venerdì 11 dicembre 2020

POST 7 – L’ESPERIENZA UNIVERSITARIA ALLA CESARE ALFIERI DI FIRENZE

Periodo faticoso, intenso, emozionante. Le poche amicizie, i grandi professori, la tesona.

 

Il periodo della giovinezza si consolidò con l’esperienza presso la Facoltà Universitaria di Scienze Politiche Cesare Alfieri di Firenze.

Fu un’esperienza in tutti i sensi. Anche di vita.

Per la prima volta mi trovai da solo in una città dove avevo alcune amicizie nate ai campi-scuola, ma nella quale non fu semplice ambientarsi, specie a livello universitario. Per i fuori-sede non era facile entrare nei meccanismi di facoltà e, almeno per me, non lo fu. I contatti con i docenti erano piuttosto rarefatti, tanto era l’alone sacrale che avvolgeva taluni di loro. Quei pavimenti erano stati calpestati da Giovanni Spadolini, Giovanni Sartori, Gaetano Arfé.

L’orientamento era disorientato, cioè in realtà non esisteva.

E poi i viaggi da Pitigliano con il pullman delle 5,45 che giungeva a Firenze alle 10.10, erano impegnativi. Dalla stazione di Santa Maria Novella subito di corsa all’università, allora in via Laura; il pomeriggio a casa, o meglio in una camera (divisa con l’amico Massimo Calò) all’interno di una casa dove abitavano due signorine simpatiche e attempate. I pranzi e le cene le consumavo alla mensa di via dei Servi, dopo aver fatto file di 30-45 minuti. E così via, dal lunedì al giovedì, raramente il venerdì. Facevo la settimana corta perché gli impegni in Azione Cattolica mi spingevano al ritorno settimanale.

Tutto questo allungò oltre il previsto i tempi universitari (nel mezzo ci si mise anche il militare) e la cosa mi dispiaceva assai, perché la mia permanenza a Firenze era dovuta agli sforzi economici dei miei genitori, che in verità non mi hanno mai fatto pesare nulla; anzi, erano proprio felici che il loro figlio potesse diventare dottore.

 

Il periodo fiorentino fu intenso e mi segnò profondamente.

Intanto, perché Firenze è una città con un patrimonio artistico diffuso di primissimo livello il cui profumo si assorbe semplicemente camminando per le sue vie.

Poi, per il ricordo di momenti emozionanti e tragici: rammento come se fosse ora la quantità enorme di posti di blocco, con militari in assetto di guerra, che incontrammo per il ritorno a Pitigliano il giorno successivo a quello del rapimento di Aldo Moro nel marzo del 1978; come pure la notizia dell’uccisione ad opera delle BR di Vittorio Bachelet, nostro amato presidente di Azione Cattolica, nel febbraio dell’80. Stavo uscendo, insieme a Rossella, dall’ascensore del palazzo dove dimoravo quando seppi la notizia, il 13 maggio 1981, dell’attentato a Giovanni Paolo II che, tra l’altro, costrinse a trasformare l’incontro che la sera avemmo con Madre Teresa di Calcutta da una riflessione sulla vita (quattro giorni dopo, il 17 maggio, ci sarebbero stati 2 referendum per la soppressione della legge 194 sull’aborto) in un forte momento di preghiera per la vita del Papa.

Ma anche per altre cose che sono scolpite nel mio cuore: il fidanzamento con Rossella e le deliziose serate che di tanto in tanto passavamo nella casa delle sorelle De Caro.

 

Quanto all’università, dopo aver sostenuto 23 esami, si concluse con l’agognata laurea.

Vi giunsi dopo aver lavorato a lungo alla elaborazione di una tesi su “La struttura organizzativa del P.S.I. dalla ricostruzione ai giorni nostri: continuità e innovazione”, che infatti prese una forma spropositata: 1.100 pagine. Il colpo finale lo detti recandomi 20 giorni a Sarnano, chiuso in casa con la mia zia Maria e con un orario di lavoro che andava dalle 4,30 del mattino sino alle 19,30 di sera interrotto solo dalla colazione verso le 8,00 e dal pranzo alle 12,00. Poi la cena e a ninna entro le 21,00. A quei ritmi il lavoro rende.

 

Naturalmente ricordo come ora il giorno della discussione, con Rossella e i miei genitori a farmi da corona. Vi giungevo con una media dei voti intorno a 102 o 103 e quindi mi sarei accontentato di un 106 o 107. Debbo dire che non avevo mai assistito alla discussione delle tesi e neppure gli inattesi complimenti del preside Lotti per la parte storica del mio lavoro mi misero in allerta. Ero un ragazzo rurale. Dopo la discussione uscii dall’aula in attesa della chiamata per il voto finale. L’attesa fu breve e fu preceduta dal suono di una campanella. “E che è”, dissi. “La lode… la lode” aggiunse con decisione la bidella. “La lode, e come è possibile”. Rientrai tesissimo e in effetti mi assegnarono la votazione di 110 e lode.

L’elaborato che avevo presentato doveva essere piaciuto molto e la cosa fu confermata dalla proposta di pubblicazione che mi fu fatta dai professori Alberto Spreafico e Roberto D’Alimonte (splendido tandem che si occupava di Sistema politico italiano). Ad una condizione: che le 1.100 pagine fossero ridotte a 250. Cosa che, con lo stress e la fatica accumulata, non riuscii ad accettare e quindi a fare.

 

Dell’università ricordo l’alto livello dei professori: oltre a Spreafico e D’Alimonte, il preside e ordinario di Storia contemporanea Luigi Lotti, anche Antonio Zanfarino (estroso ordinario di Filosofia politica), Fausto Vicarelli (keynesiano ordinario di Economia politica), Luciano Cavalli (innovativo ordinario di Sociologia), Domenico Fisichella (rigoroso ordinario di Dottrina dello Stato), Stefano Passigli (brillante ordinario di Scienza della politica), il poeta Mario Luzi con il quale rammento un seminario di pochi intimi, su Marcel Proust e il suo monumentale ciclo narrativo Alla ricerca del tempo perduto, di una suggestione straordinaria.

Una piccola chiosa vorrei farla sul professor Roberto D’Alimonte, non per ricordarne il livello o la notorietà, tanto è conosciuto e presente sui media e sulla stampa specie durante i periodi elettorali, essendo uno dei massimi esperti italiani del settore. Ma per ricordare una sua telefonata che mi giunse inaspettata 22 anni dopo, un giorno della prima settimana di gennaio 2007. Io stavo molto male, mi muovevo a malapena con l’ausilio dell’ossigeno, mi fu passato da Rossella il telefono: era il prof. D’Alimonte che chiedeva di me. Gli ero tornato in mente, così mi disse, perché riordinando le tesi degli studenti che lui aveva seguito nel corso degli anni, era riemersa nella sua prorompente consistenza quella che discussi io nel lontano 1985 (e che ora è collocata nello scaffale del suo studio presso la facoltà fiorentina).

Fu per me un’emozione unica, anche perché pensavo che fosse una delle ultime.

Pochi giorni dopo, la notte tra il 6 e il 7 gennaio, fui chiamato a Siena per il trapianto.


Il prof. Luigi Lotti proclama il voto finale

I professori Alberto Spreafico e Roberto D'Alimonte a colloquio con me

La mamma Ele, la fidanzata Rossella e il babbo Ezio insieme a me dopo il 110 e lode

lunedì 7 dicembre 2020

POST 18 – A PITIGLIANO UN’AC PIÙ SOCIALE

L’ormai pressante desiderio di stare col nostro essere azione cattolica dentro la società, ci condusse ad organizzare un Convegno sulla disoccupazione giovanile e a far nascere e animare il Comitato per la giustizia sanitaria. Il mio impegno per la questione ospedaliera.

Il periodo dell’Azione Cattolica mi ha condotto al 1986.

Un po’ prima e in quello stesso anno vi furono eventi che orientarono la mia vita ma, prima di addentrarmi in essi, penso sia opportuno rammentare un paio d’iniziative nate lungo il solco della maturazione in Azione Cattolica.

Il percorso associativo aveva permesso a me e ad altri amici di maturare un atteggiamento sempre più completo: dall’intimità religiosa (raramente sfociata in intimismo) e la vita di gruppo parrocchiale, alla consapevolezza di esercitare un ruolo fondamentale in quanto laici all’intero della Chiesa, quindi all’attenzione vitale riguardo alla società nella quale eravamo inseriti.

Un trittico che non mi (ci) abbandonerà più per il resto della vita, al di là delle accentuazioni legate alle diverse fasi in cui essa si sarebbe snodata. È questa la radice profonda di due iniziative civiche che contribuii ad intraprendere tra il 1986 e l’87.

 

• La prima è del 19 marzo 1986 e riguardava “la penosa situazione nella quale si vengono a trovare un consistente numero di giovani pitiglianesi, frustrati in quella che è una delle più elementari esigenze: la necessità di un lavoro, di mangiare del pane del proprio sudore, l’esigenza di impostare una vita familiare”, così scrivevo in un articolo apparso su Confronto-Toscana Oggi del 30 marzo 1986. Insieme a pochi altri amici provammo a stimolare la comunità ecclesiale pitiglianese ad interessarsi alla DISOCCUPAZIONE GIOVANILE, perché ritenevamo “che un’esperienza di Chiesa reale e significativa” dovesse e potesse “divenire luogo della fede, della speranza e della carità nella realtà concreta”, affinché si potesse “intravedere un cristianesimo né alienante né alienato, ma un cristianesimo evento sociale” (Confronto-Toscana Oggi).

All’incontro, che tenemmo alla Sala Petruccioli, parteciparono il sindaco di Pitigliano, Augusto Brozzi, il presidente della comunità montana, Bruno Giusti, il presidente della cantina sociale, Stefano Formiconi, il presidente della Cassa rurale, Giuseppe Formiconi. Presente anche il vescovo, Eugenio Binini. Introducendo l’incontro snocciolai una serie di dati, in parte rintracciabili nell’articolo citato. La partecipazione fu numerosa, ma le risposte degli intervenuti furono insoddisfacenti. 

Però la comunità ecclesiale, rappresentata dal vescovo diocesano e da noi laici, mostrò di volersi far carico della vita delle persone a partire da quelle giovani. E lo faceva libera da qualsiasi legame socio-politico.

 

• La seconda iniziativa si riferisce alla nascita del COMITATO PER LA GIUSTIZIA SANITARIA nell’ottobre 1987. Comitato nato per difendere l’ospedale di Pitigliano, insidiato da tempo (diminuzione del numero di anestesisti, progressiva sparizione del personale necessario ad una seria assistenza ostetrico-ginecologica accompagnato dalla delibera per lo spostamento del punto nascita a Orbetello, impedimento delle prestazioni ambulatoriali per i residenti fuori Usl 29, cioè degli abitanti dell’alto Lazio, di Castell’Azzara e Semproniano), ma che giunse al proprio culmine il 17 ottobre 1987 con una delibera dell’Intercomunale 29 (la n. 85) nella quale si parlava dello smantellamento dei presidi ospedalieri di Pitigliano e Manciano e della costruzione ex-novo di un unico ospedale di zona a Orbetello in località Chiusa Murata.

La tracimazione che qualcuno prevedeva essere controllata, con quell’atto divenne incontrollata e scattò immediatamente la reazione della popolazione.

Senza nulla togliere all’impegno di alcune istituzioni e delle persone che le rappresentavano (imbarazzate, perché quelli che avevano approvato gli atti portavano la loro stessa casacca politica: PCI-PSI), credo che il coinvolgimento popolare fu dovuto all’azione che ponemmo in essere con la costituzione del Comitato sopra accennato. Il primo esempio, che io ricordi, di Gruppo Civico Pro Pitigliano. Interessante no.

Raccogliemmo 14.215 firme tra i cittadini dei comuni di Pitigliano e Sorano, firmò anche qualche mancianese e ricordo come se fosse ora la consegna in Regione, insieme a Stefano Renzi, del voluminoso plico, accompagnati, in quella sede, dal consigliere regionale DC, Piergiorgio Franci.

La nostra azione si intrecciò naturalmente con quella della DC locale, perché era stata questa forza politica di opposizione (in particolare per bocca del consigliere comunale Angelo Biondi) a segnalare, da circa 10 anni prima, i rischi a cui l’ospedale di Pitigliano sarebbe andato incontro.

 

• La questione ospedaliera in seguito la incontrerò di nuovo ufficialmente da presidente della provincia di Grosseto. Una prima volta nel 1996, in risposta all’interrogazione del consigliere provinciale Ferdinando Vatteroni, nella quale testualmente dichiaravo: “[…] Quindi se la Regione Toscana vuol portare avanti la costruzione di un nuovo presidio ospedaliero per i comuni della zona costiera sud (dotato di un serio centro di emergenza e urgenza, di ambulatori specialistici di livello, ecc. ecc.) consentendo il mantenimento, magari con accorgimenti specialistici, del presidio collinare – come previsto dalla Legge 23. 12. 1994 n. 724 per la salvaguardia degli Ospedali in area montana – per quanto mi riguarda non c’è nulla da eccepire. Se invece pensa realmente di sostituire col nuovo presidio quelli attualmente esistenti, allora esprimo la mia totale contrarietà a questo tipo di scelta, che – come ribadisce in un documento il Sindaco di Pitigliano, Alberto Manzi – avrebbe ripercussioni negative incalcolabili sul diritto alla salute di tutta la popolazione residente in una zona di cerniera tra la Toscana Meridionale e l’Alto Lazio comprendente i comuni di Castell’Azzara, Semproniano, Sorano, Pitigliano, in parte Manciano, Farnese, Ischia di Castro, Gradoli, Latera e Valentano, per un ammontare complessivo di circa 30.000 abitanti distribuiti su una superficie di circa 800 Kmq, pari quasi all’intera provincia di Pistoia”.

 

• Una seconda volta il 26 gennaio 1998, durante una conferenza stampa effettuata dopo la telefonata che mi fece il ministro Rosy Bindi (ricordo anche dove ero: alla Stellata, poco prima di Manciano) nella quale mi comunicava il reperimento del finanziamento per la costruzione del nuovo presidio di Orbetello, indubbiamente necessario per quella popolazione, viste le condizioni fatiscenti del S. Giovanni di Dio. Ecco il testo della mia dichiarazione: “La decisione del Ministro della sanità Rosy Bindi di destinare 30 miliardi disponibili presso l’INAIL per la costruzione del nuovo Ospedale di Orbetello, comunicatami questa mattina di persona dallo stesso ministro, è un’importantissima risposta a breve e medio termine per le necessità sanitarie dei Comuni di Orbetello, Monte Argentario, Capalbio, Isola del Giglio, Magliano. Lo è anche perché si pone fine, una volta per tutte, alla scellerata teoria del Polo Unico di zona, che per molti anni taluni hanno cercato in tutti i modi di realizzare. Non a caso la nuova struttura si chiama Ospedale di Orbetello e non Ospedale delle Colline dell’Albegna. Ringrazio il Ministro che ha tenuto conto delle mie pressanti sollecitazioni, il direttore generale dell’ASL Gianfranco Salvi, cui va il merito di aver pensato e presentato il progetto, l’assessore regionale alla Sanità Claudio Martini, per averlo sostenuto, il sindaco di Orbetello Di Vincenzo, per avere accettato la complessiva operazione. L’operazione è stata possibile grazie anche al mutato atteggiamento della Regione Toscana sulla situazione ospedaliera della Zona Sud dell’ASL 9, per la quale sono ormai definiti i due Ospedali di Orbetello e Pitigliano e la struttura di Riabilitazione di Manciano. Entrambi potranno essere meglio sostenuti dall’Azienda Sanitaria Locale una volta che la realizzazione dell’Ospedale di Orbetello avrà liberato risorse fresche”.

 

Il giorno dell’inaugurazione del nuovo Ospedale di Orbetello nessuno pensò ad invitarmi. Ma si sa: la vita è così e la riconoscenza una merce rara.





 



1986. Sala Petruccioli. Convegno sulla disoccupazione giovanile a Pitigliano. Da sinistra: Brozzi, Giusti, Gentili, Vescovo Binini, G. Formiconi, S. Formiconi.



domenica 6 dicembre 2020

POST 19 – IL MILITARE DA MISSILONE

La chiamata, il Car a Taranto, la Scuola di guerra aerea di Firenze. Tempo perso? Forse non del tutto. Le belle amicizie.

L’esistenza umana, com’è noto, ha delle improvvise accelerazioni che quasi ti stordiscono e le cose che erano rimaste sospese, improvvisamente, si realizzano. Fu così per me nella prima metà abbondante degli anni ’80, gli anni di Craxi e De Mita e dell’Italia rampante.

Ho già detto che avevo portato a compimento gli studi universitari, ma prima della loro conclusione ricevetti la chiamata, non quella divina, quella militare.

Avevo quasi 25 anni e pensare di dover trascorrere 12 mesi dentro una caserma o giù di lì, insieme a frullacchiotti diciottenni provenienti da chissà dove, non mi entusiasmava affatto. Ma tant’è. Rimasi anche sorpreso dal fatto che mi avesse chiamato l’aeronautica militare e non ricordo se durante la visita di leva a 18 anni avessi espresso quella preferenza. Forse sì.

Detti in fretta il penultimo esame e presentai istanza per poter essere inviato nella caserma dell’aeronautica più vicina alla sede universitaria; era infatti possibile quella soluzione per gli studenti che dovevano sostenere un massimo di due esami e la tesi (ed a me di esame ne mancava solo uno). Giunto a casa, appresi che per il famoso C.A.R. (centro addestramento reclute) di circa un mese, mi sarei dovuto recare a Taranto. Taranto? E sti cavoli!

Un mese dopo (intorno al 20 ottobre), con il treno Orvieto-Roma e Roma-Taranto, via Battipaglia, mi recai al Saram di Taranto. Pochi chilometri prima dell’arrivo mi sembrava di essere giunto in Africa: sabbia, dune, piantagioni basse e rade. Sceso dal treno chiesi indicazioni e feci una bella camminata per giungere alla caserma. Primi incontri di rito, destinazione dell’alloggio (camerata con una ventina di brande), consegna dell’abbigliamento: giacca, pantaloni, cravatta, cappotto, camicia, scarpe e copri scarpe, tuta, borsone, bustina (cappello), biancheria, sapone in pomata, spazzola per scarpe e ceretta nera.

Iniziò così l’avventura dell’aviere Stefano Gentili. O meglio, del missile o missilone (come ci chiamavamo scherzandoci sopra) Stefano Gentili. Ricordo esercitazioni, alza bandiera, brande, comandi e poco altro. Ci stetti 25 giorni e mi sembrava di essere entrato in un mondo di matti. Quel periodo fu allietato dalla venuta dei miei genitori e Rossella il giorno del giuramento. Il primo giuramento laico della mia vita, per il secondo sarebbero trascorsi 13 anni, da presidente della Provincia.

A fine Car ebbi la destinazione sperata, Firenze, sede della mia università; per la precisione, alla Scuola di Guerra Aerea ubicata all’interno del parco delle cascine. L’immediata collocazione fu tra il gruppo autisti e in seguito mi assegnarono anche un giornaliero lavoro d’ufficio (disbrigo patenti e altro). Lavavo le auto e guidavo auto, pulmini e pullman dentro Firenze o dove c’era da andare.  Questo mi permise di uscire dalla leva con una patente di guida corrispondente alla D civile. Girare con il pullman dentro Firenze, anche se in zone riservate al traffico dei mezzi speciali, fu un’esperienza inizialmente ardua, poi vissuta con grande scioltezza.

Noi autisti facevamo poche marce, ma alcune furono veramente memorabili. La ricordo una, se non sbaglio fatta eseguire (o addirittura guidata) dal generale di Brigata, Stelio Nardini, in seguito anche capo di stato maggiore dell’aeronautica. E la ricordo perché ci comportammo come una vera armata Brancaleone. Un giovane aviere, quando il comandante non vedeva, faceva in continuazione i versi di Totò. Ci beccammo una bella punizione, ma fu una soddisfazione. Fu una soddisfazione perché quell’anno di leva ci sembrava veramente tempo perso, specie per quelli come me, più grandi d’età.

L’estate fu caldissima: la stazione meteo ufficiale di Firenze Peretola segnò il record assoluto di temperatura dal 1951 ad oggi, con +42.6°c. L’altra stazione meteo, quella di Firenze Ximeniano, segnò il valore di +41.6°c, che era il record assoluto di questa stazione meteo dal 1813. Cioè nel luglio 1983 fu raggiunta la temperatura massima di questi 201 anni. E noi la sentivamo tutta: l’abbigliamento nelle camerate al massimo prevedeva le mutande.

Durante le licenze riuscivamo ad uscire qualche ora prima, imboscandoci dentro i pulmini del trasporto mensa o del pane. La sera uscivo poche volte. Con gli amici rammento le bischerate fatte lungo le Cascine, zona nota per prostitute e travestiti. Bischerate che taluni di questi facevano solo a parole, almeno in mia presenza. C’era il mito di un travestito molto bello (e lo era effettivamente) che svolgeva servizietti a gente altolocata.

In effetti quell’anno di naia non fu del tutto tempo perso. Questo grazie ad alcune persone con le quali ebbi modo di stringere amicizia. Sul fronte dei graduati ricordo il maresciallo Caoduro, il tenente Leuzzi e soprattutto il maresciallo Marcello Lorenzoni. Con quest’ultimo siamo entrati di nuovo in contatto nel 2007 e da quel momento mi chiama tutti gli anni a Natale per gli auguri. Poco tempo dopo il trapianto mi è venuto anche a trovare. È proprio una bella persona. Tra gli avieri ricordo diversi volti, ma pochi nomi. Specie con alcuni strinsi una buona amicizia. Ottima fu con Patrizio Innocenti, bravo imprenditore e con il quale recentemente sono di nuovo entrato in contatto, ma la più profonda di tutti è stata con Alessandro Bartoli, affermato professionista di Città di Castello. Forse fu la stessa età o anche la consonanza di vedute su molte cose della vita che ha poi reso questa nostra amicizia forte come l’acciaio. Sulle questioni di fondo la pensiamo ancora allo stesso modo, ma abbiamo orientamenti politici leggermente differenti. Confido però nella canzone di Cocciante “Tu sei il mio amico carissimo”: “né soldi, né donne, né politica potranno dividerci”.





Ottobre 1982. Con tuta e bustina a Taranto.

Ottobre 1983. Firenze, giorno del congedo con gli amici più stretti.




venerdì 4 dicembre 2020

POST 9 – NOI, INVASATI DELLA VITA, CONTRO LA LEGGE CHE LEGITTIMAVA L’ABORTO

La strategia per la vita faceva parte del mio Dna e in Azione Cattolica era diventata un programma. Fu quindi naturale la nostra battaglia contro la 194. Incontri, scontri, battaglie con la penna e i volantini. Poi la dura sconfitta, che ci aprì gli occhi.

Il terzo fatto significativo si colloca negli anni ’80. Erano gli anni – per dirla con l’amico Bertani – nei quali c’era chi “vestiva alla marinara, chi la sera andava in via Veneto e anche chi leggeva La Chiesa italiana e le prospettive del paese”.

A proposito, che fine ha fatto quell’illuminato documento della conferenza episcopale italiana?

Sparito dalla circolazione. Perché ebbe quello strano destino? Perché sparì dalla circolazione e non se ne è più riparlato? Eppure era un piccolo saggio di appena 28 paginette ed anche senza note. “Con gli ultimi e con gli emarginati, potremo tutti recuperare un genere diverso di vita. Demoliremo, innanzitutto, gli idoli che ci siamo costruiti: denaro, potere, consumo, spreco, tendenza a vivere al di sopra delle nostre possibilità”. Alcune risposte mi frullano per la testa. Una è di carattere ecclesiale ed è tutta italiana, l’altra è di natura politica e riguarda quella nostrana e quella internazionale; ce n’è poi una anche di carattere culturale che ha a che fare con la Pamela, Bobby, J.R., Bim Bum Bam, Drive in. Mentre l’oggettistica e i programmi televisivi si spalmano su tutto il decennio quel documento è del 1981.

 

Proprio l’anno in cui mi catapultai nella battaglia referendaria per l’abrogazione della legge 194/78, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza (popolarmente detta legge sull’aborto), che legalizzava e autorizzava l’aborto presso le strutture pubbliche entro i primi 90 giorni di gravidanza.

Con alcuni amici ed amiche ci buttammo a capofitto in quella campagna, convinti che fosse una lotta di civiltà e consapevoli del fatto che il vento soffiava e veniva sospinto nel verso contrario ai nostri desideri e alle nostre convinzioni.

Per la verità la nostra attenzione alla vita, in Azione Cattolica, era già iniziata. Anzi la chiamavamo proprio, sia a livello nazionale che locale, Strategia per la vita e riguardava la maternità (contrasto dell’aborto, adozione, affidamento educativo), ma anche altre povertà materiali e immateriali, come la tossicodipendenza.

 

“Chi ha paura di Virginia?” era un po’ il nostro slogan del 1981, supportato da un opuscolo mignon di 20 paginette nel quale si descriveva dettagliatamente e succintamente il percorso della vita dal 14° giorno del ciclo materno (“Io, Virginia, con il mio identikit unico e irripetibile, individuato dai 46 cromosomi contenenti 6 milioni di geni, già esisto”) al 90° (“Ora misuro 8 centimetri e peso 25 grammi…mi spuntano i capelli e le unghie: mi preparo così ad affrontare la vita”). Noi facevamo parte del Movimento per la vita, nato a livello nazionale e rappresentavamo una sua articolazione periferica (vedere il settimanale diocesano Confronto del 19 aprile 1981).

 

La battaglia fu entusiasmante e dura. Dovevamo rispondere colpo su colpo alle ragioni di quelli che secondo noi portavano acqua alla cultura della morte. Il giudizio detto così – a ripensarci oggi – era errato, perché diversi di coloro che non volevano l’abrogazione della legge lo facevano per togliere l’aborto (che esisteva, eccome, e in condizioni pericolose) dalla clandestinità. Ma altrettanti erano gli invasati dell’utero è mio e lo gestisco io. E poi c’erano anche i cinici: quelli che volevano sfruttare il referendum per ragioni politiche. Fu dura la battaglia, perché quello era il periodo nel quale la foga social-comunista e radical-femminista facevano la voce grossa, dopo la vittoria sul divorzio e l’ascesa elettorale.

 

Ma questi fatti, lungi dallo scoraggiarci, ci gasarono di più. E allora via con i volantinaggi, i contatti porta a porta, gli incontri formativi, culturali e scientifici (per i quali ricordo di aver predisposto una sinossi tra la legge 194 e le modifiche che voleva apportare il movimento per la vita e quelle ancor più permissive dei radicali), la partecipazione ai dibattiti anche se in minoranza schiacciante. A tal proposito rammento ancora un dibattito al teatro Salvini di Pitigliano nel quale a rappresentare la parte nostra, quella di chi voleva la vita del feto-bambino difesa ad ogni costo, invitammo P. Vincenzo D’Ascenzi che fece valere le ragioni della vita in modo asciutto, argomentato, chiaro e scientificamente ineccepibile. P. D’Ascenzi, che pure era accusato di essere troppo indulgente verso il mondo marxista, accusava i comunisti, “di tradire le attese del popolo poiché esso non era a favore di una legge sull’aborto ma fu spinto verso questa scelta da una ragione di opportunismo politico per aumentare il blocco compatto della sinistra e del fronte laico, per indebolire la Democrazia Cristiana”.

 

La battaglia fu ardua e si combatté senza esclusione di colpi sino all’ultimo momento, anche attraverso le parrocchie. E così fecero anche gli altri, che a differenza di noi potevano usufruire di un’autentica macchina organizzativa micidiale e capillare. Organizzammo in modo ferreo anche la nostra presenza ai seggi con scrutatori e rappresentanti di lista agguerriti, ma alla fine la batosta fu clamorosa. A livello nazionale 21.505.323 elettori dissero NO all’abrogazione della legge e 10.119.797 SI: in percentuale di 68 a 32. E nei comuni della diocesi fu anche peggio (a parte l’Isola del Giglio). Le differenze erano circa le stesse delle elezioni e quindi la gente, in larga parte, dette retta ancora una volta alle indicazioni dei partiti, con qualche rara eccezione. Anzi, alcuni che votavano DC e altri di centro non votarono o votarono no. Cosa, per alcuni, ancora più indigesta.

 

Eppure in campo ecclesiale molti ancora pensavano all’Italia come un paese cattolico o almeno ossequioso alle indicazioni morali della Chiesa, nonostante vi fosse già stata la sberla del divorzio. Il risveglio fu traumatico, ma almeno mise tutti dinanzi alla realtà. Ci fu chi si mise a inveire, chi disse “ripartiamo da 32”, chi, come alcuni amici cattolici di P. S. Stefano, si impegnò a “dare la vita all’oggi” e chi aveva già invitato sulle pagine diocesane – sotto il titolo “Bambino mio: ricchezza dell’umanità” – a dare alla luce i bambini, ma aiutando la donna ad essere sempre più donna e madre.

E noi? Noi, in Azione Cattolica, continuammo a portare avanti la strategia per la vita.













giovedì 3 dicembre 2020

POST 8 – 90 SECONDI DI FINIMONDO: IL TERREMOTO DELL’IRPINIA

Partii insieme a don Lido e altri amici, il 9 dicembre 1980, per Sant’Angelo dei Lombardi. Rientrammo con il cuore in gola e la sensazione di avere ricevuto più che dato.

 

Il 1980 lo ricordo soprattutto per il terremoto dell’Irpinia: 90 secondi di scossa alle 19,34 di domenica 23 novembre avrebbero, alla fine, procurato quasi 3.000 morti, 9.000 feriti e 280.000 sfollati. Mi torna alla memoria perché la nostra diocesi si mobilitò subito con una raccolta fondi e un gruppo di noi si diresse verso quelle terre devastate. La nostra gente fu, come al solito, generosa e nel giro di un mese furono raccolti più di 15 milioni di lire, oltre a generi alimentari e indumenti. La Caritas diocesana prese contatti con la Caritas nazionale e ci fu chiesto di partecipare come volontari in un paese particolarmente colpito, Sant’Angelo dei Lombardi.

Nei primi giorni di dicembre ci si mobilitò per sistemare una roulotte che ci mise a disposizione, mi pare, Primo Cabri. Credo fosse sua e non di don Piero, come si dice nel resoconto del settimanale diocesano Confronto del 4 gennaio 1981.

Si partì il 9 dicembre alle 2,00 di notte per questo non breve viaggio: eravamo io, don Lido Lodolini da Pitigliano, Lucio Luzzetti di Scansano, Alberto Bisconti e la figlia Letizia di Magliano in Toscana, seguiti da un camion che trasportava roulotte, viveri e vestiario.

Quando arrivammo ci accolsero la neve e i primi palazzi accartocciati su se stessi. Devastante. Ci si sistemò in un campo sterrato, insieme ad altri sopraggiunti e si presero i contatti con i responsabili locali i quali ci indicarono i compiti da svolgere.

 

Cosa mi torna alla mente?

Le tende che insieme a Lucio consegnammo e aiutammo ad erigere ad un gruppo di contadini, Letizia che seguiva i bambini e distribuiva i pasti, una Messa molto sentita nella contrada dove operavamo. Alberto impegnassimo in tante piccole cose concrete. Don Lido operativo su tutti i fronti; il nostro desiderio di portare, insieme agli aiuti concreti, la forza cristiana della fede.

Ma anche il freddo delle notti nella roulotte scaldata (si fa per dire) da una stufetta a gas pericolosa assai, i bisogni fisiologici da collocare dentro una buca all’aperto (alla faccia del bidet) circondata mi sembra da poche tavole, il passaggio, di tanto in tanto, di qualche bossetto locale. Poi le ruspe tedesche apparentemente molto efficienti ma, che a nostro parere, andavano poco per il sottile nel togliere le macerie e qualche corpo che stava sotto; gli indumenti collocati per terra perché i cittadini ne potessero usufruire.

 

Domenica 14 pomeriggio lasciammo S. Angelo con il cuore in gola e la sensazione di avere, ancora una volta, ricevuto più che dato.

Lucio rimase un’altra settimana ed altri gruppi diocesani seguirono la nostra avventura. Uno di questi sarà composto da Don Enzo Baccioli di Sorano, che farà dire alla fine di una messa al sindaco di S. Angelo, Rosanna Repole, “sei riuscito a farmi piangere”, Stella Bevillotti di Roccalbegna, Monica Brignali di Sorano, Franca Giovani di P.S. Stefano e suor Camilla di Bisceglie (settimanale Confronto, 19 aprile 1981).

Le impressioni a caldo possono essere lette negli articoli a firma Stefano (io) e Lucio (Luzzetti).

A rileggerli oggi, debbo ammettere che essi risentivano del nostro desiderio, forse eccessivo, di rispondere ad una mentalità anche allora piuttosto comune e in parte veicolata dai mezzi d’informazione: quella di considerare quelle persone come terroni. Lucio lo dice chiaramente nel suo articolo, “gente che non merita niente, che non vuol lavorare, non vuol ricostruire, che sa in pratica solo piangere”.

Non era così, non erano santi, né super efficienti. Erano persone normali, come noi. Ma, in quel momento, noi stavamo dalla loro parte.






mercoledì 2 dicembre 2020

NEL FRATTEMPO… GLI ANNI ‘80

Per chi ha la pazienza di seguire il filo del mio ragionamento entro nella quarta fase dopo “Boom, la prima fanciullezza”, “Da Samba Pa Ti al Maestro” e “La nostra alternativa cristiana”.

Perché nel frattempo abbiamo superato gli anni ’80: quelli dell’uomo tigre e di Mazinga, delle Reebok e il Commodore 64, delle Tabù, le penne cancellabili, il telefono della Sip e il gettone telefonico, il vespone, le cassette musicali e gli orologi di plastica.

A livello della politica nazionale la DC perde la presidenza del consiglio dei ministri a vantaggio del repubblicano Giovanni Spadolini, e poco dopo sale in sella il socialista Bettino Craxi per 4 anni.

In provincia continua il periodo socialista con Asta, Monaci e Cerreti, mentre a Pitigliano, dopo i 10 anni di Giovanni Cini e i 7 di Luigino Niccolucci inizia l’epoca di Augusto Brozzi, in sella sin dal 7 ottobre 1977, che durerà ininterrotta per 15 anni.

Il 1980 lo ricordo soprattutto per il terremoto dell’Irpinia: 90 secondi di scossa alle 19,34 di domenica 23 novembre procurano quasi 3.000 morti, 9.000 feriti e 280.000 sfollati. Insieme a don Lido e altri tre amici partecipo come volontario a S. Angelo dei Lombardi.

Con alcuni amici ed amiche nel 1981 ci buttiamo a capofitto nella battaglia per il referendum contro la legge che legittima l’aborto, convinti che sia una lotta di civiltà e consapevoli del fatto che il vento soffia e viene sospinto nel verso contrario ai nostri desideri e alle nostre convinzioni. Si perde clamorosamente.

Nel 1982, mentre frequento l’università un po' là con gli anni, ricevo la chiamata. Non quella divina che c’era già stata, ma quella militare. È un pomeriggio di settembre e, telefonando ai miei genitori da un piccolo bar all’inizio di via de’ Servi a Firenze, mia mamma mi dice: “Stefano, è arrivata la cartolina”. “Chi me l’ha inviata?” rispondo. “L’aeronautica militare” ribatte. L’attendevo, ma sono colto di sorpresa. Un mese dopo al tar di Taranto, poi alla scuola di guerra aerea di Firenze. Fu un anno perso? Un po’ sì, un po’ no: e questo grazie ad alcune persone con le quali stringo una forte amicizia.

Nel 1986 con altri giovani promuoviamo un Convegno sulla disoccupazione giovanile e l’anno successivo col solito gruppo facciamo nascere il Comitato per la giustizia sanitaria che riesce a raccogliere a difesa dell’ospedale di Pitigliano 14.215 firme.

Nello stesso anno vengo scelto come presidente per rianimare il sottocomitato della Croce Rossa Italiana locale e organizziamo un’iniziativa per ragionare su Pitigliano: “Pitigliano viva”.

Mi viene chiesto anche di dirigere le pagine diocesane del settimanale Toscana Oggi-Confronto e nel 1987 vengo accolto nell’Ordine Nazionale dei giornalisti-pubblicisti. Quella faticosa esperienza dura 5 anni, poi la passo a don Mariano, che ancora oggi ne è eroicamente direttore.

Nella seconda metà del decennio '70 m’imbarco anche nell’esperienza universitaria e un evento traumatico mi fa comprendere quanto sia labile il confine tra la vita e la morte: il crollo di parte della Cattedrale di Pitigliano del 18 luglio 1977. Io e don Giorgio per 10 secondi non veniamo travolti dalle macerie. Dell’università ricordo la fatica, l’intensità, le esperienze con grandi professori dall’alone molto sacrale, le poche amicizie fiorentine e la tesona finale di 1.100 pagine. Mi trovo a Firenze il giorno del rapimento di Aldo Moro e quello dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II, per il quale la sera preghiamo insieme a Madre Teresa di Calcutta.





Giovanni Cini, Sindaco di Pitigliano dal 6-11-1960 al 6-6-1970



Luigi Niccolucci, Sindaco di Pitigliano dal 7-6-1970 al 7-10-1977


Augusto Brozzi, Sindaco di Pitigliano dall' 8-10-1977 al 22-04-1995



martedì 1 dicembre 2020

HO CONOSCIUTO UNA SANTA

Ho conosciuto una santa: Pasqualina Cavero Scotto. Veramente ne ho conosciuti diversi di “santi della porta accanto”, come li chiama Papa Francesco nella esortazione Gaudete et Exsultate. Ma è di lei che desidero parlare, sapendo di avere tra le mani uno scrigno prezioso.

Nel luglio di quest’anno in vacanza a Giglio Porto ho saputo che Pasqualina era morta otto mesi prima, il 9 novembre 2019. A mio parere in lei erano chiari “i segni di eroicità nell’esercizio delle virtù”, di una vita donata agli altri e offerta per il bene della Chiesa; e “la sua esistenza ha espresso un’imitazione esemplare di Cristo ed è pertanto degna dell’ammirazione dei fedeli”. Per questo può anche essere presa in considerazione l’apertura di un processo di beatificazione. Io lo dico, ma al Giglio altri lo pensano: una cara amica alla quale ho chiesto un ricordo di Pasqualina, mi ha riposto. “ogni volta che ci incontravamo emanava dolcezza e profumo di santità”. Appunto.

L'ho conosciuta nel settembre 1980 quando presi parte, da giovane presidente dell'AC diocesana, alla missione organizzata dal vescovo Giovanni D'Ascenzi all'Isola del Giglio (con don Angelo Comastri, don Lido Lodolini e Suor Bianca Bisaccioni) e mi colpì il suggestivo tono della sua voce e di altre donne durante le celebrazioni liturgiche. Il suo nome da tre anni mi era caro come presidente parrocchiale dell'AC di Giglio Porto. La ricordo al mio matrimonio, insieme a Rosa Mattera. Poi ho potuto frequentarla quasi ogni anno dal 1998 nel periodo estivo e ho sempre goduto della sua amicizia. La sua parola semplice e dal forte accento gigliese mi faceva star meglio e la sua testimonianza cristiana mi spronava ad essere migliore. Amici mi hanno detto che nel mese di luglio di ogni anno chiedeva: “Ma Stefano è venuto? L’avete visto?”. Ed io ugualmente, a cercarla; il suo balcone era il primo che scrutavo. Ci siamo voluti bene, lei un po’ come una mamma, io come un figlio che vedeva di tanto in tanto.

Per le informazioni che non conoscevo ringrazio la dottoressa Maria Agnese Sturman, la superiora delle suore del Porto suor Lina Pellegrino, la figlia di Pasqualina, Assunta.

Pasqualina nasce all’Isola del Giglio in un periodo non facile, il 25 luglio 1929; da bambina e adolescente vive in compagnia delle suore dell’Immacolata, dalle quali impara il ricamo e assorbe i principi religiosi, mentre le aiuta nelle varie necessità: non c’è l’acqua corrente nelle case e lei si fa carico con le brocche dell’approvvigionamento delle suore. Questa familiarità dura tutta la vita resistendo al cambio delle suore e dell’ordine religioso, tanto che a casa viene chiamata la “suora di scorta”.

Entra da subito nella compagnia dell’Azione Cattolica e nel tempo non si sottrae alle varie responsabilità, sino a diventarne Presidente per trent’anni.

Sposa nel 1951 Andrea Scotto e inizia la vita familiare, impreziosita dell’arrivo dei figli Angelo, Assunta e Mario.

Tanto continua ad essere preponderante in lei il legame con la madre Chiesa che appena viene consentito ai laici il Ministero straordinario della Comunione Eucaristica (Istruzione ‘Immensae Caritatis’ del 29 gennaio 1973) le viene subito conferito, immagino con un certo stupore, essendo tra l’altro una donna. La distribuisce in Chiesa e ce n’è bisogno vista l’alta partecipazione alle messe, ma soprattutto la porta ai malati nelle case.

Eh sì, la Chiesa è indubbiamente il centro di gravità permanente della sua vita. Ne ha a cuore il decoro e utilizzando le innate doti del canto esercitate sin da giovane, canta le Messe in latino e pian piano diviene la trascinatrice del servizio musicale durante tutte le funzioni liturgiche, depositaria com’è delle tradizioni canore più antiche, sulle cui strade indirizza via via i parroci che si succedono.

Prega senza mai stancarsi e il rosario è suo pane quotidiano in casa e in Chiesa, prende parte attiva alla Messa quotidiana, sino agli ultimi difficili tempi. La sua dedizione alla Madonna è nota anche fuori dell’Isola e nessuno è in grado di quantificare le volte che partecipa ai pellegrinaggi dalla Madonna di Lourdes (alla quale spesso si è raccomandata), a Pompei, Loreto e dalla Vergine nera di Czestochowa. Mi hanno raccontato che una volta a Lourdes, lasciata da sola davanti alla grotta a pregare per circa un’ora, al ritorno è stata trovata a sostenere una persona anziana e fisicamente malferma. Il servizio alle persone in difficoltà è stato la sua scelta di vita.

Era una donna di carità. Quando le chiedevo qualcosa sul suo comportamento verso il prossimo, era sempre schiva nelle risposte. Sono riuscito a comprendere che frequentissima era la sua visita ai malati ai quali oltre al cibo Eucaristico portava anche quello da lei preparato e qualche volta cadeva pure per le scale, come diceva. So che ha contribuito per anni, tramite adozioni, alla formazione di religiosi: è stato possibile ricostruire quella di un sacerdote in Sudamerica e di una suora francescana della S. Croce. Protesa all’annuncio, ha diffuso la stampa cattolica e offerto piccoli contributi ad emittenti radiofoniche cattoliche, perché fosse diffusa la buona notizia.

Le sofferenze, che fanno parte della vita di tutti, non le sono mancate, ma ho avuto testimonianza che le ha vissute cristianamente, specie quelle non dipendenti dalla sua volontà, perdonando chi gliele stava procurando. Naturalmente Pasqualina avrà avuto i limiti di tutti gli esseri umani, fatto passi falsi come noi e peccato, come talvolta accade. Ma il santo non è il perfetto, il puro, colui che non commette errore. Anzi la storia dei cristiani saliti agli onori degli altari è quasi sempre costellata da vite assai imperfette. Ma non è quello che conta. Conta la Grazia e lo spazio che via via le facciamo dentro di noi, che “cresce attraverso piccoli gesti” (papa Francesco). Poi ci pensa Lei a farci “diffondere la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità” (Lg, 12).

 

Mi ha detto la figlia Assunta che l’ultima sera ha recitato il rosario e cantato, poi l’ha tenuta per mano tutta la notte e la mattina, appena giunta la nipote, è morta serenamente. Al cuore che canta, la pace non manca, dice un antico proverbio.

Aveva chiesto che per il suo funerale le fossero suonate le campane a festa, sia a Giglio Porto che a Castello, e così è stato fatto. La morte per lei non rappresentava la fine, ma l’inizio: il ritorno al Padre, l’inizio della vita che non avrà mai fine. Papa Francesco ci ricorda che “ciascun santo è un messaggio che lo Spirito Santo trae dalla ricchezza di Gesù Cristo e dona al suo popolo”. Pasqualina è stata un dono da continuare a tenere caro.