto giudice, e stesse in attesa del Salvatore promesso,
preparando in tal modo lungo i secoli la via all'Evangelo (DV 1,3)
E’ storica nel suo compimento, che è l’evento
storico Gesù di Nazareth.
Dopo aver a più riprese e
in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio “ alla fine, nei giorni nostri,
ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio,
cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli
uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque,
Verbo fatto carne, mandato come “uomo agli uomini ”, “parla le parole di Dio ”
(Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr.
Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv
14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé
con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con
la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello
Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la
testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del
peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. (DV 1, 4 a).
Dinanzi a un Dio così fatto, l’atteggiamento più
corretto è quello suggerito in una sua lettera pastorale, In principio la
Parola, da Carlo Maria Martini: mettersi spiritualmente in ginocchio “per
adorare con commozione e gioia il mistero di un Dio che si rivela e si
comunica, che si fa ‘buona notizia’ per noi, Vangelo”.
Dio si comunica nella storia e per ciò stesso dà grande
valore alla storia stessa, quindi al mondo e agli uomini che ci vivono.
Infatti, “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo
Figlio unigenito (… ) perché si salvi per mezzo di lui” (Giovanni, 3,16-17).
E la parola di Dio “ci dice come l'amore del Padre
ha raggiunto in Cristo le varie situazioni umane, le ha rese vere, le ha
illuminate e purificate dal di dentro, le ha aperte a nuove e insospettate
possibilità. La vita, la morte, l'amicizia, il dolore, l'amore, la famiglia, il
lavoro, le varie relazioni personali, la solitudine, i segreti movimenti del
cuore, i grandi fenomeni sociali, tutta questa vita umana, insomma, ci viene
consegnata dalla parola di Dio in una luce nuova e vera. E noi, mentre
incontriamo questa Parola, incontriamo noi stessi, il nostro passato, il nostro
futuro, i nostri fratelli.” (Carlo Maria Martini, 1981).
Stefano Gentili
lunedì 5 novembre 2012
6. IL VATICANO II: ROTTURA O RIFORMA?
C’è
una domanda che ha sempre aleggiato nel dopo concilio e si manifesta ancora
oggi: il Vaticano II, nel suo essere stato un evento epocale, ha rappresentato
nella storia della Chiesa una ‘rottura’ o una ‘riforma’.
Tema
delicato nel quale non mi addentro più di tanto, ma anche semplice se seguiamo
quanto Benedetto XVI ha detto alla Curia romana nel discorso di auguri natalizi
del 23 dicembre 2005 (quarantennale della chiusura del Vaticano II):
“Emerge la domanda:
perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è
svolta in modo così difficile?
Tutto dipende dalla
esatta interpretazione del Concilio o – come diremo oggi – dalla sua giusta
ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e applicazione.
I problemi della
recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a
confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra
silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti.
Da una parte esiste un’interpretazione
che vorrei chiamare ‘ermeneutica della discontinuità e della rottura’ (…).
Dall’altra parte c’è
‘l’ermeneutica della riforma’, del rinnovamento nella continuità dell’unico
soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel
tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo
di Dio in cammino”.
Benedetto
XVI si pone sul solco dell’ermeneutica della riforma, “come l’hanno presentata dapprima Papa Giovanni XXIII nel suo discorso
di apertura del Concilio dell’11 ottobre 1962 e poi Papa Paolo VI nel discorso
di conclusione del 7 dicembre 1965”.
E
cita le parole del primo quando diceva che il Concilio “vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o
travisamenti”. E continuava: “Il
nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci
preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e
senza timore a quell’opera che la nostra età esige…E’ necessario che questa
dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia
approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro
tempo”.
Ma attenzione: la parola
riforma
in bocca ad un papa tedesco ha certamente una valenza assai pregnante.
E poi, non si può non
pensare al ‘carattere dirompente’ che molti passaggi dei documenti conciliari e
le conseguenti decisioni assunsero all’interno di un cattolicesimo
frequentemente attardato su posizioni conservatrici e attraversato dalla
nostalgia di un improponibile ritorno al medio evo. I più avvertiti sentirono
tremare la terra sotto i piedi, quasi come aveva provato, trent’anni prima, uno
dei protagonisti del Diario di un parroco di campagna di Georges Bernanos:
“Oggi si legge in tutta tranquillità la famosa enciclica di Leone XIII, come se
fosse una qualsiasi notificazione per la Quaresima. Ma, a quell’epoca...
abbiamo creduto di sentire la terra tremare sotto i piedi. Quale entusiasmo!”.
Anche oggi si leggono ‘in
tutta tranquillità’ molti passi del Concilio. ‘Ma a quell’epoca…’.
Lo percepì bene un grande
oppositore del Concilio, il cardinale Alfredo Ottaviani, “l’inflessibile
custode della tradizione, fiero oppositore della riforma liturgica e del nuovo
messale, l’uomo che nei confronti del Concilio formulò il giudizio più
tranciante: ‘Spero di morire prima che finisca, così potrò morire cattolico’.”
(Aldo Maria Valli, 2011).
Stefano Gentili
venerdì 2 novembre 2012
5. IL CONCILIO DELLA CHIESA, DI CRISTO, DELL’UOMO
Mi sembra particolarmente
azzeccata la definizione del Vaticano II come il Concilio della Chiesa, di
Cristo, dell’uomo.
Il Concilio Vaticano II è
stato l’unico concilio, tra i 21 riconosciuti dalla Chiesa cattolica, che abbia incentrato la sua attenzione sulla Chiesa.
L’obiettivo era quello di ritrovare la Chiesa alla piena luce della fede: cioè alla luce
di Cristo.
‘Chiesa sii ciò che sei’ è
quello che il Concilio le ha ricordato.
Proprio concentrandosi
sulla Chiesa, l’insegnamento del Vaticano II verte – in ultima istanza – su
Cristo, sul rapporto della Chiesa a Cristo e dell’uomo a Cristo.
Infatti, così facendo il concilio ha
finito per operare una specie di ‘relativizzazione’ della Chiesa stessa.
Nei suoi documenti la
Chiesa non è vista come grandezza a sé stante, ma è rimandata sia al Cristo, da
cui riceve essere e struttura, sia al mondo, nel quale essa è inviata come
segno e strumento di salvezza. Si tratta di una relativizzazione che ha posto
più chiaramente la Chiesa in relazione sia con la sua origine, sia con la sua
missione nel mondo (Rosino Gibellini, 2009).
Da questa de-centrazione
operata dal Concilio deriveranno conseguenze di grande valore: la centralità della
Parola di Dio, una mobilitazione di tutte le componenti della comunità
ecclesiale sia a livello di direzione della Chiesa (con la collegialità
episcopale) sia a livello di laici, che sono chiamati ad assumere le loro
responsabilità; un senso più forte della missione in termini di servizio, un
rapporto non più antagonistico ma di solidarietà con il mondo nel quale si
trova ad operare, un rapporto di dialogo e di attiva ricerca dell’unità con le
altre comunità cristiane, un rapporto di dialogo e di collaborazione con le grandi tradizioni religiose dell’umanità.
Stefano Gentili
lunedì 29 ottobre 2012
DEI VERBUM RELIGIOSE AUDIENS: LA CENTRALITÀ DELL'AUDIRE
PITIGLIANO, 18 DEL POMERIGGIO. Lettere del Concilio (2)
La DV è una guida per riflettere sui principi di
rinnovamento in tutti gli altri documenti conciliari, perché “indica la fonte
prima da cui procede ogni ‘aggiornamento’ nella Chiesa, ossia la Parola di Dio”
(Carlo Maria Martini, 1993). E’ un po’ ” la ‘perla’ del Concilio, la ‘magna
charta’ della Parola di Dio” (René Latourelle, 2000). Essa si occupa della Bibbia
come il deposito scritto della Parola di Dio o della sua auto-rivelazione.
Il proemio è veramente straordinario e
rivoluzionario. “Esso presenta il Concilio che parla di se stesso, che svela la
sua autocoscienza e si pone come esempio per quel ‘popolo degli ascoltanti
della Parola’ (Karl Rahner) che sono chiamati a essere i cristiani. La
centralità – così biblica – dell’audire, dell’ascolto, che caratterizza la
postura del Concilio e dunque della Chiesa, è decisamente innovativa” (Enzo Bianchi, 2008). “E’ come se l’intera
vita della Chiesa fosse raccolta in questo ascolto da cui solamente può
procedere ogni suo atto di parola” (Joseph Ratzinger).
In religioso ascolto della
parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia, il santo Concilio fa sue
queste parole di san Giovanni: “ Annunziamo a voi la vita eterna, che era
presso il Padre e si manifestò a noi: vi annunziamo ciò che abbiamo veduto e
udito, affinché anche voi siate in comunione con noi, e la nostra comunione sia
col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo ” (1 Gv 1,2-3). (DV 1)
La citazione del prologo della Prima lettera di
Giovanni (1Gv 1,2-3) annuncia il tema centrale e la parola chiave della Dei
Verbum e dell’intero Concilio: comunione. Comunione che scaturisce dalla
comunicazione che Dio, il Dio trinitario, cioè il Dio che è comunione nel suo
stesso essere, fa della sua vita agli uomini e che si manifesta pienamente in
Cristo (Enzo Bianchi, 2008).
Piacque a Dio nella sua
bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua
volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo
fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi
della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2
Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile
(cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici
(cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per
invitarli e ammetterli alla comunione con sé. (DV 1, 2).
Per essere “ecclesia docens”, la Chiesa deve essere “ecclesia
audiens”: per avere una Parola da insegnare, la Chiesa deve prima averla
ascoltata (Enzo Bianchi, 2008).
Parole che non hanno attinto alla PAROLA talvolta
transitano per le nostre comunità ecclesiali. È forse necessario che accada
l’incontro con la fede, così descritto dal poeta cattolico Clemente Rebora:
“Quasi maestro agli altri mi porgevo; / ma qualcosa
era dentro me severo: / Ferma il mio dire, se non dico il vero. / La Parola
zittì chiacchiere mie”.
Stefano Gentili
sabato 27 ottobre 2012
4. IL MESSAGGIO DELLA SALVEZZA CON LA MEDICINA DELLA MISERICORDIA
Il Concilio ha
rappresentato il punto di riferimento più alto nella vita della Chiesa del XX
secolo, aprendo ad essa un nuovo cammino.
Si è pronunciato su
importanti argomenti e ha consegnato alla Chiesa ricchi documenti di dottrina e
di azione: 4 Costituzioni (1 pastorale, 1 liturgica, 2 dogmatiche), 9 Decreti,
3 Dichiarazioni.
Il cardinale Giacomo
Lercaro, Padre conciliare, riferì in seguito le intenzioni di Giovanni XXIII,
peraltro note. Il Vaticano II è “un concilio che non definisce nuove dottrine,
un concilio che non condanna, ma un concilio che cerca un linguaggio con cui
presentare a tutti gli uomini il messaggio della salvezza”.
Agli eventuali errori, era
solito dire il Papa, bisogna opporsi con lo spirito dell’amore. Alla severità
era preferita “la medicina della misericordia”.
In occasione della
inaugurazione, il Papa pronuncia l’allocuzione ‘Gaudet mater ecclesia’ nella
quale dichiara, appunto, terminata la stagione delle condanne e asserisce che:
“Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina
della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore” (7,2).
L’immagine che si
ripresenta alla mente con maggiore insistenza è quella di Papa Giovanni XXIII
alla finestra che saluta i fedeli la sera dell’11 ottobre 1962, lì convenuti per la
fiaccolata d’inizio Concilio, ai quali tiene un saluto bellissimo culminato
nella famosa frase “tornerete a casa, troverete i vostri bambini, fate una
carezza ai vostri bambini e dite questa è la carezza del Papa”.
Ecco, appunto: la carezza.
“E’ quella di una Chiesa
che dà carezze, di una Chiesa che si sa chinare sui mali del proprio tempo,
sulle complessità della vita, sulle difficoltà della vita e le lenisce con
bontà, con misericordia, in modo carezzevole” (Vito Mancuso 2012)… la Chiesa del
Concilio, la Chiesa di Gesù.
Stefano Gentili
martedì 23 ottobre 2012
LA LITURGIA FONTE E CULMINE DELLA VITA CRISTIANA
PITIGLIANO, 18 DEL POMERIGGIO. Lettere del Concilio (1)
Diamo inizio alle “Letture conciliari” con alcuni passaggi lievemente ragionati del primo documento approvato dai Padri, la SACROSANCTUM CONCILIUM (costituzione sulla sacra liturgia).
Essa ci offre una chiara comprensione della liturgia:
essa è tutta la vita del Figlio divenuta, con la Pasqua, la vita della Chiesa e
chiamata a essere, ogni giorno, la vita di ogni cristiano” (P. Marini, 2009).
LA LITURGIA È TUTTA LA
VITA DEL FIGLIO CHE SI È FATTO PER NOI REDENZIONE
La liturgia infatti,
mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell'eucaristia, ‘si attua l'opera della nostra redenzione’,
contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e
manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera
Chiesa. (SC 2)
Quest'opera della
redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio
nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell'Antico Testamento, è stata
compiuta da Cristo Signore principalmente per mezzo del mistero pasquale della
sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione, mistero col
quale ‘morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha restaurato la vita’.
(SC 5)
Pertanto, come il Cristo
fu inviato dal Padre, così anch'egli ha inviato gli apostoli, ripieni di
Spirito Santo. Essi, predicando il Vangelo a tutti gli uomini , non dovevano
limitarsi ad annunciare che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci
ha liberati dal potere di Satana e dalla morte e ci ha trasferiti nel regno del
Padre, bensì dovevano anche attuare l'opera di salvezza che annunziavano,
mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita
liturgica. (SC 6)
La sua (di Cristo)
umanità, nell'unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra
salvezza. (SC 5)
Cristo è sempre presente
nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. (SC 7)
È presente con la sua
virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che
battezza. (SC 7)
È presente nella sua
parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra
Scrittura. (SC 7)
LA LITURGIA È LA VITA
DELLA CHIESA CHIAMATA AD ESSERE MEMORIALE DEL MISTERO PASQUALE
Dal costato di Cristo
dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. (SC
5)
Mediante il battesimo, gli
uomini vengono inseriti nel mistero pasquale di Cristo: con lui morti, sepolti
e risuscitati, ricevono lo Spirito dei figli adottivi, ‘che ci fa esclamare:
Abba, Padre’ (Rm 8,15), e diventano quei veri adoratori che il Padre ricerca.
Allo stesso modo, ogni volta che essi mangiano la cena del Signore, ne
proclamano la morte fino a quando egli verrà. (SC 6)
Perciò ogni celebrazione
liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la
Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa ne
uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado. (SC 7)
La sacra liturgia non
esaurisce tutta l'azione della Chiesa. Infatti, prima che gli uomini possano
accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione.
(SC 9)
Nondimeno la liturgia è il
culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da
cui promana tutta la sua energia. (SC 10)
Il lavoro apostolico,
infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il
battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte
al sacrificio e alla mensa del Signore. A sua volta, la liturgia spinge i
fedeli, nutriti dei ‘sacramenti pasquali’, a vivere ‘in perfetta unione’; prega
affinché ‘esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede ‘; la
rinnovazione poi dell'alleanza di Dio con gli uomini nell'eucaristia introduce
i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa. Dalla
liturgia, dunque, e particolarmente dall'eucaristia, deriva in noi, come da
sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella
santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla
quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa. (SC 10)
LA LITURGIA È LA VITA DEL
CRISTIANO
Essa infatti è la prima e
indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito
cristiano. (SC 14)
In tal modo la liturgia,
mentre ogni giorno edifica quelli che sono nella Chiesa per farne un tempio
santo nel Signore, un'abitazione di Dio nello Spirito, fino a raggiungere la
misura della pienezza di Cristo , nello stesso tempo e in modo mirabile
fortifica le loro energie perché possano predicare il Cristo. Così a coloro che
sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle
nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi , finché
ci sia un solo ovile e un solo pastore. (SC 2)
Culmine verso cui tende
l'azione della chiesa, insieme la fonte da cui promana la sua virtù, la
liturgia con il suo universo celebrativo è “una
grande educatrice al primato della fede e della grazia: è quello che chiamiamo
l'aspetto mistico della liturgia, che non vanifica il cammino ascetico di cura
minuziosa di tutte le osservanze liturgiche, ma che costituisce il cuore e
l'anima” (Carlo Maria Martini).
“Oggi, occorre credere di più nella potenza della
liturgia. D’ora innanzi sarà forse necessario confidare meno nei nostri atti e
nella nostra volontà e più nella potenza dell’azione liturgica che è sempre
potenza di Dio nella forza dello Spirito Santo. A noi spetta il compito di
celebrare la liturgia nell’integralità del suo significato, nell’umile
splendore dei suoi gesti e nella semplice e nobile bellezza dei suoi antichi
riti” (P. Marini, 2009).
Stefano Gentili
Iscriviti a:
Post (Atom)