Dalla Parola di fuoco
alla scelta religiosa e l’impegno ecclesiale
Durante gli anni di esperienza diocesana in Azione Cattolica, la Parola
di Dio dimorava tra noi frequentemente. Passi della bibbia spesso citati
esaltavano la dignità dell’uomo (“l’hai
fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato”) e gli
consegnavano un compito molto operativo, quello di custodire e coltivare il
creato. I profeti dell’antico testamento gridavano contro l’ingiustizia sociale
(Amos), contro un Dio fatto a propria immagine e somiglianza (Osea), contro un
culto scisso dalla vita (Isaia), contro le false sicurezze (Geremia), contro i
pastori – guide spirituali e politiche – che sfruttavano le pecore
(Ezechiele).

Come gli sferzanti versetti dell’Apocalisse (3,15-16):
“Conosco le tue opere: tu non sei né
freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei
cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”.
Ma anche le suggestive parole di Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di
voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò
un cuore di carne” (a pensarci bene…un vero e proprio trapianto!).
E quelle consolanti di Geremia: “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora
io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”.
Tutto
questo oscillare all’ombra della Parola era fuoco per la nostra paglia di
adolescenti e il Vangelo ci appariva esplosivo e non oppio dei popoli, come
aveva detto il barbuto. Venivamo spinti a vivere l’esperienza del vangelo in
modo radicale.
Anche grazie a queste sollecitazioni sentivamo molto
affine e facemmo nostra la linea ufficiale della Chiesa italiana e dell’AC,
definita scelta religiosa e – in questo SECONDO TEMPO – ci impegnammo nei riguardi della comunità ecclesiale, dove come laici
provavamo ad esercitare la missione sacerdotale, profetica e regale derivante
dal battesimo. Con la particolarità segnalata dal documento conciliare
Lumen Gentium al numero 33, là dove si diceva che oltre all’apostolato che
spetta a tutti i fedeli senza distinzione, “i
laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più
immediatamente con l’apostolato della Gerarchia a somiglianza di quegli uomini
e donne che aiutavano l’apostolo Paolo nell’evangelizzazione, faticando molto
per il Signore”.
Ci sentivamo un po’ come “Evòdia e Sìntiche” che – dice Paolo (Fil 4,3) “hanno combattuto per il vangelo insieme con me, con Clemente e con gli
altri miei collaboratori”. O come Prisca e Aquila “miei collaboratori in Cristo Gesù” che “per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa”; Epèneto,
Maria, “che ha faticato molto”,
Andronìco, Giunia, Ampliato, Urbano “nostro
collaboratore in Cristo”, Apelle “che
ha dato buona prova in Cristo”, Trifèna e Trifòsa “che hanno lavorato per il Signore” ed altri ancora (Rm 16, 3ss).
Dietro
questi nomi antichi ci piaceva vedere il volto di ciascuno di noi, componenti
l’Azione Cattolica. Eravamo esaltati? Un po’ pazzi? Rincitrulliti? Forse.
L’ardore era però più simile a quello degli innamorati.
Comunque
sia, con questi intenti ci mettemmo al
servizio della scelta religiosa della Chiesa italiana e dell’Azione Cattolica.
Anch’essa fu compresa da pochi, sembrava un ritirarsi in intimità, all’inizio
richiedette dei no e alcuni probabilmente la interpretarono in modo riduttivo.

Alberto Monticone, presidente nazionale dal 1980 al
1986 l’ha sintetizzata nel modo seguente: “Laicità
senza mondanità, impegno civile senza compromissione partitica, primato dello
spirito senza oblio della dimensione umana”.
Essa
portava con sé anche un modo nuovo di rapportarsi alla gerarchia ecclesiastica.
Per sua
natura l’AC è obbediente al Papa e ai Vescovi ma, come disse Bachelet a papa
Montini, in occasione della prima Assemblea nazionale del 1970 citando don
Primo Mazzolari, l’Azione cattolica era pronta a “obbedire in piedi”. Ed anche questo nuovo atteggiamento provocò
malumori tra prelati e laici clericali.
L’AC dunque
operava per una chiesa libera e liberante, dedita alla centralità dell’annuncio
di Gesù: una chiesa aperta e dialogante. E noi eravamo presi nel vortice.