mercoledì 18 settembre 2013

PADRE VINCENZO D’ASCENZI: UN PRETE, UN UOMO


Il 5 settembre 2013 è morto padre Vincenzo D’Ascenzi. Dal giorno successivo riposa in pace nella sua Valentano.
Mentre partecipavo al suo funerale ripensavo alla sua persona, ai vari incontri avuti con lui, all’affetto durato nel tempo tra me, Rossella e lui che, di tanto in tanto, si concretizzava in e-mail, telefonate e qualche fugace incontro: l’ultimo all’Isola del Giglio prima del tremendo incidente, dal quale è poi riuscito solo parzialmente a riprendersi. Altrimenti avrebbe superato di gran lunga gli 85 anni.
Che bella persona è stato. Che bel prete.
Nel ripercorrerne alcuni tratti, mi sono reso conto ancor di più dell’attualità di alcune sue intuizioni. Dello spirito di animazione e creatività proprio della sua natura. Del suo essere un leader.
E del suo posizionarsi sempre in avanscoperta, sulla linea del fronte, come un autentico gesuita.

Tra le sue svariate pubblicazioni ce n’è una (del 1998) che nel titolo lo rappresenta meglio: “Vincenzo D’Ascenzi. Un prete, un uomo"  (tutti i virgolettati del mio ricordo sono presi da lì). Consiglio di leggerlo o rileggerlo per chi lo ha già fatto. Specialmente ai sacerdoti.
Se ripenso al gesuita Padre Vincenzo, ricordo appunto il prete e ricordo l’uomo. Proprio su questi due tratti egli si sofferma nella premessa del libro, parlando della curiosità della gente sulla vita del prete. “C’è chi lo vuole vedere sulla vetrina dell’altare del Signore e c’è chi lo vuol vedere uomo fra gli uomini, in piazza, senza tonaca e mescolato alla vita comune a tutti. Chi radicalizza queste aspettative, secondo me, sbaglia perché dimezza la dimensione propria di un prete che è portavoce di Dio e, nello stesso tempo, portavoce dell’uomo, con tutti i problemi che gli uomini e le donne portano con sé.”
E’ possibile realizzare questa duplice dimensione nell’esistenza di un prete – si domandava?
“Questa è stata la grande scommessa della mia vocazione di sacerdote e gesuita della Compagnia di Gesù. Dico la verità, io mi sento pienamente uomo e…spero, con l’aiuto di Dio, veramente prete”.

Padre Vincenzo INCROCIÒ LA NOSTRA DIOCESI IL 20 SETTEMBRE 1980, quando, a bordo di una 750 lasciò Ferrara e si diresse ad Orbetello, inviatovi dai suoi superiori, dove tra l’altro era vescovo il fratello Giovanni.
Vi si trattenne fino al 1 luglio 1983 quando, sempre i suoi superiori, lo destinarono alla parrocchia dell’Addolorata di Grosseto.
Il mio primo ricordo risale ai primi mesi del 1981, allorché eravamo fortemente impegnati nella battaglia referendaria per l’abolizione della legge sull’aborto.
E precisamente, ad un dibattito al teatro Salvini di Pitigliano a rappresentare la parte nostra, quella di chi voleva la vita del feto-bambino difesa ad ogni costo e rammento che rappresentò le ragioni della vita in modo asciutto, argomentato, chiaro e scientificamente ineccepibile. Non era facile in un periodo nel quale la foga social-comunista e radical-femminista facevano la voce grossa, dopo la vittoria sul divorzio e l’ascesa elettorale.

Ma lui c’era abituato essendo stato per 16 anni a Ferrara, regione rossa a tutto tondo, occupandosi della questione operaia e marxista, partecipando a dibattiti con pezzi da novanta come Lucio Lombardo Radice, matematico, pedagogista e dirigente comunista e Aldo Tortorella, responsabile delle politiche per la cultura della segretaria nazionale del PCI.
E vivendo a stretto contatto con quella cultura, che tutto inglobava, controllava e di tutto si occupava, ‘dalla culla alla tomba’, come si diceva.
Li avviò un lavoro veramente pionieristico, quasi di frontiera: L’APERTURA DI UN DIALOGO CON IL MONDO DELLE SINISTRE, “un dialogo culturale, non partitico”, ma che contribuirà all’apertura di un nuovo dibattito (eravamo in quella fase nazionale che culminerà nel compromesso storico). Lavoro che lo vide spesso in prima linea e da solo, e gli creò non poche critiche da parte di chi non condivideva la sua scelta di lasciare, comunque, aperto uno spiraglio, per avviare un dialogo con quel mondo.

Ciò non gli impediva di criticare fortemente il materialismo dialettico marxista, che per lui non si poteva conciliare con la fede cristiana, e di avanzare anche vere e proprie accuse, come quella che egli rivolgeva ai comunisti,”di tradire le attese del popolo poiché esso non era a favore di una legge sull’aborto ma fu spinto verso questa scelta da una ragione di opportunismo politico per aumentare il blocco compatto della sinistra e del fronte laico, per indebolire la Democrazia Cristiana”.
Più flessibile era sul materialismo storico “non come unica spiegazione della dinamica della storia, ma come componente da considerare”.
Soprattutto in  Chiesa, durante le omelie, non si metteva mai ad usare parole dure e polemiche contro i comunisti (a differenza della stragrande maggioranza dei parroci di allora), perché quei pochi comunisti-cattolici che avevano il coraggio di superare il sagrato, non vi avrebbero più fatto capolino.
La sua preoccupazione, infatti, oltre ad essere culturale, era pastorale. Diceva: “Questo fronte della mediazione tra la fede e il costume, fra la cultura e le abitudini e i modi di pensare della gente è una mia costante preoccupazione. Sono convinto che i ‘lontani’ vadano avvicinati con umanità, senza giudicarli, senza spirito di condanna”.
Ma sempre avendo lo zaino carico “di preparazione culturale e di sicurezza della propria identità”.

Insomma in quel 1981 di fuoco la sua persona competente a ricca di esperienza ci fu di grande aiuto in quella battaglia di civiltà.
Poi lo incroceremo molte altre volte in piccole e grandi iniziative diocesane. La sua attenzione al mondo giovanile (sul quale aveva terminato di scrivere un libro proprio in quagli anni: “La questione giovanile negli anni 1968-1978”) ed alla dimensione sociale fu molto preziosa anche per noi. Ma, come solito, poco capita e valorizzata.

In diocesi FU DESTINATO AD ORBETELLO, dove ha insegnato religione al classico ed ha favorito l’apertura del centro culturale Tre Fontane presso il palazzo abbaziale dotandolo di una biblioteca. Il centro promuoveva incontri culturali, iniziative sociali, come doposcuola, e animazione teatrale. Ha avviato la fondazione della parrocchia nella periferia di Neghelli mentre con il titolo di ‘facente funzione di parroco’ celebrava in un prefabbricato e successivamente in una scuola.
Durante quei tre anni viveva per cinque giorni alla settimana al Palazzo Abbaziale e due giorni doveva recarsi nella comunità dei Gesuiti di Grosseto o di Follonica.
Tre anni di permanenza nella diocesi che Padre Vincenzo ricorda (nel suo libro) come periodo di sicuro arricchimento, specie su due fronti: “quello di collaborare coi preti diocesani e quello di avere avuto come vescovo un fratello di sangue” (Giovanni D’Ascenzi).

Riguardo ai preti diocesani dice, nel libro autobiografico, di aver potuto conoscere meglio la loro vita, “le loro difficoltà, il loro isolamento, il loro spirito di sacrifico, ma anche, a volte, la loro inerzia, dovuta anche alla vita di tutti i giorni, con scarsità di stimoli. La loro solitudine, dovuta anche ad ambienti diffidenti, politicamente e culturalmente, in paesini isolati, dove fuori del bar o dell’osteria – in sui si discute di sport e di caccia – ben poco si trova. Ho conosciuto anche dei preti generosi, dinamici, che, nel loro piccolo paese, rappresentavano tutto per la gente”.
La collaborazione ravvicinata con il fratello gli ha fatto comprendere, fra l’altro, “la fatica dei vescovi nel governare una diocesi, nel dover lavorare ‘con i buoi che sono in stalla’, come suol dirsi; ha potuto “vedere da vicino come si lavora e come si può operare realizzando progetti pastorali diocesani per sviluppare quella unione e quella concordia che non sono così facili da realizzare anche fra il clero”.
Si sente tutta l’ansia del gesuita, rigoroso nella comprensione dei fenomeni nuovi, mai domo dinanzi alle inerzie e abituato ad una vita di comunità che indubbiamente aiuta a sviluppare unione e concordia.

Non dobbiamo infatti mai dimenticare, parlando di padre Vincenzo D’Ascenzi, che egli ERA UN GESUITA.
Ultimo di sei fratelli, ha potuto conoscerne solo tre perché i primi due erano morti prima della sua nascita. Alla sorella Teresa era molto legato e la considerava come una madre; il fratello Giovanni fu sicuramente colui che incise di più sulla sua formazione giovanile “per il suo senso di disciplina, l’applicazione allo studio, la coerenza, la puntualità nell’ottemperare gli impegni assunti nella vocazione sacerdotale” (tutte doti che gli rimarranno anche da Vescovo e che posso testimoniare).
Nato nel 1928 a Valentano, formalizzò la decisione di entrare nel noviziato dei Gesuiti il 21 ottobre 1945.
Era giovane e di quel periodo ricorda come fondamentale per la sua formazione la figura del Padre Maestro Adolfo Bachelet, fratello di Vittorio, che sarà ucciso dalla Brigate Rosse. La chiarezza straordinaria di Padre Paolo Dezza, la grande sensibilità del belga Padre Giorgio Delannoye al quale, annota, “devo la scoperta del senso dell’analogia, contro l’univocità”.
Ultimati gli studi teologici e filosofici maturava il desiderio di andare in Missione, oltre oceano, ma la salute cagionevole indusse i superiori a dis-orientarlo da quella direzione.
Fu così che nacque l’orientamento verso un apostolato di tipo sociale che – ricorda – “mi faceva sentire un po’ missionario”. E i superiori glielo concessero.
Nello stesso periodo si verificava quello che lui chiama “l’evento fondamentale, che da anni attendevo, il coronamento di anni di attesa, di studio e di preparazione interiore”: la sua ordinazione sacerdotale e la prima Messa celebrata il 5 luglio 1959, nella Basilica di S. Maria Maggiore, in Roma.

LA SUA FORMAZIONE DURÒ UN PERIODO PIUTTOSTO LUNGO, in tutto 16 anni, dai 17 ai 32. Un percorso assai impegnativo composto da 2 anni di noviziato, 3 di studi umanistici, 3 di studi filosofici all’Università Gregoriana, 3 di Magistero, 4 di Teologia e 1 Terzo anno di probazione (un terzo anno di noviziato al termine del quale, dopo aver trascorso dieci anni nella Compagnia, il candidato viene ammesso per fare la professione solenne dei tre voti finali di povertà, obbedienza e castità e di un quarto voto solenne, specifico dei gesuiti, di speciale obbedienza al Papa).
Nel periodo di Magistero, tra i 24 e i 27 anni fece l’esperienza come educatore, un anno in Romagna, a Cesena e due anni a Frascati ed anche nella parrocchia romana di San Roberto Bellarmino. Durante i 5 anni di teologia ebbe a frequentare il carcere per minorenni a Porta Portese. Li conobbe mons. Agostino Casaroli, futuro segretario di stato vaticano, che “una o due volte alla settimana passava molto tempo con i ragazzi”.
Tutto questo ha rappresentato lo zoccolo duro della sua preparazione, agganciata alla seria e metodica conduzione degli studi e incamminatasi sulla visione aristotelico - tomistica della filosofia, che ha potuto utilizzare come metro di giudizio critico verso altre filosofie con cui si è confrontato, senza chiusure o tabù.
La sua preparazione fu arricchita da un interesse nel settore biblico, mediante l’analisi di alcuni testi di san Paolo (sul quale scrisse, sotto forma di dispense, prendendo in esame la Lettera ai Corinzi: Paolo di Tarso ai cristiani di oggi), e da tre autori cristiani che egli riteneva sue “guide nella ricerca di una mediazione nel mondo sociale, politico e culturale”: don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani e Padre Pierre Teilhard de Chardin. Tre giganti del pensiero cristiano del ‘900 e ancora poco compresi e valorizzati.
Le sue letture preferite spaziavano dai classici russi come Dostoevskij ad autori inglesi quali Bruce Marshall, Graham Green, Cronin. Oltre a Le Costituzioni e gli Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola, La vie spiritelle di Lallemand e Les écrit spirituels di Padre Leonce de Grand-Maison. Oltre naturalmente ad Umanesimo Integrale di Jacques Maritain.
                                                 
La molta farina del suo sacco la utilizzò a Ferrara nella scuola (15 anni al Liceo classico  Ariosto), nella predicazione in Duomo alla messa di mezzogiorno, nella direzione dell’Istituto di cultura religiosa della Casa Giorgio Cini, nell’assistenza spirituale ad un gruppo di docenti universitari, che sviluppavano le tematiche di frontiera, tra scienza e fede; nel rapporto con i giovani fatto di iniziative, di attività spirituali, formative, sportive, campeggi estivi ed invernali. E, come detto, nell’apertura del dialogo col mondo marxista.
Anche se nel 1978 accettò di fondare una parrocchia, dedicata a San Giuseppe lavoratore, nella zona più rossa della città, vicino alle fabbriche della Montedison, di fatto, SINO AL 1980 IL SUO LAVORO SI ORIENTÒ PRINCIPALMENTE NELLA DIREZIONE DEL FRONTE GIOVANILE, CULTURALE E DELLA SCUOLA.

Tutto questo sicuramente lo realizzò ma lo provò anche fisicamente, tanto che i suoi superiori ben pensarono di direzionarlo verso zone più aperte al sole, come appunto la Maremma. Dapprima nella diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello, con il principale scopo di alimentare iniziative di tipo culturale, ma dedicandosi anche ad una comunità parrocchiale in formazione, poi a Grosseto nel 1983 proprio come parroco. In seguito a Pescara dove concluderà la sua vita pastorale, per rientrate nella comunità dei Gesuiti di Ariccia dedicandosi agli esercizi spirituali ed alla elaborazione di scritti molto interessanti.

La VITA DA PARROCO nel triangolo Orbetello-Grosseto-Pescara APRIRÀ LA SECONDA FASE DELLA SUA VITA SACERDOTALE. Per la verità la sua esperienza da parroco a tempo pieno inizierà veramente solo nel 1983 a Grosseto.
E a 50 anni, da parroco, incontra tutte le fasce sociali che compongono il tessuto della parrocchia e con esse istaura un dialogo fatto di affetto, condivisione, amicizia. Ad iniziare dai bambini. “L’affetto di cui mi circondavano – considerandomi un po’ il loro babbo – era un dono gratuito, spontaneo e, per me, del tutto nuovo”.
Continuando, con rinnovato vigore, il contatto con i giovani. Ribadiva infatti che: “è fondamentale che il prete si occupi dei giovani, prima di tutto perché il loro mondo è sicuramente più pulito di quello degli adulti e anche perché rappresentano il futuro dell’umanità”.
Scopre anche il valore delle devozioni popolari, per le quali nutriva più di qualche diffidenza, visto il sottile confine con il fanatismo e le feste del Patrono, grazie alle quali poteva avvicinare persone che non andavano mai in chiesa.

Anche nell’ambito della vita da parroco ha sempre portato lo spirito di animazione, di creatività e soprattutto ha cercato di trascinare il popolo a lui affidato come il pastore fa con le sue pecore.
Questa immagine del ‘pastore’ la assumeva volentieri perché – diceva – “come da ragazzo ho anche badato alle pecore, con un bastone in mano, occupandomi sia della mungitura, sia del pascolo, da adulto mi sono trovato a condurre tanti gruppi giovanili, in campeggio facendo il capocordata, o comunque, il capofila dei sentieri di montagna”.
Questa caratteristica del condottiero che trascina è un aspetto che si è consolidato nel corso della sua vita. “Il parroco – affermava infatti – deve essere un animatore e un pastore e quindi a suo modo è anche lui una guida”.
Una guida che sa lasciarsi coinvolgere dalla vita della gente. “Se il prete vuole veramente entrare in relazione con le persone che gli ruotano accanto o che incontra casualmente – diceva - deve realmente ‘mettersi nei panni’ dei suoi interlocutori, altrimenti rischia di rimanere semplicemente un osservatore asettico. Facendo una scelta di ‘immersione’, però, il prete deve avere il coraggio di uscire dalle sue sicurezza, uscire dalla prospettiva canonica e mettersi sull’uscio della chiesa, all’aperto, lì dove palpita l’umanità e rischiare, sulla sua pelle, anche di beccarsi il fatidico ‘colpo d’aria’, cosa che, certamente, non può capitare a chi resta barricato in sacrestia. Sono pienamente convinto che per capire la gente, è quanto mai necessario uscire dal proprio mondo, un po’ ovattato e, perciò, tranquillo e rasserenante, per entrare in quello degli altri”.
E proprio lui - che aveva giocato la prima parte della sua vita sulla cultura come terreno di confronto con i lontani o come veicolo per un approccio, nei confronti di chi cerca la fede – aggiungeva: “nella mia esperienza di parroco ho scoperto che le persone nel prete non cercano tanto l’uomo di scienza, quanto l’umanità, la capacità di ascoltare, di penetrare i cuori, la bontà e la disponibilità”.

Nelle omelie si imponeva di parlare in modo che chiunque entrasse in chiesa fosse stimolato ad ascoltare. Tendeva ad evitare i discorsi abituali di chiesa, discorsi ripetitivi, che lasciano un po’ tutti indifferenti, perché ascoltati troppe volte.
L’impegno a tradurre concetti, dogmi e verità in un linguaggio corretto ma al contempo accessibile, con l’utilizzo di categorie e codici propri della gente comune,
è stato un obiettivo costante della sua attività sin dagli anni giovanili. “E’ inutile che io parli – si ripeteva – se non sono capito”.

A Grosseto riuscì a realizzare la sua mai sopita passione missionaria avviando l’iniziativa di un gemellaggio con una missione operante nel Kerala, a Sud dell’India, e qui contribuendo a realizzare la costruzione di un villaggio con 110 casette, la chiesa, il dispensario medico, la scuola materna e la casa delle suore.
La realizzazione, rendicontata sino all’ultima lira (mi sembra di vederlo!), si concluse nel giro di tre anni e gli permise, parole sue, “di toccare la generosità della gente nei confronti delle missioni” e di scoprire in Maremma “la forza di un popolo, un popolo generoso in tutte le occasioni”. E di allargare il fronte missionario in Brasile, Madagascar, Filippine, Sri Lanka, Africa, dove ebbe l’opportunità di avere uno straordinario incontro con Madre Teresa di Calcutta.

L’ansia evangelizzatrice lo spingeva a sperimentare soluzioni nuove come gli esercizi spirituali nella vita corrente realizzati a Grosseto. Si trattava di veri e propri esercizi spirituali, di taglio ignaziano, realizzati però intorno ad un tema o ad un personaggio, “utilizzato come paradigma della nostra vita interiore”. Un esperienza da vivere nell’arco di tempo di cinque giorni, con un impegno quotidiano di due ore, in cui seguire le proposte di riflessione, facendo il ‘deserto del cuore’, da riprendere nelle restanti ore del giorno, senza trascurare le normali attività lavorative e familiari, evitando però accuratamente occasioni distruttive inutili (telefono, televisione…) per favorire altri momenti di concentrazione interiore.


Nel suo modo di essere prete risaltava IL SUO ESSERE PIENAMENTE UOMO, a tutto tondo. “Lei, prima di essere un prete è ‘n omo, per questo si va d’accordo”, gli diceva la proprietaria della Tenuta grossetana ‘La Trappola’, Giuliana Ponticelli, persona schietta e splendida, che ho avuto anche io l’onore di incrociare.

• Uomo ad iniziare dall’attaccamento orgoglioso alle sue radici. Diceva: “Quando mi chiedono ‘Di dove sei?’. Con un tono, tra il serio e il l’ironico, rispondo che sono etrusco. Lo faccio per destare meraviglia è vero, ma anche perché mi sento fiero delle origini della mia terra antica…Mi si perdoni questo orgoglio: l’attaccamento alle mie radici mediato dalla famiglia, dal territorio, dalle piante, dai panorami e dalle pietre”.

• Uomo nel suo godere delle bellezze naturali. Ha sempre avuto bisogno di contatto con la natura: dalle scalate verso le alte vette alle lunghe camminate sui sentieri impervi, dalla cura dell’orto, del giardino, del pollaio al legame col cane (Boss) e il gatto.
La montagna è stata una passione che ha coltivato per tutta la vita. “Per me la montagna è sport, rifugio per disintossicarmi dalle fatiche, dalle tensioni e dalla confusione. Ha rappresentato una scuola di vita e di carattere e mi ha allenato a superare molte difficoltà…E’ anche un’occasione preziosa per far conoscere ai giovani le bellezze della natura…e può educare alla contemplazione a rientrare in se stessi”.

• Uomo nel suo essere profondo amante della libertà. La passione che nutriva sin da piccolo per i cavalli dice, lui stesso, essere stata legata al fatto che gli  “comunicavano il senso della libertà e dell’avventura”. Come quella per quell’indipendente del gatto, “che dà retta al padrone, ma fino ad un certo punto”.
Siffatto suo modo di essere lo ha portato a rifiutare qualsiasi situazione che potesse limitarla, sia in campo sociale che ecclesiale. In quest’ultimo non era catalogabile vicino a nessuna associazione o movimento (che penso ritenesse abbastanza chiusi e talvolta settari) fatta, forse, eccezione per gli scout che apprezzava per il loro particolare legame con la natura.

• Uomo nel vivere (per condividere) la vita in tutti i suoi aspetti.
Padre D’Ascenzi riteneva che il prete dovesse essere una persona normale in tutti gli aspetti della vita, anche in quelli che a prima vista meno vengono accostati alla sua figura, come gli affetti e il rapporto con il mondo femminile.
Il prete “è un uomo che prova dei sentimenti, quindi se viene lasciato affettivamente solo, se non si sente amato e stimato da nessuno, può cadere in una forma depressiva. Un prete solo non può essere un prete felice”.
“Amate i sacerdoti – diceva – comprendeteli, correggeteli e, infine, avete misericordia per i loro errori; in fondo sono uomini”.

Il prete, per lui, avrebbe dovuto almeno una volta nella vita fare addirittura  l’esperienza dell’innamoramento e comunque vivere la dimensione paterna e quella, per così dire, nunziale. Quest’ultima nel senso di avere la capacità di maturare l’educazione a vivere “un rapporto di vera e fraterna amicizia con donne di qualsiasi età”.
Ricordava, infatti, che “la donna possiede una forza di pazienza, di coraggio, di generosità e di dedizione, che noi uomini neppure ci sogniamo. La donna può costituire un ‘tu’ di dialogo e di verifica che ti aiuta anche a conoscere te stesso e le tue potenzialità nascoste”.
La donna “ti può incoraggiare quando lasceresti perdere, quando sei scarico, ti può mostrare comprensione quando sei incompreso e solo. Con la sua intuizione, può aprirti nuove strade a cui da solo non arriveresti. Può sostenerti negli stessi progetti apostolici che magari da solo non avresti coraggio ad intraprendere”.
Insomma “può costituire un punto di forza psicologico formidabile che dà la carica e la spinta anche a un prete” che – per Padre Vincenzo – “sia chiaro, prima di tutto trae forza dalla fede nel suo Signore che è insostituibile”; ma che è pur sempre un essere umano “che ha bisogno di quel lubrificante che viene da un affetto puro e limpido d’una cara amica”.
Insomma, secondo il suo pensiero, le donne nella vita di un prete sono importanti, ma è essenziale “che rispettino la tua vocazione-destinazione-consacrazione al Signore lasciandoci il cuore libero per tutti”.
E non pensava minimamente alla moglie del prete; anzi, riteneva che almeno nel nostro contesto culturale, la gente preferisca un prete celibe.
Ma, aggiungeva, “capace ad esprimere anche i sentimenti della paternità  della nuzialità su un piano diverso rispetto agli altri uomini, per così dire libero”.
Che franchezza, che libertà, che bellezza!

• Uomo capace di vivere e talvolta esprimere i sentimenti positivi e negativi che si provano nella vita.
Da quelli di gioia e soddisfazione, come “restituire pace e serenità ai cuori, provare la gioia per la nascita e il battesimo di un bambino, essere felice nel vedere la crescita di bambini, adolescenti, adulti che, pur avendo avuto la loro crisi in campo religioso, le hanno superate”.
Ai dolori e alle tragedie, come quella volta che ha “celebrato il funerale di quattro giovani, dai 20 ai 23 anni, che erano deceduti in un incidente stradale, sull’Aurelia”. Fu difficile “anzi impossibile celebrare senza piangere”. Ma anche il dispiacere per le ingratitudini e per l’indifferenza “che è peggiore dell’odio”. A cui aggiungeva “lo spirito settario, lo spirito della conventicola, di chi vuole farsi un guscio, un circolo chiuso di amici scelti”.

Una volta lasciato il servizio pastorale, per raggiunti limiti d’età, HA VISSUTO UN ALTRO TEMPO DELLA SUA VITA NELLA CASA DI SPIRITUALITÀ DEI GESUITI AD ARICCIA, vicino Roma.
Lì ha tenuto varie volte corsi di esercizi spirituali e si è potuto dedicare di nuovo a mettere per iscritto riflessioni maturate nel tempo e che sono un vero scrigno prezioso da cui continuare ad attingere, che qui riporto con una breve recensione.
Lui, che in larga parte della sua vita ha insegnato, può continuare a farlo con gli scritti che ci ha lasciato.
Ecco le ultime pubblicazioni.
 
ALDO GIACHI UN MISSIONARIO GESUITA IN CARROZZELLA  (2006)
Il volume fa conoscere a tutti uno straordinario gesuita, Aldo Giachi, disabile ma grande uomo d'azione e pieno d'energie.

TEILHARD DE CHARDIN A FRONTE DELLA GLOBALIZZAZIONE (2007)
Padre Vincenzo presenta un Teilhard che può rispondere alle domande sul futuro della nostra umanità, la quale si trova a fronteggiare problemi nuovi: la salvaguardia dell'ambiente e dell'ecosistema, la conservazione dell'identità delle culture in una società sempre più multietnica, la sfida della globalizzazione in un mondo diventato villaggio globale. Su queste nuove frontiere il pensiero di Teilhard si rivela sempre più profetico e carico di speranza e di ottimismo.

IL FASCINO DEI MONTI. DALL'ALPINISMO AL TABOR  (2007)
Qui Padre Vincenzo offre una riflessione che lega una esperienza vissuta di camminatore e guida alpina di tanti ragazzi con quella di sacerdote guida spirituale. Egli, che per circa 40 anni ha guidato i giovani a scalare le montagne, suggerisce un altro alpinismo: quello dello Spirito, ossia la scalata della montagna della Vita, la montagna più difficile da scalare.

SIGNORE INSEGNACI AD AMARE LA VITA (2009)
Qui sono contenute una serie ordinata di meditazioni condotte sullo stile degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola, trattando il tema dell’amore per la vita.

IGNAZIO DI LOYOLA (2009)
Padre D’Ascenzi  descrive Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, come uomo di frontiera tra la chiesa e il mondo, che parte dalla riforma della coscienza come fondamento di tutte le altre riforme, istituzionali, legislative, sociali.

SIGNORE INSEGNACI A PERDONARE (2010)
In questo saggio sono contenute una serie ordinata di meditazioni condotte sullo stile degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola, trattando il tema del perdono.

FUGA DALLA CASA DEL PADRE E IL CORAGGIO DI TORNARE (2011)
In questo scritto padre D’Ascenzi prende spunto dall'accostamento delle Avventure di Pinocchio e della parabola detta del Figliol prodigo, per porre il problema della solitudine degli adolescenti e dei giovani di oggi. Sostiene che entrambe le figure rappresentano una sorta di situazione senza tempo vissuta dai ragazzi, quella fuga dalla famiglia pur necessaria per imparare a conoscere il mondo. Tuttavia, si domanda: la famiglia di oggi, quale sostegno affettivo reale e solidale dà ai figli? Quanto è capace di dare sicurezza a chi spicca il volo, quanto invece prevale la sola cura materialistica che nasconde il vuoto relazionale e morale?
Le vicende di Pinocchio e del Figliol prodigo dicono che una riconciliazione è possibile: è necessario da parte degli adulti ritrovare quella dimensione attenta, affettivamente partecipe, pur nella giusta distanza al cammino dei figli.
Come il Padre della parabola lucana che ha seguito il principio dell'Amore e del perdono per accogliere il figlio che ha trovato il coraggio di tornare e riappacificarsi con la propria storia.

IL FASCINO DELLA PERSONALITA' DI GESU' (2011)
Vestito di un semplice mantello, Diogene andava cercando l'uomo con la lanterna in pieno giorno per le vie di Atene. Cercava ovviamente l'uomo ideale, che nella pratica non esisteva, perché tutti erano corrotti, venduti, ipocriti... Anche noi – dice Padre D’Ascenzi - cerchiamo l'uomo: l'uomo vero, autentico, che pensa con la sua testa, che è libero dall'assedio delle chiacchiere che viaggiano alla velocità di internet per portarci a credere in false promesse. Quest'uomo c'è: si chiama Gesù di Nazareth. È un uomo con una personalità affascinante, che vale la pena di approfondire, riscoprire e imitare.

Io e Rossella siamo onorati di averlo incrociato nella nostra vita, di aver fatto con lui  un breve tratto di strada gomito a gomito, di esserci rimasti in contatto sino ad oggi.
Continueremo ad esserlo in modo spirituale.
E’ stato bello…perché egli era una ‘bella persona’.


Stefano Gentili

lunedì 25 marzo 2013

“NELLA CHIESA DEL TEMPO ULTIMO SI IMPORRÀ IL MODO DI VIVERE DI SAN FRANCESCO”



Aligi, un caro amico, due giorni fa mi faceva notare un curioso periodo contenuto nel calendario di Frate Indovino di quest’anno, al mese di marzo.
In fondo alla pagina di questo mese, all’interno del riquadro ‘Hanno detto di lui’, è riportata la seguente frase attribuita a Benedetto XVI: “Nella Chiesa del tempo ultimo si imporrà il modo di vivere di san Francesco che, in qualità di ‘simplex’ e ‘illitteratus’, sapeva di Dio più cose di tutti i dotti del suo tempo, perché egli lo amava di più”.
Chiesa dell’ultimo tempo…Francesco… Un brivido è transitato per la schiena…

Calma e gesso.
Intanto il testo non è di Benedetto XVI, ma di Joseph Ratzinger e risale al suo periodo giovanile (‘anni 50), quando fece la tesi di abilitazione all’insegnamento su San Bonaventura.
E probabilmente riporta il punto di vista del francescano Bonaventura da Bagnoregio (magari condiviso dal futuro pontefice).

Inoltre il “tempo ultimo” – per dirla con Ugo Sartorio - non è il tempo che verrà, un futuro indefinito che un giorno, chissà quando, ci sarà dato da vivere.
Il tempo ultimo è quello inuagurato da Gesù Cristo ed è il presente attraversato dall’«oggi» di Dio, da una possibilità sempre nuova di schierarsi dalla parte del Vangelo e delle sue Beatitudini.

Certo, però, che meditare questa frase poco dopo l'elezione a Vescovo di Roma di un pontefice che parla di povertà e di poveri e si chiama Francesco...fa una certa impressione.

Stefano Gentili

martedì 19 marzo 2013

FRANCESCO nella Messa di inizio Pontificato: «Non dobbiamo aver paura della bontà»



Cari fratelli e sorelle!

Ringrazio il Signore di poter celebrare questa Santa Messa di inizio del ministero petrino nella solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e patrono della Chiesa universale:
è una coincidenza molto ricca di significato, ed è anche l’onomastico del mio venerato Predecessore: gli siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza.

Con affetto saluto i Fratelli Cardinali e Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli laici. Ringrazio per la loro presenza i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, come pure i rappresentanti della comunità ebraica e di altre comunità religiose. Rivolgo il mio cordiale saluto ai Capi di Stato e di Governo, alle Delegazioni ufficiali di tanti Paesi del mondo e al Corpo Diplomatico.

Abbiamo ascoltato nel Vangelo che «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello» (Esort. ap. Redemptoris Custos, 1).

Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e con amore ogni momento. E’ accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.

Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge.

In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo.

E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E’ il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!

E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna.

Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!
Ma per “custodire” dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!

E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!

Oggi, insieme con la festa di san Giuseppe, celebriamo l’inizio del ministero del nuovo Vescovo di Roma, Successore di Pietro, che comporta anche un potere. Certo, Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta? Alla triplice domanda di Gesù a Pietro sull’amore, segue il triplice invito: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle. Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, è straniero, nudo, malato, in carcere (cfr Mt 25,31-46). Solo chi serve con amore sa custodire!

Nella seconda Lettura, san Paolo parla di Abramo, il quale «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18). Saldo nella speranza, contro ogni speranza! Anche oggi davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi speranza.

Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio.

Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza: Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato!

Chiedo l’intercessione della Vergine Maria, di san Giuseppe, dei santi Pietro e Paolo, di san Francesco, affinché lo Spirito Santo accompagni il mio ministero, e a voi tutti dico: pregate per me! Amen.

Papa Francesco


I neretti sono miei.
Stefano Gentili

giovedì 14 marzo 2013

FRANCESCO I


«Annuntio vobis gaudium magnum:
habemus Papam!
Eminentissimum ac reverendissimum dominum,
dominum JEORGIUM MARIUM
Sanctæ Romanæ Ecclesiæ Cardinalem BERGOGLIO,
qui sibi nomen imposuit FRANCISCUM»

Wow!
Stefano Gentili

martedì 12 marzo 2013

…QUI SIBI NOMEN IMPOSUIT “FRANCESCO I”


…il quale si è imposto il nome di  Francesco I.
Ecco l’annuncio che attendo dal Conclave che eleggerà il 266 Pontefice.
Perché possa accadere una cosa simile  è necessario che i cardinali stiano “dal tetto della Cappella Sistina in su”, come ebbe a dire una volta il cardinal Dionigi Tettamanzi, e non al di sotto del tetto o negli scantinati.
Vieni, Santo Spirito manda a noi dal cielo un raggio della tua luce.
Stefano Gentili

venerdì 8 marzo 2013

GIOVANNI D’ASCENZI: AGIVA COME UN UOMO DI PENSIERO E PENSAVA COME UN UOMO DI AZIONE



Toscana Oggi Confronto mi ha chiesto un ricordo del Vecovo Giovanni D’Ascenzi, recentemente defunto.
Riporto il testo dell’intervista, fatta da Giovanni Gentili, e apparsa questa settimana sulle pagine del nostro settimanale diocesano (con qualche piccolissima variante che, probabilmente, non è entrata nello spazio del giornale) e titolata IL PENSIERO UNITO AL FARE.

Abbiamo chiesto una intervista di ricordo del Vescovo Giovanni D’Ascenzi a Stefano Gentili, di fatto uno dei laici che vi operò a più stretto contatto, in ragione della sua nomina a presidente diocesano dell’Azione Cattolica avvenuta nel 1976 e durata per tutto il periodo della sua permanenza in diocesi.

Stefano, che ricordo porti con te del Vecovo Giovanni D’Ascenzi?
Lo ricordo con un affetto ancora molto vivo. Fu Vescovo illuminato della nostra diocesi nel delicato e strategico periodo 1975-1983. Ricordo il suo ingresso il 21 dicembre 1975, in un pomeriggio piuttosto freddo e le sue prime parole sopra un palco in Piazza della Repubblica. E ricordo la sua uscita verso la diocesi di Arezzo, una mattina con appena una piccola valigia di indumenti personali, accompagnato da me e pochi altri. I saluti ufficiali (mi sembra di ricordare piuttosto freddi) li aveva ricevuti in precedenza. Eppure, nessuno come lui aveva tentato di modificare radicalmente il modo di evangelizzare della nostra Chiesa diocesana. E fu grazie a lui, alla sua intelligenza, che ci si consolidò come diocesi.

In che senso consolidò la diocesi?
In quel periodo si pose fine alle amministrazioni apostoliche, iniziate dopo la morte del Vescovo Luigi Pirelli nel 1964, e la nostra terra ebbe di nuovo un Vescovo tutto per sé. Grazie a ciò la diocesi prese consistenza territoriale - dopo aver lasciato sul campo le parrocchie di Alberese e Rispescia (11.02.1976) - dapprima, con l’inclusione delle parrocchie di S. Fiora, Bagnolo e Bagnore (28.10.1977), poi con l’aggiunta dell’Abbazia delle Tre Fontane (10.06.1981) - e specie con quest’ultima operazione - assunse una fisionomia definitiva che successivi scossoni non sono stati in grado di modificare.

Hai detto che il Vescovo D’Ascenzi cercò di modificare profondamente il modo di evangelizzare. Spiegati meglio.
Rispetto alla situazione ecclesiale piuttosto stagnate e in declino che si trovò dinanzi, Monsignor D’Ascenzi dette la sveglia e provocò una forte scossa tellurica.
Specie attraverso i Convegni di Palidoro (ma anche quelli successivi di Triana, Pitigliano, Orbetello) l’azione della nostra Chiesa fu messa a ferro e a fuoco, nel senso che tutta la sua pastorale fu sottoposta ad un vaglio molto accurato e furono individuati i passi idonei a produrre il cambiamento. Interessante sarebbe rileggere quei documenti che prevedevano una nuova mentalità, soprattutto nel clero, che in larga parte si trovò impreparato.
Si parlava di passare dalla sacramentalizzazione alla evangelizzazione, vivere una liturgia rinnovata e carica di significati, prestare attenzione al primo annuncio e ad una catechesi adeguata ai tempi (vi fu il varo del direttorio catechistico e l’organizzazione di Corsi biblici: lo ricordo uno a Triana con il famoso biblista fiorentino, Valerio Mannucci), di individuare una specifica terapia per la evangelizzazione della popolazione di campagna, allora ancora numerosa, di spingere la Chiesa a dialogare e confrontarsi con il mondo moderno alla luce della propria visione dell’uomo, dare il giusto spazio ai laici, visti in primo luogo come trasformatori del mondo. Di far passare l’idea che la dottrina sociale cristiana era parte essenziale dell’evangelizzazione (quanti momenti formativi vi furono!), creare spazi e luoghi per una elaborazione culturale di ispirazione cristiana (nel 1981 nacque il settimanale diocesano ‘Confronto’ e decollarono i Centri culturali Fortezza Orsini di Pitigliano, Tre Fontane di Orbetello e Silvio Piccolomini di Triana).
Poi di rianimare l’attività delle parrocchie e favorire l’avvio della pastorale d’ambiente, specie nel campo del lavoro e della scuola e in tal senso riorganizzare la collocazione degli stessi sacerdoti. Di valorizzare il carisma dei religiosi e delle religiose e affermare la centralità della diocesanità, piuttosto assente in quel periodo.

E i laici furono coinvolti?
Non poche di quelle azioni prevedevano il coinvolgimento diretto dei laici e delle loro organizzazioni, Azione Cattolica in primis, ma anche di categoria (maestri, insegnanti, universitari, medici, lavoratori) sia nella fase della testimonianza che in quella della elaborazione pastorale: videro la luce i primi Consigli Pastorali Diocesani, composti da molti laici, anche di provenienza, per così dire, extra-moenia. Il primo del 1977 era articolato in 20 sacerdoti, 6 suore e 27 laici, oltre al Vescovo. Per allora fu una vera rivoluzione. Ricordo non pochi volti spaesati e altri piacevolmente sorpresi. E poi, la Triana.

Cioè, vuoi dire i campi scuola diocesani.
Si, il Vescovo D’Ascenzi riuscì ad ottenere, credo in comodato d’uso, il suggestivo Castello di Triana, dove l’Azione Cattolica iniziò nel 1978 ad organizzare i campi scuola diocesani.
E quelle esperienze furono fondamentali per la fede di molti ragazzi e giovani: da quell’anno alla metà degli anni ’90 sono transitati alla Triana una media di 250 ragazzi all’anno.
Lì maturarono decisioni e impegni che condussero un bel gruppo di giovani, oggi adulti, ad acquisire perlomeno una forma mentis conciliare ed a trasferirla nei gruppi parrocchiali, allora di una certa consistenza numerica. Presero corpo vocazioni alla vita laicale adulta e trovarono spazio quelle di speciale consacrazione, come quella della segretaria diocesana del movimento studenti di azione cattolica, Franca Lacchini, poi diventata monaca di clausura.

Ho sentito dire che alcuni lo ricordano più come un vescovo politico, non nel senso partitico, ma molto orientato sul sociale. C’è del vero?
Intendiamoci, Giovanni D’Ascenzi fu in primo luogo un pastore connotato da una forte spiritualità, ma lo fu seguendo i doni che la provvidenza gli aveva concesso.
E lui, un po’ per la sua precedente esperienza nel mondo rurale (assistente ecclesiastico nazionale della Coltivatori Diretti) giunta sino al livello internazionale, un po’ per i dettami conciliari, voleva una chiesa diocesana più intraprendete, aperta al mondo, non chiusa in sacrestia e in azioni di culto sempre meno vissute.
Anche a noi giovani di azione cattolica, che pure ci trattava come figli, più volte ci rimproverò chiamandoci “quelli della chitarra”, per segnalare il rischio che la nostra fede si curvasse pericolosamente in atteggiamenti esclusivamente intimistici, allora piuttosto di moda in campo ecclesiale.
Tanto per dire della sua sensibilità, ricordo un episodio apparentemente curioso: durante la predicazione a Triana degli esercizi spirituali ai giovani, nel poco tempo libero che aveva, lo rammento con in mano con un testo di Luigi Sturzo. Sacerdote si, ma che sacerdote!

In concreto quali azioni intraprese?
Nel settembre del 1977 favorì addirittura la costituzione del Comitato Permanente per la promozione socio-culturale della montagna amiatina, alla luce della perdurante crisi economica e occupazionale di quella zona.  Nel marzo 1979 una serie di interessanti conversazioni sull’occupazione giovanile, l’Europa e di natura religiosa videro la presenza di relatori d’eccezione, come Giuseppe De Rita, Cesare Dall’Oglio, Mario I. Castellano, Pietro Pavan.

Tutte cose che ai più interni all’ambiente ecclesiastico, a iniziare dalla grande maggioranza dei sacerdoti, apparvero eccentriche nel senso di marginali, periferiche, bizzarre, rispetto al cuore dell’evangelizzazione. Ma tu pensa!
In realtà, riuscì ad aprire canali comunicativi con molte persone allora considerate extra-ecclesiam, anzi alcune contra-ecclesiam e lo fece interessandosi della vita reale della gente organizzando, tra l’altro, corsi per la viticoltura, l’agricoltura, l’arte del ferro e del legno, del restauro murario. Era un modo per riaffermare la centralità del lavoro per la dignità della persona ed un segnale alla sua Chiesa di prestarvi le dovute attenzioni. E poi chissà quanto questo suo interessamento ha favorito ripensamenti, avvicinamenti, quanto meno dubbi, nel campo della fede e della stessa chiesa.

Alcuni ricordano ancora un grande convegno di laici cattolici impegnati nel socio-politico. Che ricordi hai?
Ho il ricordo della fatica di dattiloscrivere gli opuscoli che si consegnarono e delle telefonate del Vescovo sin dalle 6,00 della mattina. Era molto mattiniero. Penso si alzasse alle 4,00.
Questo primo incontro di laici cattolici (corredato da due opuscoli dai titoli significativi: “Per una presenza attiva ed efficace della nostra Chiesa nella società” e “Missione dei laici nella Chiesa e nella società”) ebbe luce nel marzo 1982. In quella occasione  il Vescovo – dopo avere enucleato una serie di problemi della nostra zona (invecchiamento, disoccupazione-emigrazione giovanile, denatalità, distacco tra sociale e politico) – ricordava: “mio dovere è denunciare i problemi e suscitare la vostra sensibilità all’impegno serio per risolverli con spirito di servizio per amore della giustizia”. Ed invitava i laici cristiani a “conoscere bene, e perciò studiare, lo squilibrio e le distorsioni presenti nel nostro territorio, ricercarne le cause vere e profonde, così da proporre rimedi efficaci”, ad “acquisire una conoscenza adeguata della Dottrina sociale della Chiesa” ed a “lavorare uniti per una presenza efficace”.

E i cattolici impegnati seguirono quelle indicazioni?
Direi proprio di no, purtroppo.
Però, la nostra Chiesa si apriva al mondo, al sociale, alle professioni, spingeva per la creazione di cooperative giovanili, dialogava e sfidava il mondo della politica sia nella parte più istituzionale, allora egemonizzata da personale comunista e socialista, che in quello partitico con l’allora naturale riferimento alla DC sempre più in fase declinante.
Con in mano la dottrina sociale cristiana – presentata in diversi corsi o giornate di riflessione e aggiornamento - la Chiesa diocesana, specie nel suo vertice - appariva all’avanguardia anche rispetto a chi aveva fatto fino allora del progresso e dell’uguaglianza il proprio vessillo.

Qualcun altro lo rammenta come uomo del fare.
Si è vero, era un uomo che faceva, realizzava anche strutture o le restaurava. Ma tutte a servizio della comunità ecclesiale o civile, delle parrocchie, dei giovani. Basti ricordare a Pitigliano il restauro della Chiesa di San Rocco, il complesso restauro della Cattedrale improvvisamente crollata nel 1977, della canonica attigua, della Casa del Giovane, la creazione dell’Oratorio del Getsemani, il pressoché totale recupero del Cassero del Palazzo e delle altre strutture della Fortezza Orsini, il restauro dei ruderi di San Francesco. Poi il recupero e la sistemazione integrale del Castello della Triana, la ristrutturazione della casa canonica di Porto Ercole, l’acquisizione della Villa di Valentano a servizio del Seminario diocesano, il progetto (e la posa della prima pietra) della nuova Chiesa e delle opere parrocchiali del quartiere di Neghelli ad Orbetello, la ricostruzione della Chiesa di Poggioferro.
E, sia chiaro, tutte queste strutture le voleva ad opera d’arte, perché mons. D’Ascenzi aveva anche una spiccata sensibilità per il bello e il ben fatto. Alcune volte lo ricordo (e altre lo immagino) mentre rimbrottava e consigliava architetti, muratori, falegnami, fabbri perché facessero opere le più belle possibili e a prezzi contenuti o anche gratis.

Del rapporto tra Vescovo e sacerdoti cosa ricordi?
Da parte del Vescovo, per quello che potei notare, oltre all’affetto paterno di cui non posso dubitare, vi fu attenzione alle loro esigenze personali (con importanti momenti formativi) e logistiche (sistemazione di strutture parrocchiali fatiscenti), ma anche molta franchezza e potestà decisionale. Non pochi furono gli spostamenti di sede di parroci per il bene della diocesi e delle singole parrocchie. Nei documenti di Palidoro si parlava anche di un argomento delicato come quello della perequazione economica tra sacerdoti.
Azioni che ad alcuni piacquero, ma che ad altri rimasero sullo stomaco. Ma si sa, chi governa decide, chi decide sceglie, chi sceglie talora scontenta.

Insomma che bilancio faresti?
Non sono in grado di fare un bilancio, perché per molti tratti è misterioso: cosa ne so io, ad esempio, l’effetto che nel cuore delle persone hanno avuto le tante sue bellissime prediche, le sue opere di carità, i consigli e gli aiuti che elargiva. Il suo modo di porsi si muoveva tra atteggiamenti cordiali e raffinati e altri piuttosto ruvidi e schietti. Se doveva dirti che una cosa non andava bene, non lo mandava a dire e l’affetto lo dimostrava più con i fatti che con le parole.
Di lui si può dire che “agiva come un uomo di pensiero e pensava come un uomo di azione”.
Di quel frangente posso solo ricordare che l’entusiasmo fu tanto specie dai parte dei laici e della gente comune, la sorpresa per la sua azione fu enorme e le resistenze lo furono altrettanto. Non mi sorpresero quelle esterne, mi colpirono quelle interne.

Rimpianti?
No, il rimpianto non è contemplato nel vocabolario cristiano.
Io e Rossella gli abbiamo voluto molto bene e abbiamo collaborato con lui con gioia e imparando molto nel campo della fede, credo che anche lui ci abbia voluto bene: ci ha lasciato in dono, a me un rosario, a Rossella una Madonna con bambino.
Anche allora, noi giovani di Azione Cattolica, per bocca di Rossella, in un incontro di congedo al Santuario del Cerreto (nel maggio 1983) lo salutammo con le parole di Giobbe: “Così piacque al Signore, così è avvenuto: sia benedetto il nome del Signore”.
Con le stesse parole accogliemmo il suo successore.

Stefano Gentili

mercoledì 6 marzo 2013

QUEI CATTOLICI CHE STANNO CON GRILLO: IN ASCESA GLI ELETTORI CHE VANNO IN PARROCCHIA E A MESSA E VOTANO IL MOVIMENTO 5 STELLE



A completamento dei precedenti post sul voto presunto dei cattolici, inserisco un articolo tratto da Famiglia Cristiana del 5 marzo che riporta un sondaggio Ipsos.

"Anche i cattolici sono sempre più attratti dal Movimento Cinque Stelle. È quanto emerge da un'indagine Ipsos che ha mappato il voto dei cattolici recatisi alle urne il 24-25 febbraio.
È sospendente notare come ai grillini sia andato il 19,9% dei consensi di chi dice di frequentare la messa ogni domenica. Pdl e Pd sono i primi partiti col 24% dei voti; ma la formazione di Bersani fa registrare un calo di dieci punti rispetto a dicembre 2012, mentre l'emorragia che ha colpito il partito di Berlusconi e' più lenta ma costante nel tempo se si considera che dal settembre 2011 ha perso l'11% dei voti dei praticanti.
Ed è impressionante la progressione di Grillo tra l’elettorato cattolico: a settembre del 2010 raccoglieva solo il 2,3% dei consensi, valore salito al 10% a dicembre del 2012 e poi raddoppiato, appunto il 19.9%, al momento delle consultazioni.
Tutto sommato, rispetto al risultato generale, va bene per Scelta Civica di Monti che racimola l'11,8% dei voti dei cattolici 'assidui'. Udc e Fli rimangono invece al palo: solo il 3,3%, qui il travaso di preferenze verso la lista del premier è stato evidente.

Nel complesso le formazioni di centrodestra raccolgono il 34,5%, quelle di centro sinistra il 26,8%, il centro il 15,1%. È comunque preoccupante come quasi il 30% di chi contattato da Ipsos abbia deciso di non andare al seggio elettorale, e questo perché, evidentemente, non c'era alcuna lista in grado di rappresentarlo.

C'è da aggiungere che se sommiamo i cattolici impegnati, ovvero coloro che partecipano in modo assiduo alla vita delle parrocchie, e gli assidui, ovvero chi va tutte le settimane a messa, si arriva a una consistente fetta dell'elettorato di tutti i partiti.
E per la precisione al 29% di chi si è espresso a favore del Pd, al 35% di chi ha dato la propria preferenza a Berlusconi. Si piazza bene il Movimento Cinque Stelle col 25%. Ma la 'palma d'oro' va a Monti, che raccoglie il 44%.
Il politologo Alberto Gambino, professore di diritto Civile all'Università Europea di Roma, aggiunge che "oramai i cattolici votano come tutti gli altri segmenti di elettori". E visto che la campagna elettorale, aggiungiamo noi, è stata caratterizzata per nulla dai temi etici e principalmente da quelli economici, evidentemente queste sono le priorità anche per i cattolici.
Gambino rimarca il fatto che "i cattolici che sono andati alle urne hanno individuato in Grillo una possibilità per uscire dallo stallo della politica. E Grillo se davvero vuole essere un elemento di novità deve rispondere alle richieste di confrontarsi sui programmi che arrivano dai partiti", soprattutto dal centrosinistra, formazione di maggioranza alla Camera".

Così è, se vi pare.
Stefano Gentili