lunedì 4 aprile 2022

POST 75 – IL PARCO NATURALE DELLA MAREMMA: DA AREA PROTETTA A AREA CHE PROTEGGE

Dovevo, con i fatti, rasserenare il clima, fornire tutta una serie di risposte urgenti, potenziare e rimotivare il personale. Ero chiamato a decidere e decisi. Avevo in mente il “Parco amico”

I protagonisti dell’operazione Commissariamento ricorderanno che, pienamente coinvolto nell’attività della Provincia, tutto avrei voluto fuorché diventare il Commissario del Parco. Anche perché gli slogan di piazza non erano del tutto incoraggianti: “Gentili: dalla padella alla brace”. E gli osservatori attenti lo interpretavano come un vero e proprio boccone avvelenato in vista delle imminenti scadenze elettorali provinciali. Avevano ragione. Ma, a differenza di quando si è liberi da ruoli, noblesse oblige e quindi al Presidente della Provincia non fu possibile dire di no. La nomina a Commissario mi fu notificata il 3 marzo 1999 ed è quindi da allora che potei essere operativo, anche se dimezzato con l’attività provinciale (fino al giugno dello stesso anno).

Nel Parco vi entrai da semi-informato. Non da disinformato, perché un Presidente di Provincia non poteva esserlo. Ma da semi-informato, nel senso che preso dalle mille problematiche provinciali e dal funzionamento dell’ente provincia, di tanto in tanto avevo fatto capolino nel Parco, nei suoi problemi e nelle sue potenzialità, attraverso incontri con il Consiglio Direttivo, il Presidente, le Associazioni di categoria, ma sempre in modo abbastanza rapido e passeggero.  Magari erano delle full-immersion, ma non potevano dare la percezione esatta delle cose. Iniziata a vivere la vita del Parco mi resi pian piano conto delle sue problematiche e potenzialità, delle ricchezze e fragilità che lo contraddistinguevano. Cosciente che il 2000 avrebbe rappresentato quasi un anno giubilare anche per il Parco (erano infatti 25 anni dalla sua istituzione), ritenni opportuno predisporre un programma e un metodo di lavoro per giungere alla redazione condivisa dei più volte citati Piano, Regolamento e Piano Pluriennale economico e sociale del Parco.

• Ma il Parco è un organismo vivo e come tale è animato da dinamiche proprie che spesso tengono funzionalmente conto più del piccolo che del grande. La gente comune, infatti, vive di micro-risposte piuttosto che di macro-enunciazioni. Ed io non sfuggii a queste dinamiche, trovandomi spinto dalla necessità di fornire risposte ad una serie di problematiche che magari ai palati più raffinati potevano apparire insipide. Ma non lo erano affatto. Per questo dovetti applicare l’antico adagio: primum vivere, deinde philosophari.

Nel prima vivere vi inclusi: la necessità di rasserenare (con i fatti) il clima tra l’ente e le aziende residenti e operanti nel Parco e le associazioni che variamente dicevano di rappresentarle; l’urgenza di fornire tutta una serie di risposte ai cittadini che in un modo o nell’altro dal Parco dovevano passare; l’opportunità di potenziare e rimotivare il personale interno all’ente. Nel poi filosofare era previsto: l’avvio della fase che doveva condurre alla predisposizione degli strumenti di programmazione; la ricerca degli strumenti idonei a fare realmente decollare i progetti di sviluppo solo enunciati; l’articolazione di uno statuto più adeguato ai tempi e alla evoluzione normativa.

Il tutto fedele ad una filosofia di Parco. Quella che lo intendeva: come sistema ambientale ove fare interagire diversi soggetti – la natura, la rete delle attività dell’uomo (agricole e turistiche), gli insediamenti storici, i luoghi di riposo, di divertimento, di immersione nella natura – ; come patrimonio comune fatto di ambiente, storia, lavoro, speranze in grado di attivare meccanismi moltiplicatori di reddito e di benessere; come area protetta (naturalmente), ma soprattutto area che protegge il benessere fisico e psicologico delle persone, nel rispetto delle altre forme di vita. Quest’ultimo concetto lo sintetizzai nel luglio 1999: “Da area protetta a area che protegge: questa, e sono parole del commissario Stefano Gentili, la scommessa del futuro, che non è piccola, per il Parco della Maremma” (Giancarlo Capecchi, Un parco che protegga tutti, La Nazione, 27.07.1999).

Nella lettera che scrissi il 16 dicembre 1999, a conclusione del mio lavoro, agli Amici che vivevano e lavoravano nel Parco della Maremma dissi, tra l’altro, “Il Commissariamento straordinario è durato 9 MESI, il tempo di una ‘gravidanza’. Spero che sia nato il PARCO AMICO. Ora sta ai nuovi genitori, il Presidente e il Consiglio, educarlo e mantenerlo sulla strada amica. A me resta la soddisfazione di aver lavorato insieme a voi, unitamente ai dipendenti dell’Ente che sento il dovere di ringraziare. Voi che siete il Parco vero, che amate questo meraviglioso lembo di terra e reclamate giustamente forme di partecipazione più democratiche”.

• Ma andiamo per ordine. I nuovi rapporti che volevo instaurare avevano bisogno sia di atti amministrativi che di segni e testimonianze che il cambiamento era iniziato. Per questo motivo RIDUSSI LE INDENNITÀ DEL PRESIDENTE E DEI CONSIGLIERI. Quella del primo la equiparai all’indennità di un assessore provinciale, quella dei secondi la misi allo stesso livello dei consiglieri provinciali. Io rinunciai al mio compenso sino ad agosto. Con quella semplice operazione portai le spese per indennità a 46.000.000 nel 1999, a fronte dei 162.000.000 del 1998. Oltre che per il presente, intendevo anche dare un segnale per il futuro: al Parco non ci si colloca per accaparrarsi qualche prebenda, ma per offrire un servizio pubblico.

 

• Poi, accompagnato dall’architetto Enrico Giunta, ANDAI AD INCONTRARE ALCUNI PROPRIETARI E GESTORI DI ATTIVITÀ interne al Parco. Lo feci per ascoltare, comprendere i disagi, leggere le aspettative, insomma per sentire il loro odore. Per me emozionante fu l’incontro con la signora Giuliana Ponticelli, proprietaria della Trappola, che era in contenzioso con il parco per un progetto di Birdwatching. Che donna. Mi disse che lei lavorava nel rispetto rigoroso della tradizione maremmana, in una dimensione esistenziale e non economica. Da quando sono nata – disse – non è stato tirato su un mattone alla Trappola al fine speculativo e la tipicità maremmana della Trappola è stata sempre da me rigorosamente tutelata: non ha mai fatto parte di un disegno economico. Tutti gli animali allevati qui sono il risultato di varie generazioni di produttori, non ultima la mia. Ne uscii emozionato ed edificato.

 

• Non potevo naturalmente sfuggire alla delicata, quanto reclamata od osteggiata, azione di CONTENIMENTO DELLA FAUNA IN ECCESSO, o meglio, di ristabilimento di un adeguato equilibrio ecologico, ormai saltato. Uno studio effettuato sulla gestione degli ungulati tra il 1994 e il 1996 ed una successiva ricerca sull’andamento demografico della popolazione del daino, avevano fatto emergere un quadro preoccupante: si parlava di 2.700 daini. Per i cinghiali il discorso era analogo: solo nell’estate 1998 erano stati avvistati 482 piccoli riprodotti in quel periodo. Le azioni condotte sino ad allora dall’ente parco, quanto a catture e abbattimenti, erano state evidentemente insufficienti. E non lo dicevo io, ma il Comitato scientifico. Le sperimentazioni effettuate dal 1996 non avevano offerto accettabili garanzie e risultati. Avevano fallito la sterilizzazione del daino femmina poi, uno dopo l’altro, il sistema dei recinti con rete, le reti a caduta, i lacci di caucciù, le tavole con chiusura a scatto. Che dovevo fare, stare fermo?

Con i miei collaboratori più stretti riflettemmo, ci consigliammo, chiedemmo il parere del nostro Comitato scientifico, che addirittura si espresse per ridurre al massimo e, se possibile, eliminare totalmente, la popolazione dei daini, mentre per quanto riguardava i cinghiali, auspicava un potenziamento dei piani di contenimento. Presi la decisione il 2 aprile 1999, un mese dopo il mio insediamento, con la famosa delibera n. 21, che entrò in vigore il mese successivo. Mettemmo in piedi un regolamento stralcio. Prevedeva che i daini al di fuori dell’area agricola potevano essere abbattuti solo da selecontrollori (cacciatori speciali con titoli e autorizzazioni speciali) che avessero partecipato ad un corso di formazione, mentre la cattura dei cinghiali si decise di affidarla ad un soggetto esterno, dopo l’espletamento di una pubblica gara. Invece i daini e i cinghiali all’interno dell’area agricola potevano essere catturati solo dal nostro personale di vigilanza, se necessario, insieme ai proprietari e ai conduttori dei fondi (per interventi mirati e saltuari). Ogni singolo piano di intervento doveva essere sottoposto all’esame e all’approvazione del Comitato scientifico, che determinava modalità e numero dei prelievi. Organizzammo i corsi di formazione integrativi per i selecontrollori che avevano già fatto il corso con la Provincia e quello per i proprietari e i conduttori che prevedeva anche il superamento di un test. I danni all’agricoltura relativi al primo semestre del 1999 li pagammo nel luglio dello stesso anno.

• Peraltro, mettemmo in piedi una serie di azioni che si configuravano come un vero e proprio sistema. Prevedevano: l’attivazione, con il Dipartimento di Biologia Evolutiva dell’Università degli Studi di Siena, di una ricerca quadriennale per lo studio e la gestione della teriofauna (mammiferi di piccola e media taglia: da noi daino, cinghiale e capriolo) del Parco che avrebbe dovuto condurre alla stesura di un piano complessivo di gestione della fauna selvatica; la predisposizione di azioni efficaci di sterilizzazioni al posto di quelle inefficaci fatte sino allora; l’approvazione di un progetto per la produzione di colture a perdere (gradite agli ungulati) nelle quali concentrare gli animali, senza dover procedere agli abbattimenti, ma tentando di limitare i danni alle aree coltivate della zona protetta; l’attivazione di una collaborazione con l’ARSIA per porre in opera, nelle zone maggiormente soggette ai danni da fauna selvatica, un sistema di recinzioni provvisorie elettrificate; la realizzazione della recinzione lungo l’itinerario faunistico/forestale a completamento dei tratti precedentemente realizzati (Vergheria e Romitorio) predisponendo anche un progetto per il 2000, a completamento della recinzione nelle parti del Parco ancora mancanti. Inoltre, al fine di farla finita con i numeri della presenza degli animali buttata a casaccio dagli uni e dagli altri, a seconda dei reciproci interessi, incaricammo un consulente esterno di fare una stima della loro presenza e dei danni che provocavano. Insomma, l’impianto era molto serio, rispettoso dell’equilibrio ecologico e, speravamo, efficace.

Avevo messo in conto critiche da destra e da manca e queste non mancarono. Mi arrivarono da alcuni cacciatori e agricoltori e da alcuni ambientalisti. Circa 80 animalisti italiani, fomentati da soggetti locali da quella che chiamai la Campagna di disinformazione di agosto, intasarono il nostro fax accusandomi di tutto il peggio possibile e la L.A.V. diffidò l’Ente Parco a revocare la deliberazione n. 21. La requisitoria dell’inquisitore della L.A.V. era assolutamente smodata e ci muoveva accuse del tutto fuorvianti e pretestuose. Naturalmente rispondemmo punto per punto con una contro requisitoria di 27 pagine, che sarebbe interessante andare a rileggere, ma troppo lungo riportarla in questa sede.

• Perché, poi, tenere aperti i CONTENZIOSI se si voleva crea-re un nuovo clima con gli abitanti e le aziende del Parco? Per questo ci impegnammo a chiudere tutti quelli possibili. E lo facemmo: con l’Azienda agricola dell’Uccellina mediante la sottoscrizione di un atto di transazione; con l’Azienda agricola La Trappola relativamente alla strada di accesso a Bocca d’Ombrone e al citato nuovo percorso di Birdwatching; con l’Azienda agricola Le Cannelle riguardo a vari interventi effettuati in località Cannelle di Talamone; con l’Azienda agricola Tombolello circa la pineta omonima. Gestimmo anche la problematica inerente la posa in opera di bitume fresato lungo alcune strade del Parco (che effettuammo a nostre spese) e predisponemmo gli atti necessari per procedere alla redazione e sottoscrizione dell’eventuale convenzione con l’Azienda agricola Vivarelli Colonna. Tra i contenziosi, ma pensa te, c’era anche quello riguardante il comportamento da tenere nei confronti dei pescatori lungo la foce dell’Ombrone, oggetto di poca chiarezza circa le competenze dei vari enti. Grazie a questo feci la scoperta anche dei punti foranei: mancava la individuazione di una linea (una riga su carta) che traguardasse il punto più foraneo di una sponda del fiume Ombrone al punto più foraneo dell’altra sponda. Questa serviva per dividere le acque interne (Ombrone) di competenza del Parco, da quelle esterne sul mare, di competenza di altri. Questa carenza faceva sì che alcuni pescatori, che pescavano tra la fine dell’Ombrone e il mare, talvolta venissero multati dai Guardaparco (e se con la canna erano nella zona marina e con la lenza dentro l’Ombrone?). Questi a loro volta denunciavano le guardie alla Procura e le guardie si prendevano anche l’avviso di garanzia. La delimitazione del punto foraneo spettava alla Regione e in carenza di quell’autorizzazione predisponemmo un ordine di servizio interno nei confronti del Servizio di Vigilanza. Non avrei mai pensato di dovermi occupare di una cosa del genere.

 

• C’erano, inoltre, anche tutta una serie di PRATICHE EDILIZIE E SANATORIE che giacevano, non si sa perché, sulla scrivania. Le approvammo entrambe abbondantemente nei tempi previsti per legge (evase entro 20/30 giorni massimo dal momento del loro arrivo). Al 15 dicembre erano state evase 373 pratiche edilizie ordinarie e 33 richieste di sanatoria edilizia.

Approvammo tutta una serie di programmi di miglioramento ambientale e le relazioni agrituristiche, tramite l’agronomo che avevamo convenzionato, in tempi notevolmente più brevi rispetto agli altri enti. Alla stessa data del 15 dicembre erano stati approvati 25 programmi di miglioramento agricolo ambientale.

• Un’altra cosa per me incomprensibile era LA INCOMUNICABILITÀ TRA IL PARCO REGIONALE DELLA MAREMMA E L’AZIENDA REGIONALE DI ALBERESE. Regionali entrambi. Mi attivai subito con il direttore Marco Baglioni e nel giro di poco tempo stipulammo un accordo vantaggioso per entrambi. “La gestione commissariale ha risolto in due mesi una questione che era in sospeso da anni” dichiarò Baglioni il 31 agosto 1999 in occasione della firma della nuova convenzione (la vecchia risaliva al 1992 quando commissario era Vellutini, ed era scaduta da oltre un anno). A lui si aggiunse Mauro Ginanneschi: “È davvero cambiato il clima qui al Parco se pensiamo a quello che succedeva solo qualche mese fa…” (Gabriele Baldanzi, Tempo di pace tra il Parco e l’Azienda agricola della regione, Il Tirreno, 1.09.1999). Nella stessa occasione dissi: “Non ho fatto nulla di straordinario, solo il mio dovere, visto che tra i compiti del commissario c’era anche quello di portare a termine questo passaggio. In futuro l’Ente Parco avrà nell’Azienda un punto di riferimento, un partner”. Grazie ai corretti rapporti instaurati ed in conformità con quanto previsto dalla convenzione sottoscritta, numerosi lavori furono effettuati dal personale dell’Azienda Regionale per l’Ente Parco. Giungemmo anche alla definizione delle modalità per l’acquisto dei tre immobili già individuati nella convenzione (l’ex Frantoio, la casa del Guardiacaccia, la casa dei Pinottolai) e al reperimento dei fondi necessari (705.000.000 di lire) per procedere all’operazione.

 

• Il PERSONALE del Parco viveva in una sede indecorosa e una buona parte si sentiva un po’ padrone e un po’ assediato. Due atteggiamenti che non mi piacevano perché sbagliati entrambi. L’asse che strinsi con l’architetto Giunta dette una diversa impronta, riorganizzando anche il funzionamento interno abbastanza abborracciato. Anche per questo alcuni lasciavano trasparire una certa ostilità, non credo tanto nei miei confronti, quanto nei riguardi dello stile che il duo Gentili-Giunta aveva messo in piedi, ritenendolo prono ai nemici dell’idea di Parco che avevano loro. Una fesseria, naturalmente. Per far fronte all’accelerazione impressa, mettemmo in piedi azioni per rimpinguarlo e qualificarlo ulteriormente, favorendo anche il passaggio di qualifica di gran parte di esso. Infatti, realizzammo selezioni e concorsi interni per capoguardia e per un centralinista. Assegnammo l’incarico ad un agronomo per seguire tutte le questioni inerenti l’agricoltura, la forestazione e per la stima e la valutazione dei danni arrecati dai selvatici alle colture, assumemmo a tempo indeterminato un’architetta, acquisimmo alla dotazione organica dell’Ente 2 operai provenienti dall’Azienda Regionale di Alberese (esecutiva dal 1 gennaio 2000), mediante l’assunzione diretta della gestione del servizio di manutenzione delle strutture, dei mezzi e degli itinerari; predisponemmo anche il bando per il concorso per ulteriori guardaparco e stipulammo una convenzione con la Provincia di Grosseto per l’espletamento del concorso. Predisponemmo, infine, la gara per l’acquisto di un nuovo mezzo fuoristrada per il servizio di vigilanza, a parziale sostituzione del parco auto assai invecchiato. Organizzammo un corso di perfezionamento per la vigilanza in materia di pubblica sicurezza e atti di polizia giudiziaria e trasferimmo la vigilanza nella nuova sede dello Scoglietto, fornita di adeguata attrezzatura d’ufficio.

 

• Un discorso a parte merita poi la questione del DIRETTORE DEL PARCO. Era dal 1992, dai tempi di Ilio Boschi, che l’Uccellina ne era sprovvista. Avevano più volte tentato di bandire un concorso per individuarne uno nuovo, ma gli appetiti dei candidati, la individuazione del profilo giusto (con la diatriba se era meglio l’esperienza amministrativa e professionale o la qualificazione scientifica in materia di tutela, valorizzazione e gestione del patrimonio ambientale) e chissà quale altra diavoleria, non avevano mai permesso il suo espletamento. Il precedente consiglio si era scannato, appunto, sul fatto se doveva essere un ecologo (come voleva il presidente) o un architetto (come voleva il gruppo dei 6 che si opponevano al presidente). Io non volli neppure guardare l’elenco e i curricula dei candidati – anche se a fine settembre fui sollecitato ad adottare decisioni in merito anche dai revisori, Rambelli, Gabbrielli e Carlotti su sollecitazione della dirigente Scialanca (e la cosa non mi piacque affatto) – ma dopo poco tempo mi resi conto che il Parco il direttore già ce l’aveva. Era l’architetto Enrico Giunta, persona competente e di esperienza nonostante la giovane età, operativa, perfettamente in grado di gestire la macchina burocratica e le relazioni esterne dell’Ente. Non potevo nominarlo formalmente, ma per me il direttore era lui. Grazie a lui – e per le varie questioni agli altri dipendenti e, per le mie relazioni, a soggetti istituzionali esterni – mi fu possibile mettere in piedi tutte le azioni di quei 9 mesi.









POST 74 – IL PARCO NATURALE DELLA MAREMMA: DAL COMMISSARIO AL COMMISSARIO

La caotica situazione del consiglio del Parco nominato dopo il commissario Andrea Vellutini, portò alla nomina del nuovo commissario. Il rumore grosso dei trattori e quello più sottile di un fax azzerarono gli organismi dirigenti. E quella gatta da pelare, il 25 gennaio 1999, toccò a me

Il Parco della Maremma nacque nel giugno del 1975 per impedire lo scempio della costa. Fu una lotta dura, che prometteva vantaggi incerti e rifiutava denaro e posti di lavoro nel presente. Qualcuno, sui muri di Grosseto, scrisse in quei giorni: “Lasciateci morire di agricoltura”. Lo slogan rimbalzò sui giornali, specie La Nazione (dalla quale traggo la descrizione che segue), che cavalcò la lotta contro gli speculatori. Il Parco della Maremma – una striscia di costa di 9.000 ettari tra Principina a Mare (a nord) e Talamone (a sud), limitata, ad est, dalla ferrovia Grosseto/Roma – divenne in quel modo il simbolo di un territorio povero che si faceva carico di scelte coraggiose in nome dell’ambiente. Simbolo di una Maremma incontaminata. Di pinete, colori e odori, mare e terra abbracciati in una dimensione senza tempo, con ruderi, torri e monasteri ad osservare dall’alto. La foce del fiume Ombrone, con l’area palustre della Trappola, i colli dell’Uccellina, le splendide scogliere e il sistema dunale. Poi la flora: nelle pianure i ginepri, i lentischi, i pini marittimi e domestici. Nelle aree palustri giunchi e cannucce. Nelle zone collinari forteto, macchia mediterranea e varie specie floreali: orchidee, ginestre, papaveri gialli, crisantemi. Quindi la fauna: i buoi dalle lunghe corna e le mandrie di cavalli, oltre ai cinghiali, daini, caprioli, numerose specie di uccelli acquatici che svernano tranquilli nelle acque del padule. Bello, bellissimo, si disse. E per questo, la Toscana attivò subito altri parchi naturali: Migliarino e San Rossore, Apuane, Casentino.

• Nel 1995 quando dicevi Parco della Maremma pensavi ad Andrea Vellutini ed Ilio Boschi. Fu infatti sotto la loro guida che, tra gli anni ’80 e ’90, il Parco transitò da entità locale a luogo di dimensione internazionale, culminata con il diploma europeo per la conservazione della natura del 13 ottobre 1992. Un amore viscerale specie quello di Vellutini, testimoniato anche dal fatto che dopo la sua morte, avvenuta nel luglio 2014, le sue ceneri, come da lui richiesto, furono sparse nel mare, davanti al Parco. Naturalmente sulla sua gestione le opinioni erano variegate: positive quelle del mondo ambientalista, negative quelle degli agricoltori del Parco e dei sindaci che trovai nella comunità del Parco. Il 14 dicembre 2015, durante la presentazione del libro postumo da lui scritto, “Dalla Provincia dei ‘senza’ al paradosso di Zenone, excursus sulla storia della Maremma toscana” il figlio Carlo ricordò che quando, nel 1980, il sindaco di Grosseto Finetti gli chiese di assumerne la presidenza, gli disse che da Roma avevano deciso che l’Uccellina sarebbe dovuto diventare un modello per dimostrare che con l’ambiente si poteva fare economia. Il primo esempio di sostenibilità, materia all’epoca quasi sconosciuta. Appunto, dalla protezione dell’ambiente fare economia: era ed è questa la sfida dei parchi naturali.

 

• Perché, allora, ne parlo? Perché nell’ultimo anno della legislatura provinciale fui costretto a fare il Commissario straordinario del Parco della Maremma.

Ma perché quel gioiello, che dal marzo 1996 aveva finalmente un presidente (Niccolò Mattei) e un consiglio per la gestione della sua vita, cadde nel baratro dello scioglimento e del commissariamento? Il discorso sarebbe troppo complesso. Quello che è oggi utile ricordare è il clima incandescente di quei giorni, la incomunicabilità che si era venuta a creare tra l’Ente e le persone fisiche e giuridiche che nel Parco operavano, con in mezzo le istituzioni comunali e provinciale sballottate nel mare magnum delle polemiche. Eppure Mattei alcune caratteristiche tecniche le aveva: era biologo, ricercatore universitario e aveva avuto esperienza amministrativa nella giunta orbetellana del sindaco Minucci. Io le avevo affiancato una giovane agronoma molto in gamba, preparata, sensibile e perbene, come Simona Piccini. Poi vi erano altri consiglieri, nominati dai comuni o dalle associazioni, come Luca Urbani, Massimo Felicioni, Fausto Corsi, Giovanni Covitto, Maurizio Gonnelli, Fabrizio Goracci. Mi pare che qualcuno aveva nominato anche Teglielli (che forse sperava di fare il presidente), ma non si presentò mai.

Fatto sta che invece di partire in quarta ed affrontare le problematiche del Parco, era tutta una polemica. Più volte ricevetti Mattei, dopo tutto ero il Presidente della Comunità del Parco. Lo incoraggiavo, lo spingevo a fare gruppo all’interno del consiglio, a delineare un programma operativo concreto, a sanare le diatribe passate. Ma, confesso, che i rapporti con lui, anche se più frequenti e cordiali, mi facevano venire alla mente quelli che avevo avuto con il presidente della Rama Fiorentini, ed anche il comportamento di una buona parte del consiglio mi ricordava sempre i consiglieri della Rama dimissionati. Ciascuno riteneva di avere ragione e non sentiva ragioni. Questi ultimi ad accusare il presidente di inattività, il presidente a sostenere che quel gruppo gli voleva far fare cose non ammesse dalla legge. Io non avevo le stesse possibilità di azione che avevo avuto per la Rama, di cui la Provincia aveva la maggioranza delle azioni: in quel caso potei mandarli a casa. Qui non avevo alcun potere e la presidenza della Comunità del Parco era poco più che un ruolo formale. Personalmente non avevo problemi con alcuno di loro. Percepivo però che la politica locale, anche quella diessina, pur avendo Mattei, credo, quella provenienza, non aveva bene accettato la sua nomina. Non parliamo come lo vedeva la destra, allora in ascesa. I 6 consiglieri che gli si opponevano e che, addirittura, prima dei consigli facevano una specie di pre-consiliare, per andare avanti tutti compatti e provare ad imporre le loro decisioni, culturalmente e politicamente erano uno strano mix socialista-destra-verde. Il presidente Mattei aveva anche un bel caratterino, e pian piano si alienò le simpatie un po’ di tutti: della politica ho detto, di buona parte dei consiglieri pure, poi anche del comitato scientifico del Parco. Non parliamo poi dei proprietari e dei gestori delle aziende agricole presenti nell’area protetta. Rapporti freddissimi anche con il direttore dell’Azienda Agricola di Alberese, Marco Baglioni. Tra l’altro, da un po’ di tempo i consigli convocati dal Presidente risultavano sempre senza il numero legale. Era la paralisi.

Ma la croce non può essere interamente posta sulle sue spalle. Ricordo un evento che nei suoi aspetti più reconditi venni a conoscere solo in epoca successiva. I sei consiglieri ricordati in precedenza ad un certo punto chiesero la sostituzione della vice-presidente, Piccini, per avvicendarla con Massimo Felicioni. Cosa veramente assurda e immotivata.

La lettera che inviarono al Parco per chiedere la sostituzione di Simona era irricevibile, ma esprimeva bene il substrato culturale dei firmatari: scrissero che non poteva fare la vice-presidente del Parco perché nel frattempo era diventata mamma. Roba da pazzi. Anche se gli uffici del Parco risposero ai firmatari che non si potevano chiedere dimissioni perché una persona aveva avuto un figlio, il granitico gruppo raggiunse l’obiettivo. Rammento un incontro del consiglio del Parco a metà luglio 1997, presenti come osservatori io, l’assessore regionale Del Lungo e il vicepresidente della Regione, Ginanneschi, nel quale avvenne la sostituzione. Simona, da vera signora, aveva anticipato tutti, presentando le sue dimissioni da vice-presidente e addirittura espresse parere favorevole per votare Felicioni vice-presidente. Naturalmente nessuno, neppure Simona, mi aveva informato delle motivazioni della richiesta. L’anno dopo, delusa dal caos, si dimise proprio dal consiglio.

In quell’occasione le parole di Del Lungo furono forti e chiare: “Ho dato due mesi di tempo per verificare il funzionamento del consiglio. Tornerò a settembre per fare il punto della situazione. Mi sembra che ora si possa tornare a lavorare” (La Nazione, 12.07.1997). Fu una pia illusione. Una volta andati via io, Del Lungo, Ginanneschi, continuò il consiglio per definire le deleghe (che poi deleghe non erano, ma incarichi fiduciari del Presidente) dei singoli consiglieri e si protrasse sino a tarda sera. Non ricordo come andò a finire e se furono confermati gli incarichi assegnati da un precedente consiglio. “Potrebbe esserci stato qualche problema”, chiosava Giancarlo Capecchi. I problemi, in realtà, durarono per tutto l’anno successivo.

• Tra l’altro nella comunità del parco mi trovavo con compagni di viaggio non proprio teneri col presidente. Il sindaco di Grosseto, Alessandro Antichi, che vista l’inerzia di Mattei sul parcheggio Marina di Alberese, per il quale aveva anche inviato una soluzione, dichiarava: “Se questo è il suo modo di confrontarsi, non posso che dare ragione ai sei consiglieri che l’hanno criticato”. Quello di Magliano, Giancarlo Tei che chiedeva scadenziari anche per l’abbattimento degli ungulati, aggiungendo che per gli agricoltori del Parco “rispetto alla vecchia gestione (quella di Vellutini) non è cambiato nulla e l’agricoltura all’interno del Parco è sempre più penalizzata” (La Nazione, 8.07.1997). Uno dei componenti del consiglio, l’architetto Luca Urbani, nella precedente legislatura consigliere comunale dei Verdi, ricordava che il presidente Mattei era di fatto sostenuto solo dal Coordinamento ambientale di “Barocci and company” e dai verdi regionali che, a suo dire, “o sono male informati o mirano solo a colpire il Consiglio Direttivo del Parco con la volontà, più o meno dichiarata, di raggiungere un commissariamento” (Il Tirreno, 12.01.1999). Il 16 gennaio 1999, il Comitato degli Agricoltori del Parco chiese addirittura al Presidente della Repubblica, Scalfaro, la rimozione del presidente del Parco e il “ripristino della democrazia nell’area protetta” (Il Tirreno, 16.01.1999). Insomma, da una parte c’erano quelli che volevano la testa di buona parte del consiglio e, dall’altra, chi voleva quella del presidente. Questi ultimi erano di gran lunga il numero più consistente.

 

• La protesta di questi ultimi culminò nella trattorata di venerdì 22 gennaio 1999. Un’adunata di 50 trattori in piazza Dante che, vista dal Palazzo della provincia, sembrava il colonnato del Bernini (guardato da San Pietro) intorno a Canapone. Urla, fischi e invettive. Ebbi l’intuizione di scendere tra quelle persone che smadonnavano anche contro di me. Ricordo qualche pacca sulle spalle modello Cannavacciuolo, mi pare si trattasse della manona di Perin. Ma non sono sicuro del cognome, comunque veneto, perché negli anni ’20 nell’area di Alberese, all’inizio della bonifica maremmana, furono costruiti i poderi dei mezzadri reduci combattenti della prima guerra mondiale, provenienti in prevalenza dal Veneto con le loro famiglie, appunto per bonificare e lavorare le terre.

Chiosava Bianca Zaccherotti su Il Tirreno del 23 gennaio 1999: “Gentili è sceso in mezzo agli agricoltori, ha sorriso e stretto le mani di chi lo insultava preventivamente accomunandolo al Commissario precedente che, stando alle invettive, doveva essere stato poco amato”. Nella premessa del giornale si diceva: “Gli agricoltori del Parco della Maremma venuti ieri a Grosseto, a bordo dei loro trattori, per chiedere la testa di Niccolò Mattei, sono tornati ad Alberese con, in tasca, una vittoria avvelenata. L’unica conquista è la testa di Mattei il quale, o si dimetterà spontaneamente, o sarà dimissionato dalla Regione non più tardi di lunedì prossimo, ma, con lui, faranno armi e bagagli anche i consiglieri (difesi strenuamente dagli agricoltori) ed al suo posto arriverà proprio quello che gli agricoltori non volevano, un Commissario. Il Presidente della Provincia, Stefano Gentili (commissario in pectore) ha parlamentato a lungo, in mezzo alla piazza con gli agricoltori e i loro rappresentanti (Mattia della Coldiretti, Martellini della Cia, Guerrini dell’Unione). E, nonostante le proteste per la decisione della Regione, la maggior parte ha convenuto che se commissario deve essere, meglio che sia Gentili, piuttosto che un funzionario fiorentino”.

La Regione in effetti mi aveva sondato ed io avevo preso tempo. Sempre Bianca riportava: “Non so ancora – ha detto il presidente della provincia agli agricoltori che lo stringevano da tutte le parti – se me la sentirò di prendermi questa croce gli ultimi mesi del mio mandato. La Regione ha chiesto la mia disponibilità, i sindaci della comunità che ho interpellato mi sono sembrati favorevoli. Ma io ho ancora molti dubbi. Ditemelo voi – ha provocato i contestatori – devo accettare o no? E gli agricoltori … hanno vacillato. I più scuotendo la testa hanno ammesso che è meglio Gentili che un commissario da fuori, altri hanno continuato ad insistere: ‘Non vogliamo un commissario, ma un nuovo presidente con lo stesso consiglio’”. Due presidenti delle associazioni degli agricoltori (Mattia e Martellini) dettero alla fine l’ok al commissariamento purché fosse breve. Il mio vecchio amico Ado Guerrini, presidente dell’Unione Agricoltori, rimase fermo sulla posizione: via Mattei, no al commissario, chiunque sia. Anche il sindaco di Grosseto, Alessandro Antichi, dichiarò: Quella di Gentili “è la soluzione giusta, purché sia una soluzione ponte che contribuisca a risolvere i problemi emergenti”.

Sempre il 23 gennaio, Luciano Salvatore su La Nazione, iniziando il suo pezzo, aveva sentenziato: “Il rumore grosso dei trattori e quello più sottile di un fax hanno azzerato gli organismi dirigenti del Parco della Maremma”. Ero con le spalle al muro, non avevo scampo.  Bastò attendere tre giorni e il 26 gennaio 1999, sempre Bianca Zaccherotti su Il Tirreno esordì dicendo: “Il dado è tratto. La giunta regionale toscana ha deciso di commissariare gli organismi direttivi del Parco della Maremma” ed “è stato nominato commissario il presidente dell’Amministrazione provinciale di Grosseto, Stefano Gentili”. Amen!

Una gattaccia da pelare, per lo più sopraggiunta nel momento in cui avevo ben compreso la guerra che, a livello politico, era stata scatenata per non farmi ripresentare alle imminenti elezioni provinciali.













domenica 3 aprile 2022

POST 73 – LA LOTTA CONTINUA DOPO L’ISTITUZIONE DEL PNAT

Incontri difficili e drammatici per tutto il 1996 in Regione e all’Isola d’Elba. Il Pnat fu istituito e il sindaco Landini rimase sulla sua posizione, ma alcune crepe si aprirono nella sua maggioranza e la minoranza rialzò la testa. L’azione diplomatica mia e del presidente Frontera fu una mezza sconfitta o una mezza vittoria?

Mentre lavoravo di diplomazia in perfetta sintonia con Frontera (che era comunque più introdotto di me nelle sacre stanze, essendo io eletto da poco tempo e in precedenza fuori dalla politica), ricordo una drammatica riunione in regione, alla presenza del Presidente Chiti e dell’assessore Del Lungo nella quale, per ottenere il consenso anche del comune dell’Isola del Giglio, lì rappresentato da Landini e Rossi, giunsero a promettere interventi tanto attesi dalla popolazione gigliese. Mi pare di ricordare il dissalatore, contributi consistenti, la partecipazione di un rappresentante del comune nel comitato di gestione del Parco e altro che non rammento. Ma non ci fu verso. Anche se ormai era chiaro che il Parco si sarebbe fatto, il sindaco si oppose a tutte le proposte che gli furono formulate. Di quel concitato periodo rammento anche una corsa pazzesca per recarsi a Roma ad un incontro con il ministro Ronchi, credo a Piazza Venezia, convocato tre ore prima. Non vorrei esagerare, perché il ricordo talvolta fa un po’ il gradasso, ma ho l’impressione che partiti da Grosseto alle 14,00 giungemmo a Piazza Venezia alle 15,00. Roberto, l’autista di quel periodo, si ricorderà meglio di me.

• I miei sforzi e quelli di Frontera non ottennero il risultato di spostare un po’ più avanti l’istituzione del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, tanto che dopo appena due mesi (il 22 luglio 1996) fu varata, insieme ad altri 16 parchi nazionali (in realtà la procedura si concluse nel dicembre dello stesso anno dopo avere avuto la conferma del Consiglio dei ministri, la controfirma del Presidente della Repubblica, il passaggio dalla Corte dei Conti e dal Consiglio di Stato). E neppure quello di far partire una modifica della legge 394 del 91 (onestamente difficile) che, a dire la verità, aveva rappresentato un notevole passo avanti rispetto alla situazione precedente. Infatti, prima di quella non c’era un’altra legge nazionale sui parchi e vigeva ancora la gestione voluta dal fascismo e dalla Monarchia, che escludeva i Comuni dalla gestione dei tre unici Parchi Nazionali di cui si era dotata l’Italia: l’Abruzzo, lo Stelvio e il Gran Paradiso. C’era anzi da aggiungere che quello dei Parchi gestiti centralmente dallo Stato era il modello più diffuso nel mondo, mentre la legge italiana coinvolgeva i comuni nel direttivo del parco (anche se a nostro parere in modo non del tutto soddisfacente). Insomma, su queste due cruciali questioni registrammo una decisa sconfitta. Come dire, la partita d’andata finì 1 a 0 per i nostri avversari.

• Dal luglio al dicembre 1996 il tormentone si spostò, pertanto, sulla nomina del presidente del consiglio dell’ente parco. Ricordo una riunione molto impegnativa a Portoferraio, per proporre un presidente gradito alle comunità locali e individuare i comuni che avrebbero fatto parte del comitato di gestione. Addirittura in quel caso mi sembra di rammentare che i rappresentati dell’Isola del Giglio neppure vennero. E quindi nessuno in seguito trovò posto nel comitato. In quella circostanza noi, la provincia di Livorno, 8 comuni su 10 del PNAT fummo concordi sulla candidatura a presidente di Franco Franchini che, mi pare, fosse stato il sindaco del comune di Rio dell’Elba e in quel momento consigliere provinciale di Livorno. La nostra proposta fu avallata dalla Regione Toscana che, per legge, doveva dare il proprio placet alla proposta del ministro.

Ma il ministro dell’ambiente, il bergamasco Edoardo Ronchi, detto Edo, persona preparata ma assai radicale e cocciuto nelle proprie convinzioni, non sentì storie. Volò via come un fulmine. E pensare che Romano Prodi, viste le pressioni delle province, dei comuni e della regione, lo aveva pure inviato all’Isola d’Elba per vedere di ammorbidire le reciproche posizioni. Quella visita non fece altro che aggiungere benzina sul fuoco. Con una missiva informale il ministro fece avere al gabinetto di Chiti la sua terna: Boris Procchieschi (presidente dell’APT dell’Elba), Giovanni Frangioni (responsabile territoriale della Cgil elbana), Michelangelo Zecchini (archeologo, ispettore alle antichità dell’Elba). Siccome le voci, come si sa, circolano, almeno i primi due nomi erano già stati esclusi dalla nostra valutazione, nella quale invece – come detto – avevamo individuato Franchini. E il terzo non era gradito alla regione. Quindi la cosa ben presto naufragò. A novembre nella terna di Ronchi, composta sempre da Procchieschi e Zecchini, spunta un nome nuovo, quello di Giuseppe Tanelli, docente di Mineralogia all’Università Federico II di Napoli. Questa volta ministro e regione avevano concordato le mosse e la scelta di Tanelli ottenne il placet della Giunta regionale.

La nomina di Tanelli scatenò proteste e dimissioni specie nel Pds dell’Elba, ma a me sembrò una scelta accettabile, perché di qualità ed anche perché nella sua prima uscita pubblica ci rassicurò circa la volontà di lavorare per “la conservazione e la valorizzazione dei beni naturali e culturali presenti nel Parco in grado di produrre benessere e posti di lavoro”. “Deve essere un parco non di carta, ma fatto per la gente, per gli isolani, ma non solo per loro. Bisogna abbandonare la visione del Parco come un’entità puramente conservativa e statica, fruibile solo da pochi”. Segnalò anche che il Parco poteva aiutare ad allungare la stagione turistica, quasi esclusivamente legata al mare, e a dare valore all’agricoltura di qualità e i suoi prodotti, tra i quali citò l’Ansonica del Giglio.

• Ma noi non avevamo posto solo la questione del presidente. Avevamo anche chiesto di avere, come enti locali, la maggioranza nel consiglio direttivo (mentre la norma ce li assegnava 5 su 12), di rivedere in parte la zonizzazione, individuando anche zone contigue nelle quali svolgere una caccia regolamentata di tipo selettivo e riservata ai soli residenti. Tanelli si mostrò disponibile a ragionare di parziale rivisitazione della zonizzazione come pure a ragionare di attività venatoria di selezione (Parco: occasione di sviluppo. Il neo presidente promette: con i cacciatori ci sarà l’accordo, Il Tirreno, 27.11.1996). La Regione Toscana, inoltre, disse di aver avuto la disponibilità del Ministro a ricevere, sulle due nomine di spettanza ministeriale, l’indicazione regionale. Alcune di quelle cose io e Frontera le avevamo sempre sostenute. Questo ci permise di uscire dalla partita di ritorno con un 1 a 0 a nostro favore.

Altre cose non le ricordo, perché il PNAT era uno delle questioni che mi trovavo sul tavolo di Presidente della Provincia insieme a molte altre, ben più gravose. Ma, certo, mi fece magiare un’ala di fegato!

• Che altro aggiungere, allora?

Che alcune crepe cominciarono ad insinuarsi nel granitico corpo della maggioranza dell’Isola del Giglio, egemonizzata dal sindaco. Ed anche la minoranza ricominciò ad alzare la testa, dicendo che era ora di finirla con quella intransigenza. Interessante un’assemblea pubblica svoltasi al Giglio i primi di dicembre 1996, nella quale – dinanzi a Landini che insisteva come un forsennato contro il Parco annunciando esposti alla Procura della Repubblica di Grosseto, ricorsi al Tar, di far scrivere al difensore civico europeo, per giungere anche al Padreterno, contro quel “carrozzone” dell’ente Parco – l’assessore Walter Rossi, presidente di Forza Italia dell’Isola, si chiedeva: “Ce la sentiamo di andare a rotta di collo con la protesta e abbandonare la possibilità di essere rappresentati?” (La Nazione, 3.12 1996). Appunto, era quello che avevo sempre detto a Landini. Ma da quell’orecchio non ci sentiva.

La solita scena si verificò all’atto dell’elezione del Presidente della Comunità del Parco, il 19 febbraio 1997 a Firenze, presso la sede della Presidenza regionale. Fu eletto Antonio Galli, un ex-presidente della Comunità montana dell’Elba e vice Alberto De Fusco, sindaco di Marciana Marina. Il sindaco Landini ribadì che non avrebbe partecipato a nessuna votazione, quando poteva invece ottenere la vice-presidenza. In quell’occasione il Presidente della Regione, Vannino Chiti, prese a prestito la mia definizione di “parco possibile” da organizzare con l’organismo della comunità del parco, “anche affrontando da subito questioni come la verifica dei confini del parco, l’immediato impiego dei finanziamenti già disponibili (16 miliardi di lire), la strutturazione del parco nelle sue varie sedi e l’organizzazione del regime autorizzativo” (Il Tirreno, 20.02.1997). Il Consiglio della Comunità del Parco era formato da 1 presidente e 12 esperti: 5 designati dagli enti locali, 2 da Università e istituzioni scientifiche toscane, 2 dalle associazioni ambientaliste, 3 dai ministeri dell’ambiente e dell’agricoltura, sentita la Regione Toscana. A quella data i ministeri non avevano ancora indicato nessuno e – come ho già detto – in una precedente riunione, Vannino Chiti aveva detto di aver ottenuto dal ministro Ronchi la disponibilità a far indicare dalla Regione i due nomi di sua spettanza. Se era vero i componenti degli enti locali sarebbero saliti da 5 a 7, cioè la maggioranza del consiglio dell’ente Parco.

Mentre il sindaco Landini e l’attuale sindaco Sergio Ortelli, allora presidente dell’associazione Difesa del territorio del Giglio, confermavano i propri ricorsi al TAR contro l’istituzione del Parco, i consiglieri di minoranza del Movimento per l’Ulivo, Pacella, Andretta, Galeotti e Rum, prendendo in parola Chiti, colsero l’occasione – nella circostanza della prima riunione della Comunità del Parco tenutasi a Portoferraio – di inviare una nota a noi, alla regione e ai ministri dell’ambiente e delle risorse agricole e forestali nella quale proponevano un nome per il Consiglio del Parco: quello di Biagio Servini, ex assessore all’ambiente del comune dell’Isola del Giglio. Una persona retta, sensibile alle tematiche ambientali e soprattutto dotato di equilibrio. Proposta che segnalai alla Regione Toscana. “Noi crediamo che la difesa e l’utilizzo regolamentato del territorio – dicevano – siano una grande occasione di crescita e di sviluppo e riteniamo opportuno che una fetta così importante del Parco, quale è l’Isola del Giglio, venga rappresentata da un vero conoscitore della realtà locale” (La Nazione, 28.03.1997). Era quanto avevo sempre sostenuto. Ma era oggettivamente difficile, se non impossibile, che a rappresentare il comune dell’Isola del Giglio, contrario sino al midollo al PNAT, fosse nominata una persona indicata dalla minoranza consigliare del comune stesso. L’avrebbero mandata al macello.

Quando penso alla vicenda PNAT mi viene, ancora una volta, in mente la Preghiera della Torre di Tommaso Moro.







 

sabato 2 aprile 2022

POST 72 – LA BATTAGLIA PER L’ISTITUZIONE DEL PARCO NAZIONALE DELL’ARCIPELAGO TOSCANO “POSSIBILE”

I parchi, per me, sono sempre stati gatte da pelare. Tra la contrarietà della maggioranza dell’Isola del Giglio e la fretta del Ministro Ronchi, proposi l’idea del “Parco possibile”. La lettera a Romano Prodi.

I parchi, per me, sono sempre stati gatte da pelare. Me li sono trovati addosso nei momenti di loro massima crisi. Il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano nel periodo della sua travagliata istituzione, il Parco della Maremma nella fase del commissariamento. Rappresentavano altre due pietre rotolanti che si stavano dirigendo a forte velocità anche addosso alla Provincia. Il primo tra la metà del 1995 e primi mesi del ‘97, il secondo specie nel 1999. Apertura e chiusura della legislatura breve. Tanto per gradire e non stare mai tranquilli. Del Parco della Maremma parlerò più avanti.

Ora – con due interventi – vorrei dedicarmi al Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano (d’ora innanzi PNAT) che del territorio provinciale coinvolgeva l’Isola del Giglio, l’Isola di Giannutri, gli scogli del Giglio (l’Isola della Cappa, e Le Scole, lo scoglio tristemente noto dove è andata a sbattere la Concordia), le Formiche di Grosseto. A parte i tre isolotti delle Formiche che si trovavano nel comune di Grosseto, tutti gli altri ricadevano nel comune dell’Isola del Giglio. Conservo pochi articoli di giornale del 1995 riguardanti il PNAT, e anche la meritoria rassegna stampa della Provincia entrò in modalità digitale (e quindi da tutti fruibile) dal 1 settembre 1996. Fatto sta che, appena eletto Presidente, mi trovai questa patata bollente da pelare.

• La questione veniva da lontano. Nel 1991 era stata emanata la legge quadro sulle aree protette (la 394). In attuazione degli articoli 9 e 32 della Costituzione e nel rispetto degli accordi internazionali, dettava principi fondamentali per l’istituzione e la gestione delle aree naturali protette, al fine di garantire e di promuovere, in forma coordinata, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del paese (così l’art. 1 al comma 1). Ottima cosa. La Provincia praticamente non aveva voce in capitolo sulla decisone, ma la questione politica era grossa come una casa. E da noi c’era il Thor dell’Isola del Giglio, il sindaco Giacomo Landini, che roteava il martello della contrapposizione totale, sponsorizzato dalla destra provinciale in ascesa, come quella nazionale. La protesta contro l’istituzione del Parco gli aveva fatto vincere le elezioni del 1995 e – nonostante i tempi fossero cambiati e gli animi placati – gli farà vincere anche quelle del 1999. Con Landini, a quei tempi, era molto attivo l’assessore Walter Rossi, mio carissimo amico. Ancora oggi si addebitano furbescamente al Parco responsabilità che non ha. A tal riguardo si vada a rivedere lo scambio di battute, in occasione della campagna elettorale per le amministrative del 2014, tra l’attuale sindaco, Sergio Ortelli (Giglionews.it 6.03.2104), e il presidente del PNAT, Giampiero Sammuri (Il Tirreno, 19.03.2014), sui problemi della piccola isola di Giannutri.

• Io nel 1995 ero a capo di una coalizione provinciale di sinistra-centro che, per sua natura, non poteva essere contraria alla salvaguardia della natura e alla istituzione delle aree protette. Questo modo di pensare è di per sé un valore, ma dietro la spinta propagandistica della destra (che accusava noi, la regione Toscana e il governo nazionale di voler ingessare il territorio, rovinare il turismo di massa e favorire la solita élite sinistrorsa capalbiese, bla, bla, bla…) era diventato un disvalore nella percezione della gente e nei dibattiti quotidiani sui giornali.

Per storia personale ero per la salvaguardia del creato, ma non mi aveva mai convinto una politica tesa solo a tutelare senza puntare anche a valorizzare. Avevo in mente quanto sta scritto nella Bibbia a proposito dei progetti che Dio ha sull’uomo quando, all’inizio della creazione, lo pone nel giardino di Eden. “Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen. 2, 15). Appunto, lo custodisse e lo coltivasse. E ho messo prima il custodire. Una certa sinistra verdognola puntava solo alla tutela. Ma non mi apparteneva e non apparteneva anche a larga parte della maggioranza che mi sosteneva. Quindi le boiate della destra non mi scalfivano. Però il problema c’era ed era in alcune procedure e contenuti della legge 394 come pure nella imminente istituzione del PNAT.

Tra l’ottobre 1995 e l’estate ’96 la questione PNAT mi tenne molto occupato in un lavoro di relazioni con i soggetti interessati, dai ministri Baratta (governo Dini) e Ronchi (governo Prodi) al presidente della Regione Toscana, Chiti, dal presidente della Provincia di Livorno, Frontera, al sindaco dell’Isola del Giglio, Landini. Il mio impegno diretto si protrasse sino ai primi mesi del ’97, poi lasciai che le cose andassero secondo natura.

IL PARCO COME. Era chiaro che, nonostante l’opposizione frontale della coalizione che governava l’Isola del Giglio e soprattutto del suo sindaco, il PNAT sarebbe stato istituito di lì a poco. Mi convinsi, dunque, che bisognava uscire dalla inconcludente logica del Parco sì – Parco no per entrare in quella più produttiva del Parco come.

Era la via più difficile, ma a mio modo di vedere era la sostanza e la forma di una vera azione di governo. Voleva dire agire senza estremismi e gestire le situazioni per quelle che sono, possibilmente indirizzandole verso gli esisti sperati. Era la via debole che ripudiava la politica gridata, fatta di dichiarazioni, interviste, comunicati stampa 24 ore su 24, considerati quasi come una sorta di specchio di Biancaneve dal quale ricevere l’attesa risposta sulla più bella del reame. Io credevo fermamente, insomma, che amministrare significasse governare i processi in atto per contribuire al cambiamento, favorire il salto di qualità, raggiungere i risultati sperati. Era la logica del chicco di grano, che se non muore non porta frutto e che ci consentiva finalmente di uscire dal teatrino dell’ovvio. Questo atteggiamento paga poco in termini mediatici, ma è l’unico in grado di raggiungere gli obiettivi possibili.

Con questo stile cercai di affrontare anche la questione del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Specie insieme al Presidente della Provincia di Livorno, Claudio Frontera – che sulla questione Parco aveva maturato le mie stesse idee e viveva le stesse difficoltà – giungemmo ad alcune convinzioni, maturammo una decisione, lanciammo una sfida.

• La principale CONVINZIONE era che sopra la testa delle popolazioni interessate non poteva essere imposto nulla, salvo quanto richiesto da uno stato di diritto. L’impianto della legge 394/91, in tema di competenze delle varie articolazioni dello Stato, sembrava politicamente contrastare con la legge del 1990 che statuiva la potestà dei Comuni e delle Province e a maggior ragione con il principio di responsabilità diretta delle popolazioni amministrate che la successiva legge del 1993 aveva affidato ai Sindaci e ai Presidenti delle Province. Per questo, era indispensabile riconsiderare il ruolo delle autonomie locali in materia di parchi nazionali attraverso le necessarie modifiche della 394/91. Pertanto, la costituzione del PNAT sarebbe dovuta scaturire da un percorso nel quale la perimetrazione fosse la conclusione di un lavoro programmatorio comune degli Enti Locali e della Regione Toscana, tale da poter essere assunto dalla Regione medesima in sintonia con i principi normativi che si era data con la LR 77/95 per il sistema delle Autonomie Locali, con la LR 26/92 per la programmazione e con la LR 5/95 per il governo del territorio.

 

• Per ricollocare le autonomie locali al centro dell’intero processo, maturammo la DECISIONE di inviare una missiva alla Regione Toscana nella quale: rappresentare la nostra contrarietà alla proposta trasmessa dal Ministero, per questioni sia di contenuto che di metodo; chiedere come Province (di Grosseto e Livorno) un esplicito mandato onde procedere ad avanzare proposte e piani di perimetrazione e di gestione, da formulare mediante conferenze di concertazione con i Comuni interessati.

 

• Lanciammo, infine, una SFIDA nei riguardi della Regione Toscana, perché il tanto conclamato federalismo trovasse attuazione in comportamenti sostanziali oltre che in dichiarazioni formali. Insomma chiedemmo un esplicito mandato a diventare protagonisti di un percorso che ci avrebbe permesso di giungere alla costituzione del PNAT per una via diversa e con un metodo innovativo, tale da condurci – tramite la Regione Toscana – a rappresentare al Ministero una ipotesi di parco possibile quanto a perimetrazione, zonizzazione e gestione (tutti termini allora di moda) condiviso dalle comunità locali delle Isole, dalle due province e dalla regione stessa. In concreto voleva dire: che per la perimetrazione il punto di partenza irrinunciabile erano i Piani Regolatori Generali dei Comuni; che la zonizzazione, ossia la suddivisione del territorio del Parco in zone 1-2 e, perché no, 3 scaturisse da questa concertazione tra Enti Locali; che per la gestione, la Regione Toscana si impegnasse (e riuscisse) a strappare al Ministero l’impegno di nominare almeno la maggioranza dei componenti il Consiglio Direttivo dell’Ente Parco all’interno di rose di candidati graditi alla Comunità del Parco, composta dagli Enti Locali.

Per tutti questi motivi – e non lasciare nulla di intentato – scrissi, il 30 maggio 1996, una lettera al neo Presidente del Consiglio dei Ministri, Romano Prodi, di cui riporto l’avvio e la conclusione. “Pregiatissimo Presidente, mi permetto di sottoporre alla Sua attenzione la questione del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano che forse domani troverà sul tavolo del Consiglio dei Ministri. Il punto all’o.d.g. è, probabilmente, uno dei tanti; ma, in verità, contiene in sé delicati e complessi intrecci che acquistano una valenza generale nel metodo e nel merito di governo. Il Parco appare, infatti, come una soluzione sostanzialmente calata dall’alto senza nessun coinvolgimento delle popolazioni e delle istituzioni locali. (…) Io ritengo, anzi, che la tutela e la gestione dei parchi debba essere nelle mani pressoché esclusive delle Comunità locali che, vivendo su quel territorio, ne desiderano più di altri la tutela e la valorizzazione. Questa è la cultura e la storia della provincia di Grosseto e i fatti lo dimostrano. Per quanto detto sono a chiederle, pregiatissimo Presidente, di voler sospendere l’iter amministrativo dell’istituzione del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e di attivarsi sin da subito per una rapida modifica della Legge 394/91 laddove è in evidente contrasto con le istanze che, sempre più consistenti, salgono dalle popolazioni e dalle amministrazioni locali. Istanze di un autentico federalismo da lei certamente condiviso”.

Lettera un po’ velleitaria, si dirà, ma io la scrissi ugualmente.










POST 71 – LO STRAORDINARIO RAPPORTO CON NOMADELFIA

Il ricordo della relazione con gli amici “dell’Isola che c’è” lo porto stretto nel mio cuore. Più volte mi rifugiai da loro, ma gli incroci istituzionali furono quattro. Uno dei quali riguardò la visita del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro

Su una collina sormontata da una croce, nel cuore della Maremma, al km 8 della Grosseto-Siena, sorge il villaggio nel quale vive il popolo nuovo creato da don Zeno Saltini, una delle voci profetiche più limpide e feconde del secolo scorso. Nel 1999 i suoi abitanti erano 320 persone, una cinquantina di famiglie: volontari cattolici decisi a costruire una nuova civiltà fondata sul Vangelo. A Nomadelfia tutti i beni sono in comune, non circola denaro, non esiste proprietà privata, le famiglie sono disponibili ad accogliere figli in affido. Qui sono nate le mamme di vocazione: dalla prima, Irene, poi seguita da Norina, Zaira, Agnese, Enrica, Sirte, Elis ed altre. Alle quali in seguito si sono aggiunte le coppie di sposi (Nelusco e Anna, i pionieri). Da allora, i figli vengono consegnati all’altare con le parole che Gesù in croce rivolse alla Madonna e all’apostolo Giovanni: Donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre. A Nomadelfia tutti lavorano ma nessuno è pagato, e non esiste disoccupazione. Chi sbaglia è perdonato, purché ammetta il suo errore e si penta. Ogni giorno si dedica un’ora alla riflessione, cioè si fa cultura. “Utopia? Semplicemente una comunità animata dallo spirito dei primi cristiani, di cui parlano gli Atti degli Apostoli. Per lo Stato è un’associazione civile, una fondazione, organizzata sotto forma di cooperativa di lavoro. Per la Chiesa è una parrocchia comunitaria e un’associazione privata tra fedeli, ma non chiusa in sé stessa, perché si presenta come fermento in mezzo alla società che la circonda” (Jesus, n. 8 agosto 1999).

La relazione con gli amici di Nomadelfia è tra i ricordi che custodisco più gelosamente nel mio cuore. L’aplomb istituzionale che dovevo tenere, spesso lasciava il passo alla condivisone e all’ammirazione per quella scelta evangelica radicale ed alla specialità delle loro persone. Più volte mi recai a visitarli al di fuori dei momenti solenni e trovai sempre amicizia e franchezza, senza accondiscendenze di comodo. Ne uscivo sempre edificato e stimolato a dare il meglio di me a servizio del popolo provinciale. A distanza di anni ho dimenticato alcuni nomi (non tutti), ma ho impressi i loro volti, belli, solari, puliti.

Gli incroci istituzionali furono prevalentemente quattro. Il primo relativo all’orientamento verso di loro dei finanziamenti giubilari, nella seconda trance, per la costruzione di tre fabbricati destinati all’accoglienza povera e la predisposizione di un’area di sosta e servizi per il Giubileo del 2000. Il secondo, il 22 gennaio 1998, per ricordare i 50 anni dal varo della Costituzione firmata sull’altare nel 1948, poi rinnovata il 22 maggio 1994 e approvata dalla Congregazione per il Clero. Il terzo, il 21 marzo 1999, per l’arrivo del Presidente della Repubblica Italiana, Oscar Luigi Scalfaro, in occasione dell’apertura del centenario della nascita di Don Zeno (1900-2000). Il quarto, collegato sempre al centenario, il finanziamento per la realizzazione del libro-ricordo Nomadelfia un popolo nuovo.

Proprio nella presentazione del libro, finito di stampare in occasione dell’apertura del centenario, dicevo le seguenti parole.

“Nomadelfia significa: la fraternità è legge. Ed i suoi membri si chiamano nomadelfi perché per essi l’amore fraterno è regola, in eroica applicazione della loro fede. È quanto si trova scritto nella loro Costituzione ed è quanto ho potuto sperimentare tutte le volte che sono entrato in contatto con la comunità. Dei tre grandi principi riaffermati due secoli or sono la fraternità è ancora la più negletta. Non ci siamo ancora neppure sul fronte dell’uguaglianza e della libertà, specie se diamo al nostro sguardo dimensione planetaria. Ma la fraternità è il traguardo ancora più lontano, forse perché, inglobandole, le sublima entrambe. E la comunità dei liberi figli di Dio di Nomadelfia è il segno che vivere da fratelli è possibile. È l’isola che c’è ed è qui, in mezzo a noi, tra le nostre zolle. Il popolo nuovo, come amano chiamarsi e come hanno voluto intitolare questa pubblicazione, somiglia a quei grandi massi dove, entrando nella Comunità, testimoniano le loro regole. Rappresentano un monito severo verso il resto del mondo, ma anche un sorriso, una speranza, una guida per coloro, tanti, che sono dispersi. E sono gioia i loro spettacoli, è gioia quella che trasmettono ai loro visitatori e ai loro figli. Non so se sarà mai possibile che comunità più vaste, nazioni, popoli si possano organizzare sullo stile di Nomadelfia. Dentro il mio cuore sento, però, che così dovrebbe essere”.

Ogni volta che penso a don Zeno e agli amici di Nomadelfia, m’illumino d’immenso.










venerdì 1 aprile 2022

POST 70 – LA PROVINCIA AMICA DELLE DONNE

Insieme all’assessora Mariella Gennai e alla Commissione pari opportunità furono organizzate tutta una serie di intelligenti iniziative nel mondo della scuola e all’interno dell’ente. Fino alla compartecipazione alla nascita del Centro di ascolto-Casa rifugio per donne e minori in difficoltà, Olimpia De Gouges

La politica delle pari opportunità in Provincia non l’abbiamo inventata noi, ma era decollata nel 1987 a seguito delle raccomandazioni comunitarie. In quell’anno, infatti, fu decisa la costituzione sia di un Centro per le Pari Opportunità sia di una Consulta di natura spontanea. Tra non poche difficoltà le pioniere erano riuscite a dar vita, grazie anche ad un intervento europeo, ad un Osservatorio del Lavoro Femminile e ad un Centro Documentazione Donna. Per quanto ci riguardava, grazie all’impegno dell’assessora Mariella Gennai e delle componenti della Commissione Pari opportunità, da noi formalmente istituita dal 1995 al 1999, furono prodotte tutta una serie di intelligenti iniziative. Ricordo le conferenze per diffondere la cultura delle pari opportunità nel mondo della scuola (Essere donne a scuola: educare all’identità di genere: 10 incontri per tutte le aree scolastiche provinciali), le iniziative della Commissione anche di respiro internazionale quali la campagna Un fiore per le donne di Kabul, espressione di solidarietà e messaggio di speranza a sostegno dei diritti violati in Afghanistan.

Le donne della Commissione avevano obiettivi importanti da raggiungere, come quello di “formare una classe dirigente di donne in tutti gli ambiti della società, ad iniziare dalla politica istituzionale”. Aprirono anche un confronto serrato con i miei assessori e dirigenti, per far accogliere anche il loro punto di vista sugli atti più variegati: dal patto territoriale, al piano territoriale di coordinamento, al distretto rurale d’Europa.

Riuscimmo anche a sensibilizzare e riflettere su un tema tanto trascurato come “le situazioni di discriminazione e violenza gravi nei riguardi delle donne presenti anche nel territorio provinciale”. Per questo, tra la fine del 1997 e i primi del 1998, nacque il Centro di ascolto-Casa rifugio per donne e minori in difficoltà grazie all’iniziativa nostra, del comune di Grosseto e della Unità Sanitaria Locale. Prese il nome Olimpia De Gouges (drammaturga francese, che già nel 1791 dichiarava l’uguaglianza politica e sociale tra uomo e donna) perché fu preso in gestione dall’omonima associazione e nacque non solo per tutelare e lottare contro le discriminazioni. Divenne un luogo amico, un punto di riferimento per trovare qualcuno disposto ad ascoltare la propria storia. Ed anche una vera casa-rifugio: un appartamento con 4 posti letto, destinato ad accogliere donne vittime di abusi e maltrattamenti.

Ricordo, anche perché ho gli atti, il saluto che portai al convegno Uscire dal silenzio, da noi organizzato a Grosseto il 4 marzo 1996. Lo intitolai Quel silenzio che urla. Ne riporto una parte. “Emblematico è il titolo dell’odierno convegno: Uscire dal silenzio. Mi fa tornare in mente, per analogia, un monumento eretto dopo uno dei primi viaggi dell’attuale Pontefice in terra di Polonia, quando ancora anche ad una personalità come la Sua non era consentito intervenire su talune questioni. Su quel monumento fu scritto: Qui il silenzio ha urlato. Quanti silenzi urlano e noi, forse, non siamo in grado di sentire, decodificare, condividere. Dove sentirli, decodificarli, condividerli? Certamente vi sono non pochi luoghi ove può essere svolta questa opera di decodificazione: ma forse il terreno più prezioso è ancora una volta quello della scuola. È infatti sin dalla più tenera età che si gettano i semi della tolleranza, del rispetto di sé e del prossimo, della costruzione di una individualità piena. È la scuola, insieme alla famiglia, che è chiamata a sostenere la crescita armoniosa delle giovani e dei giovani. Purtroppo le cronache quotidiane ci sbattono addosso episodi di violenza a danno dei soggetti più deboli della nostra società: immigrati, minori, handicappati, donne. Si impone, pertanto, un impegno forte per arginare questo fenomeno; impegno che si può dispiegare appieno solo attraverso il coinvolgimento attivo di tutti quei soggetti istituzionali e no, che si oppongono al dilagare di questa piaga. Si impone un po’ quello che vado sostenendo anche per intervenire utilmente in altri ambiti: il superamento delle separatezze e la creazione di un circuito virtuoso tra tutti coloro che possono fattivamente contribuire alla risoluzione di un problema. La disponibilità delle nostre strutture – che pubblicamente voglio ringraziare – a sostenere il lavoro degli insegnanti è senza riserve, come pure quello dell’intera Amministrazione Provinciale ad avere rapporti fattivi e continuativi con il mondo della scuola, anche sul fronte delle pari opportunità”.

A distanza di oltre 20 anni voglio citare quelle donne che si impegnarono con dedizione e serietà. L’assessora Mariella Gennai (a cui penso spesso), Gloria Faragli, Manuela Bracciali, Uliva Guicciardini come consigliere provinciali. La consigliera di parità, Daniela Marcucci. La nostra dipendente Giuliana Gentili. Poi le altre donne pescate nella società: Cristina Bay, Enza Bernardini, Giuseppina Biolatto, Sabrina Diacciati, Maria Forbice, Franca Gazzarri, Claudia Innocenti, Manuela Lazzerini,

Francesca Marri, Annalisa Marzot, Celeste Pernisco, Luciana Pierangioli, Anna Santi, Anna Severina Teglielli, Marisa Vicario. Vi sono riconoscente.