venerdì 27 febbraio 2015

PER UNA RIFONDAZIONE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA
Convegno – Grosseto Sala Friuli, sabato 12 dicembre 1992 ore 15,30


  1. PER UNA POLITICA DELLA SPERANZA
    L’ISPIRAZIONE CRISTIANA FONDAMENTO DEL NUOVO, TRA VECCHI BOIARDI E NUOVI FERMENTI

a cura di Stefano Gentili

Quello che stiamo vivendo è un tempo particolare perché “tempo di passaggio” tra un’Italia che fu (che è giunta sino a noi, ma che non ha futuro) e un’Italia che verrà.
Tempo di passaggio, quindi, tempo di “crisi”.(1)

CRISI E BISOGNO DELLA POLITICA
La politica è in crisi perché l’individualismo soggettivistico di fine millennio ha posto in stato di sofferenza l’idea di bene comune (2) e perché il prevalere del dato economico rischia di far venir meno il valore orientativo dell’esperienza politica.
Però c’è un gran bisogno di politica, perché solo attraverso una sana mediazione politica gli ideali diventano realtà, i valori riescono ad animare la vita, i progetti teorici si realizzano nella storia.
Ovviamente nessuno di noi vuole affermare che la politica sia tutto: è solo uno strumento e come tale va usata; senza farne mai un assoluto, ma sapendo che vi sono valori, istanze, principi morali e finalità superiori che vengono prima della politica e ai quali la sana politica va subordinata.

CRISI E BISOGNO DEI PARTITI
Anzi, è proprio l’atteggiamento “onnivoro” dei pilastri della nostra democrazia rappresentativa, i partiti, che ha provocato la malattia della politica.
Sorti come “veicoli” della democrazia, rischiano di essere oggi una “minaccia” per la stessa. Contraddittorio, quasi paradossale, il loro destino: chiamandosi partiti sin dal nome vollero denunciare la loro “parzialità” e tuttavia agirono e, per certi versi, riuscirono ad essere “tutto”, ad avere un’anima totalizzante.
E’ ciò che in altri termini si chiama partitocrazia (3): il morbo mortale che ha privato o rischia di privare la politica della sua vitalità, della sua anima. Morbo che ha messo in stato di crisi Io stesso “sistema dei partiti” (4).
Ma la democrazia che siamo chiamati a consolidare non potrà non essere dotata di strumenti partitici anche se sicuramente diversi nella loro forma e liberati dei vizi che hanno accumulato.

CRISI E BISOGNO DELLA DC
All’interno del sistema dei partiti anche la Democrazia Cristiana è in stato di crisi.
Intanto perché si è conclusa per sempre l’era della centralità democristiano, nella quale il quadro politico bloccato imponeva che la DC fosse necessariamente il perno di ogni compagine governativa.
In secondo luogo perché, essendo venuto meno il mare ove aveva potuto galleggiare (il comunismo), la grossa baleno bianca - che nel corso del tempo ha inghiottito nel suo vasto ventre ogni sorta di pesci, buoni e cattivi - è rimasta arenata (5)
In terzo luogo perché “il partito -come ha detto Martinazzoli- è un cimitero, non c’è più il quartier generale, spesso bombardato, ma che spesso si bombarda da sé. Non è vero che ci assediano, ci assediamo da soli. Non ci sono più le prime linee, le retrovie, le salmerie… e ... i vecchi continuano a invecchiare e i giovani preoccupano perché sono stati allevati in alambicchi di partito e ora fanno resistenza perché capiscono che se riusciremo a traghettare la DC finiranno per essere messi da parte perché sono una classe dirigente inservibile” (6).

Di fronte alla rovina della antica casa, alcuni amici hanno reagito sposando le suggestione de IL MOVIMENTO PER LA DEMOCRAZIA-LA RETE, altri quelle dei POPOLARI PER LA RIFORMA, altri ancora, specie nel Nord, quelle della LEGA NORD.
Movimenti sui quali abbiamo giudizi assai diversificati (7), ma che anche per molti cattolici rappresentano scialuppe di salvataggio nel caso che l’evoluzione dei prossimi mesi dovesse dimostrare che la barca principale (la DC) non regge.
Noi rispettiamo queste espressioni della società civile ed anzi ci sforziamo dì cogliere le sfide positive che da loro provengono: la riforma dei partiti e il ricambio della classe politica, la questione morale, la revisione della politica del Mezzogiorno, la lotta alla Mafia e, per le alleanze, la centralità dei contenuti e il superamento degli schieramenti a favore delle competenze.
Ci permettiamo, però, di affermare che noi lavoriamo per il rinnovamento della politica e per dare una risposta utile a quelle e ad altre sfide che il nostro tempo ci pone dinanzi, non subendo il fascino di certi “trasversalismi” che rischiano di diventare “obliqui”, ma presupponendo ancora la necessità di uno strumento in politica che chiaramente si ispiri alla identità cristiana.
Questo perché vi sono tutta una serie di valori-base che dovrebbero essere realizzati e che hanno una loro intrinseca unitarietà. (8)
Sono i valori della dottrina sociale cattolica che, per inverarsi in politica, hanno anche bisogno - a nostro parere - di uno strumento che a quegli ideali espressamente si riferisca.
“Perché mai -allora- dovremmo sciogliere il nostro partito in un indistinto di cui non conosciamo I contenuti? Oltretutto non (abbiamo) alcun dubbio sul fatto che la nostra idea è fresca, originale e non ha bisogno di nascondersi, ma anzi di rendersi visibile” (9).

E’ tutto racchiuso in questa motivazione di fondo il senso della nostra iniziativa.
Il disagio che cresce rischia infatti di polverizzare un’esperienza ed una storia importanti.
Stiamo pagando, presso l’opinione pubblica, un conto molto salato per tutta una serie di errori che abbiamo commesso e che forse nei libri di storia saranno giudicati marginali.
Eppure, è impossibile trovare nella storia italiana un periodo di maggiore progresso, di più incredibile avanzata degli interessi della gente comune, di valorizzazione della persona umana e dei suoi diritti, di quello che va dal dopo guerra ad oggi.
Riteniamo, quindi, privi di senso storico coloro che - prendendo a prestito il “modello Bartali”: “tutto è sbagliato, tutto è da rifare”- tendono a squalificare un periodo di 45 anni della storia nazionale.
Periodo che si è comunque chiuso perché “transitorio rispetto alla normalità della vita democratica cui dovrebbe pervenire la democrazia italiana dopo l’integrazione degli ex-comunisti.
E’ giunto il tempo - per dirla con Leopoldo Elia – “di un secondo tempo nella vita dello Stato e non di un salto dalla prima alla seconda Repubblica, perché la Costituzione del ‘47, sia pure con una organica revisione della seconda parte, è in grado di comprendere gli sviluppi del secondo tempo, che dovrebbe essere quello non transitorio, assimilabile al modello delle altre democrazie europee” (10).

IL NUOVO CHE AVANZA A LIVELLO NAZIONALE
Il cammino della DC nazionale negli ultimi mesi è un pò parte dell’agitazione che sta attraversando la società italiana.
La DC si è trovata a fare i conti con il colpo di acceleratore impresso dalla storia e il colpo di freno del suo rinnovamento negli ultimissimi anni. Così il ritardo si è accumulato e la rincorsa è divenuta drammatica.
Eppure negli ultimi mesi quella rincorsa ha ritrovato slancio e la DC ha cambiato rotta.
Il drastico giro di vite della crisi del sistema (11) ha determinato il formarsi di una larga opinione comune che solo la riforma possa salvare la DC.
Lo stesso terreno di scontro è cambiato. La foto di gruppo della DC fino al 5 aprile e anche subito dopo (12) è assai diversa dalla foto di gruppo di oggi (13). Al conflitto tra chi immaginava di restare fermo e chi indicava l’urgenza di muoversi, si è sostituito il conflitto tra tutti quelli che propongono di muoversi in direzioni diverse.
Cambiando il gruppo dirigente la DC cambia in parte fisionomia e giocando la partita delle nuove regole si vede costretta ad abbandonare il vecchio “gioco del pendolo” (14), che passava il bastone del comando dal centro alla sinistra, da questa al centro e così via, in nome della centralità del partito negli equilibri generali della politica.
Oggi quel pendolo non funziona più. Dimostrazione ne è il fatto che a Segretario delta DC è stato acclamato, con poteri quasi commissariali, un personaggio minoritario come Martinazzoli. La crisi complessiva ha dissolto di colpo quella trama nervosa che fino a poco tempo fa regolava gli equilibri interni alla DC e, tramite essa, della politica italiana.
A nostro modo di vedere è iniziata la svolta.

Infatti se la struttura interna della DC era imperniata sui caratteri della “democrazia bloccata” la sua modificazione può favorire la” democrazia compiuta” (15).
La segreteria Martinazzoli ha preso il via in una fase storica destinata a provocare una inevitabile rottura delle nostre abitudini politiche; rottura alimentata anche da due nuove variabili, quella istituzionale (16) e quella generazionale (17).
Non siamo più condannati a governare a livello nazionale e parimenti non siamo più condannati all’opposizione là dove lo siamo sempre stati (18).
Il sistema politico si sta, dunque sbloccando e, con le riforme istituzionali (prima tra tutte quella elettorale), si sbloccherà definitivamente, iniziando a funzionare a pieno regime.

Riguardo alle riforme istituzionali diciamo che ci ritroviamo pienamente nel lavoro che sta conducendo la Commissione Bicamerale: neoparlamentarismo riformato e sistema elettorale in grado di garantire le rappresentanze del pluralismo politico e di favorire il formarsi di una maggioranza di governo (19).

Quando vediamo personaggi o gruppi che sostengono, chiaramente o in modo cifrato l’incompatibilità tra la democrazia parlamentare e una moderna capacità decisionale e che considerano il dibattito pubblico tempo perso perché le decisioni si prendono altrove e in altro modo, allora diventiamo preoccupati e non ci stiamo.
La nostra democrazia è in affanno e alcune procedure debbono essere assolutamente riformate, ma chiaro deve essere l’obiettivo a cui tendere: realizzare meglio il principio classico della partecipazione di tutti alla formazione delle decisioni.

ELEZIONE DIRETTA DEL SINDACO: PROGRESSISTI E CONSERVATORI IN PROVINCIA
Anche la proposta di legge sulla “Elezione diretta del Sindaco, del Presidente della Provincia e dei Consigli Comunali e Provinciali” è destinata a rappresentare un altro bel mattone del nuovo che si va costruendo,
Nuovo dovrà, pertanto essere il nostro atteggiamento e le squadre che dovremo saper mettere in campo.
In questa linea condividiamo anche alcune affermazioni fatte dal Segretario Provinciale del PDS in una recente intervista (20):
- elezioni primarie sia per stabilire il campo dello schieramento che il capo della lista;
- candidato a sindaco che indica gli assessori esterni che vuole mettere al proprio fianco e le scelte che propone per l’Amministrazione.
Il tutto nel quadro della constatazione - per noi da tempo vera - che la competizione e la collaborazione elettorale “non e più un fatto politico tra partiti vicini dal punto di vista ideale, ma tra partiti che si ritrovano su ipotesi di governo concrete” (21).
Ipotesi di governo che sono questioni ben più complesse di meri e pragmatici programmi concreti, attenendo invece, in primo luogo, al piano dei principi, ai bisogni da tutelare e ai meriti da valorizzare.
E’ questa la strada che intendiamo coerentemente battere nei rapporti con gli altri partiti e movimenti.

Riguardo al PDS, non vediamo ragioni per continuare pregiudizi che un tempo erano pure fondati. Chiediamo, però, politiche meno ondivaghe, la fine degli accordi quadro da imporre a tutti i comuni della provincia (22), osserviamo che il cambiamento deve realmente coinvolgere tutti e ricordiamo che nella prossima politica dei blocchi riformista e conservatore, anche noi ci candidiamo a guidare il primo! (23).

APPELLO AI CAITOLICI E Al LIBERI E FORTI
Si e quindi aperta una fase nuova che, nella dialettica democratica delle alternanze, può consentire il raggiungimento di traguardi e riforme sinora insperate e addirittura la messa a coltura di “sane utopie” (24).
Questo è uno di quel momenti nei quali le persone libere devono alzarsi in piedi e contarsi.
Le persone libere che hanno a cuore l’ideale democratico-cristiano, le persone libere di ogni corrente interna alla DC e dei mondi vicino ad essa debbono abbandonare le proprie pretese sicurezze e gettarsi nella affascinante avventura del rinnovamento.
Il tempo - al di là delle apparenze - è propizio, Io stile è quello antico e sempre nuovo: “rinnovarsi per rinnovare”.
In questa direzione un appello particolare ci sentiamo di rivolgerlo al variegato mondo cattolico (25).
Lo facciamo non col solito intento retorico e intellettualistico (quindi falso e distaccato) di chi, anche all’interno della DC, lo ha sempre fatto, da pesce fuor d’acqua: essendo nei fatti estraneo a quel mondo.
Rivolgiamo questo s.o.s. al mondo cattolico delle tre diocesi della provincia di Grosseto con la forza serena e disarmata di chi vive esistenzialmente all’interno di quel mondo, vi opera quotidianamente, vi soffre le difficoltà e vi trae alimento per l’impegno.
Fratelli, è ormai tempo di svegliarci dal sonno!

RIMUOVERE I DETRITI E COLLOCARE I MATTONI
La nostra non è, dunque, una iniziativa contro qualcuno, ma per qualcosa o, se vogliamo essere più analitici, è anche contro quanti volessero procedere mettendo il vino nuovo in otri vecchi o, gattopardescamente, fingessero di cambiare qualcosa - magari di esterno e formale - per lasciare tutto come prima nella sostanza, mostrando di non aver capito la lezione del 5 aprile, né la forte domanda di rinnovamento che sale dalla gente (26).

Ma il partito, anche in provincia, è una necropoli.
Il nostro intento è dunque quello di lavorare sin da subito alla rimozione dei detriti e alla ricollocazione dei mattoni per restaurare la casa.
Prima di indicare i detriti o meglio i grossi massi che debbono essere rimossi, ci siano consentiti due gesti: uno di umiltà e l’altro di trasparenza.
Con il gesto di umiltà, pur avendo contribuito in minima parte alla formazione dei detriti o non avendo contribuito affatto, decidiamo di assumerci in solido le responsabilità delle non poche scorie che il partito ha accumulato e ne chiediamo pubblicamente scusa.
Con il gesto di trasparenza decidiamo di dire con chiarezza quali sono le scorie che, a nostro modo di vedere, debbono essere necessariamente eliminate.
Precisando che quasi tutti i detriti che andremo a citare sono presenti anche negli altri partiti, talvolta in forme ben più gravi della nostra.
Ma se vogliamo contribuire al rinnovamento complessivo della politica ciascuno deve in primo luogo ripulire se stesso e la propria abitazione (27).

ABBATTERE IL CORRENTISMO.
La prima scoria da eliminare si chiama “correntismo”. L’unica realtà solida della Dc provinciale sono le “correnti” che sostituiscono (in negativo) il partito. Ciascuna ha il proprio leader, le proprie riunioni separate, le proprie sedi, la rispettiva quota di potere nella gestione del partito e nelle istituzioni locali, la propria clientela da piazzare nei posti che contano. E’ un sistema assimilabile ad una S.p.a. che, in base al pacchetto di azioni - in questo caso le tessere (spesso estorte dietro ricatto) - accumula quote di potere. Un sistema “quasi moderno” (!!!) che viene gestito in modo tribale dai patriarchi che decidono per tutti in base ai loro particolari interessi.
Che senso ha nella drammatica situazione attuale, con i Cananei e gli Amorrei alle porte, dirsi sempre della tribù di Efraim, Beniamino e Manasse?
Che senso ha dirsi di De Mita, di Gava, di Forlani, di Andreotti?
Che senso ha dirsi della corrente di Corsi, Bellettini, Andrei, Brogi, Paolini?

Ricordava qualche giorno fa Franco Marini che solo uno sciagurato potrebbe pensare e ragionare, in questo momento, in base a logiche di corrente.
E il Segretario Martinazzoli nella relazione al C.N. dichiarava che abbiamo bisogno di un partito aperto all’esterno, liberato dalle logiche correntizie, oligarchiche.
Ecco perché diciamo con forza a chi ha avuto la ventura di imbattersi nelle torri d’avorio delle correnti: disarmate queste potenziali bombe ad orologeria che stanno per esplodere distruggendo tutto e tutti; abbandonatele, fate mancare la vostra presenza.
Noi l’abbiamo fatto!

MESSA AL BANDO DEL CLIENTELISMO-NEPOTISMO
Sarà anche vero - come ebbe a dichiarare il segretario provinciale Andrei nel Comitato Provinciale del 20.5.1992 - che la DC grossetana è pulita.
Quello che però è certo è che in non poche occasioni ha attecchito il “clientelismo”, sotto forma di voto di scambio.
Tessere o voti accumulati dietro benemerenze, promozioni e assunzioni hanno rappresentato una certa fetta dei detriti che devono essere rimossi.
E non serve dire che in provincia gli altri partiti, quelli che governano, hanno fatto anche di peggio.
Sta di fatto che tali comportamenti sono “moralmente repellenti”. Va quindi espulso dal partito chi ricorre “all’uso di mezzi equivoci o illeciti per conquistare ad ogni costo il potere” (28). 

FINE DEL PROFESSIONISMO POLITICO
Quando la politica da “passione” diventa “professione”, quando al “provvisorio” subentra il “permanente” vi è una logica tendenza dell’organizzazione a trasformarsi in oligarchia e viene meno la partecipazione politica, ossia il contributo diretto o indiretto di tutti coloro che si riconoscono in un partito, ad una decisione politica.
Vi sono amici della DC grossetana, a livello provinciale e nei singoli comuni, che ricoprono incarichi di partito ininterrottamente dai primi anni ‘60: dal paleolitico!
Questi “paleo-amici” se vogliono realmente il bene del partito si defilino dai vari consigli provinciali, comunali, dai comitati di partito (senza pretendere in cambio posti caldi e di “valore”).
E’ cambiato mezzo mondo e le organizzazioni governate sempre dalle stesse facce vengono ripudiate.
Non è un problema di giovanilismo perché per dirla con Fanfani “chi nasce biscaro, resta biscaro”,
Però vi è un limite oltre il quale si sfiora l’indecenza.

BUTTARE ALLE ORTICHE LA CONFUSIONE TRA INCARICHI
E’ questa un’altra scoria da disintegrare. Quando una persona assomma su di sé più incarichi elettivi ai vari livelli o assomma incarichi elettivi e non elettivi in Enti economici o in Aziende municipalizzate, vuoi dire che di mezzo c’è qualche disfunzione o qualche interesse e, comunque, si creano i presupposti per la non trasparenza della vita politica e amministrativa.

DEMOLIRE I PRESUPPOSTI DELLA LOTTIZZAZIONE
E’ proprio l’ora di finirla con le pratiche della spartizione di incarichi pubblici in spregio alla competenza professionale e tenendo esclusivamente conto della appartenenza e della fedeltà al partito, alla corrente, al gruppo, andando, così, a creare i presupposti della inefficienza del sistema.
Questo è un bubbone doloroso perché la cattiva amministrazione è più grave del malaffare, Il secondo fa infatti parte degli incerti della politica, mentre la cattiva amministrazione è il sovvertimento programmatico del fine proprio della politica, ossia la cura scrupolosa del bene comune.
Allora, cosa fare? - Oltre ad una specie di autoregolamentazione morale, si dovrebbe scegliere la via della “riduzione del montepremi”: cioè operare una drastica riduzione del numero di posti riservati alla designazione partitica per dare più largo spazio ai vagli di professionalità, curricolari, di esperienza.

FINE DELL’ERA DEI PORTABORSE
Altra entità da alienare sono i “portaborse” che, per definizione, sono coloro che lavorano servilmente per un personaggio potente o importante, confidando di trarne vantaggio; anche perché abbiamo scoperto che alcuni di questi soggetti erano dei veri e propri “portaborse (valori)”.
Sta proprio nel superamento di questo modo d’essere uno degli snodi fondamentali del rinnovamento del partito.
Vi sono, infatti, amici che operano nel partito con questo difetto di fabbrica che rende il loro prodotto inservibile, anzi, dannoso.

AZZERARE
IL TESSERAMENTO
Meno male che i nuovi dirigenti nazionali stanno imponendo scelte sagge e coraggiose: una di queste è l’azzeramento del tesseramento.
Il tesseramento che abbiamo è in buona parte truccato.
Basti pensare ai pacchetti di tessere che talvolta giungono nelle sezioni senza un volto, cioè senza che dietro vi siano persone realmente impegnate e simpatizzanti.
Per non parlare poi dei Congressi provinciali che dovrebbero essere il momento di maggiore coinvolgimento di tutta la base e che invece sono pertinenza di un ristrettissimo nucleo di uomini, che si combattono, si accordano, poi si ricombattono e, in fondo, si riaccordano, sostenuti da un manipolo di iscritti.
L’azzeramento del tesseramento è allora indispensabile per purificare il partito e per rappresentare il punto di partenza di un partito senza più tessere, aperto, trasparente, dove l’adesione sia sancita dall’impegno a favore di una causa e continuamente verificata nel crogiuolo della partecipazione.
SBLOCCARE L’ATTUALE MECCANISMO DI SELEZIONE DEI RESPONSABILI (GIA’ DETTI CLASSE DIRIGENTE)
Una forza politica autenticamente popolare ha il dovere e la necessità di dotarsi di un gruppo di responsabili capaci, preparati, intelligenti, moralmente irreprensibili.
Un tempo vi erano un insieme di elementi vivi della comunità, di circuiti che consentivano questa selezione: erano il mondo cattolico, le categorie economiche, l’associazionismo in genere, il sindacato.
Ad un certo punto - anche da noi - questa valvola naturale, che sapientemente calibrava i ritmi del ricambio, si è occlusa.
Ed allora le segreterie particolari e i centri studi sono rimasti gli unici magazzini nei quali pescare il personale politico che tra l’altro assicurava, proprio per le sue origini, le maggiori garanzie di fedeltà e di cieca e incondizionata servitù.
Se veramente vogliamo un partito diverso, dobbiamo dire che non è possibile costruirlo senza una diversa chiave di accesso all’assunzione delle responsabilità.
Dobbiamo riaprire nuovi canali, provenienti dalle realtà vive della società, senza ovviamente ripescare forme di neo-collateralismo, ma pensando ad una “repubblica dei cittadini”.

CAMBIAMENTO DELLA DIRIGENZA PROVINCIALE
E’ l’ultimo grosso masso che ci sembra debba essere rimosso: il cambiamento della dirigenza provinciale (di maggioranza e di minoranza) perché delegittimata.
Infatti quando l’assunzione e la suddivisione delle responsabilità non è fatta per concorrere al bene del Paese, della provincia, della città, ma è fatta per allargare l’area di potere controllata, cade la motivazione su cui si fonda l’esercizio del ruolo; quindi cade la legittimità.
Non ci riferiamo alle singole persone in quanto tali, alcune animate da buona volontà; delegittimata è la logica che ha prodotto questa classe dirigente.
E anche arrugginiti, sino all’inverosimile, sono i rapporti personali.
Se vogliamo rinnovare questo partito, a livello provinciale, abbiamo bisogno di gente nuova, nella quale non sia depositata quella ruggine che impedisce ad alcuni dirigenti di rivolgersi financo la parola.

CI CANDIDIAMO ALLA GUIDA DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA PROVINCIALE
Il cattolicesimo democratico può essere, e di fatto oggi è, l’unica area di pensiero in cui permane e può essere alimentata una “nuova progettualità politica”.
In una fase di crisi delle ideologie e di rampante pragmatismo e in un momento storico nel quale la sinistra ha da molto tempo cessato di elaborare proposte politiche originali (al punto di doversi spesso aggrappare alle componenti più avanzate dell’un tempo odiato liberalismo), nell’area cattolico democratica vi è una potente carica di progettualità.
Tratto caratteristico della storia della cultura di ispirazione cristiana, non sempre raccolto degnamente dai suoi eredi ed interpreti, ma costituente una sorta di fiume carsico capace di riemergere periodicamente e di fecondare, con le sue acque, nuove stagioni della storia.


E’ per dare corso a questo fiume che ci candidiamo alla guida di questo partito.
Non da
soli; magari insieme ai tanti che vorranno condividere l’avventura del rinnovamento e con chiunque non abbia la pretesa di “portare a casa qualcosa per sé”, ma si ponga “nella disponibilità a perdere se stesso, il proprio tempo, le proprie cose”.
Il futuro ha bisogno anche dell’impegno dei cattolici perché alla centralità della persona non si sostituisca il primato del mondo delle cose.

NOTE
1.Crisi e trasformazione che viaggia ad una velocità così elevata che ci fa sentire tutti un po’ attempati: per un attimo protagonisti, poi comprimari, altre volte osservatori.
2. Inteso come “determinazione ferma e perseverante di impegnarsi (...) per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutto” (Sollicitudo rei socialis n. 38).
3. Che per molti cittadini fa tutt’uno con questi partiti e dunque è matassa dipanabile solo con la loro scomparsa. Mentre per altri (e per molti democristiani) essa non è l’affermazione del loro partito; ne è la deformazione; quindi il circolo vizioso può essere spezzato recuperando il valore del partito come voce dei bisogni della gente.
4. La critica che esercitiamo nei confronti dei partiti è costitutiva della stessa democrazia, E’ però opportuno tener presente che i momenti di massima critica nei confronti del sistema dei partiti sono spesso stati anche i momenti di gestazione di esperienze autoritarie (basti pensare agli anni Venti in Italia e in Germania). Ciò ovviamente non deve bloccare l’analisi, ma solo indurre a cautela o senso dì responsabilità.
5. Vedere a proposito l’interessante “instant-book” di Bartolomeo Sorge, L’Italia che verrà, Piemme 1992.
6. M. Martinazzoli, discorso a Mira (città veneta), riportato in “La Repubblica”, 2.11.1992, pag. 5
7. Più simpatia per il primo e il secondo, assai meno per il terzo.
8. Tra questi: l’inviolabilità della vita umana in ogni momento e condizione della sua esistenza; il primato della persona e della famiglia sull’organizzazione civile e statale; l’effettiva e congrua libertà di educazione; la solidarietà con le fasce più deboli sia della popolazione interna che di quella internazionale; la giustizia sociale mirando alla integrazione tra pubblico e privato (ivi compreso l’appoggio al volontariato); le risposte da offrire alle nuove sfide portate dall’eutanasia, dalla bioetica, dai terzornondiali, dall’obiezione di coscienza; ecc.
9. M. Martinazzoli, discorso a Mira, ibidem
10. L. Elia, intervento a, Convegno “Proposta per una Carta ‘93”, in ‘La Civiltà Cattolica”, 1992, IV pagg. 294-5
11. L’allargarsi a dismisura della frana dì Tangentopoli, le questioni economiche e valutarie, il trionfo della Lega.
12. Contrapponeva Andreotti a De Mita come i due poli principali della conservazione e della riforma e lasciava a Forlani lo spazio di una difficile mediazione tra le loro opposte ragioni.
13. Vi campeggia un nuovo gruppo dirigente che sulla riforma della politica gioca la sua stessa esistenza; vi figura De Mita, più defilato, ma sempre impegnato a realizzare il suo disegno di riordino istituzionale e vi è Segni, un po’ defilato, ma ancora impegnato a conciliare la sua riforma e il suo partito.
14. Uno dei giochi più praticati negli ultimi 15 anni: prima Zaccagnini (sinistra), poi il Preambolo (centro); poi De Mita (sinistra) e di nuovo Forlani (centro).
15. Non è un caso che Martinazzoli dimostri la preoccupazione di attrezzare la DC in vista di uno schema di alternanza alla guida del Paese.
16. Il cambiamento delle regole elettorali modificherà ruolo e identità dei partiti. La concezione dei “partito-pigliatutto” è ormai archiviata. E con essa vengono meno inevitabilmente il modo d’intendere e la prassi della vecchia DC.
17. L’alternarsi delle generazioni al potere introduce un’altra ragione di discontinuità e modifica sensibilmente lo scacchiere democristiano.
18. La continuità di potere è un aspetto della nostra crisi collettiva.
“Alla fine degli anni Quaranta, in URSS c’era Stalin; negli USA c’era Truman; Giorgio VI era re d’Inghilterra; MaoTse-Tung comanda va in Cina; era papa Pio XII. La nostra classe politica attuale era già al potere. Anni Cinquanta: muore Stalin, arriva Kruscev; lascia Truman e segue Eisenhower; Elisabetta Il prende il posto di re Giorgio; in Francia, con De Gaulle, nasce la Quinta Repubblica; muore Pio XII e diviene papa Giovanni XXIII. La nostra classe politica è ancora Iì. Anni Settanta: via Kruscev, viene Kosygin; al posto di Eisenhower prima c’è Kennedy, poi Johnson lo rimpiazza; a papa Roncalli succede Paolo VI; Liu Shaoqi dà il cambio a Mao in Cina. La nostra classe politica continua Il, sempre la stessa. Vengono poi i rivolgimenti radicali e veloci degli ultimi vent’anni: passa il Concilio, è eletto papa il primo non italiano, dopo cinque secoli; cambiano regimi, spariscono dittature, mutano equilibri interni e internazionali, crollano i Paesi del socialismo reale, si dissolve l’Unione Sovietica, tramontano le ideologie. La nostra classe politica festeggia imperterrita i quarantacinque anni di permanenza ininterrotta al potere. Anno 1990. Un conferenziere può tranquillamente affermare: “Dopo i cambiamenti drammatici del 1989, nel mondo rimangono soltanto due nazioni con al potere la medesima classe politica di cinquant’anni fa. Sono l’Albania e l’Italia”. Lasciamo all’oratore la responsabilità dell’affermazione. Sarà proprio COSI’? Noi possiamo solo osservare che dal 1991 anche l’Albania ha cambiato classe dirigente.” Bartolomeo Sorge
19. Il documento d’indirizzo approvato dalla Commissione Bicamerale sulle Riforme Istituzionali ritiene si debba modificare l’attuale sistema elettorale proporzionale realizzando un punto di equilibrio tra “criterio proporzionale” e “criterio maggioritario”. La DC ha già sul tavolo di lavoro 6 ipotesi tecniche.
20. Intervista al segretario provinciale PDS, Roberto Baricci, in “IL TIRRENO”, 4.12.1992, I.
21. Ibidem.
22. Sarebbe veramente buffo che mentre si teorizza la “democrazia delle città” ci si dovesse ancora trovare a contrattare, in una riunione grossetana, i Sindaci di Massa Marittima, di Orbetello, di Pitigliano e così via, con una mappa davanti. Come ai vecchi tempi.
23. Non è facile oggi dire cosa sia progressista e cosa conservatore. Però, se i “valori portanti” dell’approccio progressista sono: “la giustizia sociale”, intesa come uguaglianza della legge rispetto a tutte le categorie economiche e sociali; “l’equità”, consistente nell’assenza di privilegi a favore di qualcuno e di penalizzazione a scapito di qualche altro; “la solidarietà’, come attenzione al terzo escluso; “la democrazia diffusa”, cioè la garanzia che ogni decisione di rilievo per la vita della comunità sia presa dopo una consultazione diretta della comunità stessa; “la pulizia”, “l’onestà’, “la voglia di cambiamento”, ecc.… ALLORA noi non possiamo che essere sul versante progressista.
24. Per i credenti si presenta addirittura l’occasione di rovesciare una rigida equazione economica: l’aumento reale della ricchezza non è proporzionale alla produzione e alla accumulazione, ma alla distribuzione e alla condivisione.
25. Mondo cattolico che - come ha acutamente ricordato il prof. Alberto Monticone in occasione della presentazione di “Carta ‘93”- corre il rischio di rimanere intrappolato nelle tre classiche tentazioni storiche, che oggi si sono saldate:
“la geremiade” (cioè il desiderio di sfogarsi nella protesta dinanzi alle inadempienze dello Stato e della DC); “il pulpito” (che vuoi dire assume toni predicatori, ergersi a campioni di moralità, giudicare senza sporcarsi le mani); “la sacrestia” (cioè vivere il sacro come rifugio, consolare con un recupero di spiritualità disincarnata le delusioni dell’esperienza sociale e politica).
26. Se, per esempio, qualcuno pensasse di gestire le decisioni dell’ultima Direzione Nazionale DC sulla celebrazione dei Congressi (provinciali, regionali, comunali) stancamente o nella vecchia logica delle “truppe cammellate”, senza cogliere l’opportunità di una reale apertura del partito all’esterno sarebbe meglio per lui che si legasse una macina al collo…”.
27. “Gli Antichi per giungere al buon governo dello Stato, cominciavano a regolare la propria famiglia; per giungere a stabilire l’ordine nella famiglia cominciavano ad applicarsi al perfezionamento di se stessi; per perfezionarsi ponevano tutte le loro cure a rendere retto il loro cuore; per conseguire questa rettitudine del cuore, purificavano le loro intenzioni. L’intenzione purificata dà la rettitudine del cuore; il cuore retto rende perfetta la persona; la perfezione di se stesso determina l’ordine della famiglia; la famiglia ben regolata rende prospero lo Stato”. CONFUCIO
28. Christifideles Laici, n. 42. 

martedì 17 febbraio 2015

INTERVENTO AL XVII CONGRESSO PROVINCIALE
DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA 
3-4/2/1990
STEFANO GENTILI


“Carneade, chi era costui?” si chiedeva ieri mattina l’articolista de “La Nazione”: trentenne rampante, al di fuori del ristretto novero degli addetti ai lavori, legato al mondo cattolico; persona che gode della discreta simpatia delle gerarchie ecclesiastiche, agnello sacrificale, segnale di rinnovamento.
Considerazioni queste, in parte vere e in parte false. Ma voglio segnalare che nella mia persona c’è molto di più: e il “dì più” consiste in una cosa estremamente semplice: nell’essere un amico democratico cristiano.
Un amico della periferia - troppo spesso bistrattata anche al nostro interno - che considera il partito non un fine e neppure l’ombelico del mondo, ma un semplice “strumento”.
Amico che è preoccupato perché vede nel nostro partito, così come viene gestito, uno strumento che emette solo note stonate.
Un amico che, fino ai ieri come elettore e militante di base, oggi come candidato (e di queste ringrazio gli amici della sinistra, forse eccessivamente temerari), da lunedì di nuovo come elettore e militante di base, vuol comunque dire la sua, e coglie l’occasione della tribuna congressuale per proporre una “griglia di riflessioni” ad alta voce.

La situazione del Paese
Gli anni ‘80 consegnano al nuovo decennio un’Italia in chiaro-scuro. Complessivamente siamo diventati più ricchi ma siamo ancora immaturi. Soprattutto - ci ricorda il Rapporto Censis ‘89— siamo una società pervasa in suoi ampi strati da “un’ombra di malinconia” e che vede accanto a zone luminose zone scure dove la tradizionale carenza non ha saputo trasformarsi ancora in abbondanza o dove si è manifestata addirittura una nuova indigenza.

Il nostro elettorato
E’ dal 1979 che si è aperto un evidente “ciclo di smobilitazione” in cui i due maggiori partiti, privati di un nemico credibile in buona salute, perdono alternativamente (se si eccettuano le elezioni dell’effetto Berlinguer per il PCI e i consensi recuperati dalla DC dopo la cura De Mita).
Gli effetti della smobilitazione sono poi evidenti nel tributo che la DC paga all’astensione; la qual cosa evoca l’immagine di una “erosione continua, di uno sgretolamento”.
Spesso dimentichiamo che, nell’apparente staticità dell’elettorato, da un’elezione ad all’altra 1 cittadino su 3 cambia voto. I nostri elettori - anche quelli cattolici - hanno mutato la loro logica di fondo del rapporto: non è più voto di appartenenza ma “voto di opinione”. Molta parte del nostro elettorato ha trovato motivazioni diverse da quelle tradizionali per votare DC; è per questo motivo un elettorato più maturo ma anche più esposto a incertezza, mutabilità, reversibilità. E di questo nella relazione del Segretarie Andrei non v’è stata la minima consapevolezza!

Il mondo cattolico
Il mondo cattolico chiede sempre maggiore limpidezza sulla “questione morale”, da recuperare nei comportamenti della classe politica, nella riforma delle regole ormai invecchiate, nell’attenzione da rivolgere verso nuove questioni quali l’ecologia, la bioetica e nei riguardi di tutte le forme di povertà del nostro tempo.
La stessa “unità politica dei cattolici”, a mio parere, sta mutando di segno, essendo sempre meno “unità partitica” e sempre più unità sulle questioni di fondo della nostra epoca, soprattutto per aggredire quelle che sono state autorevolmente chiamate le strutture di peccato.

Caro Andrei, i cattolici sono da tempo vaccinati per non lasciarsi abbindolare dalle citazioni di Sacra Scrittura usate come paravento per coprire il “vuoto progettuale”. Sono, anzi, stufi e indispettiti del fatto che si parli di loro ritualmente nelle sedi ufficiali e demagogicamente in campagna elettorale.
Provo un senso di fastidio per le citazioni bibliche inserite in discorsi politici, ma se proprio se ne desidera una, proporrei l’apertura dei profeta Isaia: “Mi ripugnano le vostre celebrazioni: per me sono un peso e non riesco più a sopportarle. Anche se fate preghiere che durano a lungo, io non le ascolto, perché le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, purificatevi; basta con i vostri crimini. E’ ora di smetterla di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, aiutate gli oppressi, proteggete gli orfani e difendete le vedove” (Is. 1,14-1).
Anche il consenso cattolico sta per “sdoganarsi” nei riguardi della “costituente” ipotizzata dal PCI, in misura maggiore di quanto è già accaduto per il PSI. E questo perché la questione del voto non è più posta in termini di passaggio da una appartenenza ad un’altra, ma di semplice trasferimento in questa fase politica sulla base di obiettivi programmatici laicamente accettati.

La stessa questione comunista ci riguarda da vicino, sia perché è un fatto di rilevanza storica che può sbloccare il sistema liberandolo dal peso degli oligarcati politici, economici e culturali, sia perché apre per noi una stagione che può essere di competizione e collaborazione tutta nuova.

L’evoluzione del sistema politico
Occorre prendere coscienza che si è definitivamente concluso il ciclo politico iniziato nel 1948 e caratterizzato da alleanze basata su formule politiche. Si è aperta una “fase nuova” caratterizzata da alleanze da costruire “sulla comune volontà di raggiungere obiettivi essenziali per lo sviluppo dei Paese”. Più, infatti, prendono spazio all’interno del dibattito politico le questioni progettuali e programmatiche, tanto più le divisioni che una volta erano tra “famiglie politiche”, tra partiti, aree culturali, diverranno “intrafamiliari”, interne agli stessi partiti, alle aree culturali.

E’ quindi probabile che il vecchio sistema politico italiano, spinto dalla società civile, possa incamminarsi su strade diverse rispetto a quelle finora sperimentate. Il cui approdo potrà anche essere la coalizione di “tutto il nuovo” contro ‘tutto il vecchio”, di tutti coloro che, per esempio, intendono la democrazia come regola di vita e ideale contro chi vede la democrazia come un fastidioso vincolo
se non proprio da rimuovere, comunque da vanificare (e chi ha organizzato questo Congresso si è messo dalla parte del vecchio, visto il tempo veramente ridicolo destinato ai dibattito!).
La coalizione di coloro che ritengono necessario aprire una rinnovata stagione dei diritti dell’uomo, contro chi considera questi ultimi secondari rispetto alla produzione, al profitto, alla ricerca scientifica, alla stessa legislazione.

La nostra risposta
Risposte corrette, sollecitazioni positive alla realtà sociale caratterizzata da ombre e luci rese opache dalla nostalgia di senso; risposte alla rinnovata sensibilità del mondo cattolico, all’affascinante sfida lanciata dal PCI e ad uno scenario politico ed elettorale in mutamento… non possono certo giungere da un “partito moderato, sclerotico, ciecamente pragmatico”,
Da un partito “burocratico” come è sembrato quello emerso dalla relazione di Andrei.

Provengono solo da una forza in grado di elaborare quella che potrebbe essere chiamata una politica alta e popolare”, una politica progettuale.
Lo stesso nuovo ciclo di sviluppo che si è aperto è nei suoi caratteri assai complesso e non può essere, quindi, affrontato con una pura gestione dell’esistente, affidandosi a dinamiche spontanee che rischierebbero, oggi, di essere distorcenti.
Un partito adempie al suo ruolo se sa essere lungimirante, se riesce a costruire e interpretare non solo la società di oggi, ma anche quella di domani.

Ecco perché, a mio parere, dobbiamo non tanto continuare le interminabili mediazioni, ma creare nella politica quella divisione tra “vecchio e nuovo” che tra la gente esiste.
Anche se nella politica la mediazione è determinante, la politica non è mediazione! Non le mediazioni, né il silenzio oggi fanno per noi, ma la proposta e l’iniziativa che rendano decifrabile tra la gente l’idea democratico - cristiana: ecco cosa ci serve!

Discriminante e, allora, non negoziabile, diventa la divisione  - anche al nostro interno - tra chi ha voglia di cambiare, voglia di trasparenza, di far vincere la politica dei valori e chi, invece, piega ogni scelta al tentativo di garantirsi tranquillità nella gestione del potere, nella conservazione dei propri consensi.
Nel nostro partito, invece, così come viene gestito, tutto sembra giocarsi su chi dovrà ricoprire la presidenza della Banca X, sedersi in Consiglio Regionale, guidare la Camera di Commercio e via dicendo.
Determinante è invece per noi la valorizzazione dei movimenti civili e imperativo morale ascoltare e accogliere la gente, rendere il cittadino arbitro, lottare contro tutte le mafie, in sostanza mettere al centro del discorso politico la “questione morale”.

Dobbiamo essere capaci, in nome della solidarietà, in nome di quel terzo di persone escluso dal benessere, di porre in atto una critica seria e approfondita anche alla cosiddetta modernità neocapitalista con i suoi guasti, le sue strafottenze, la sua indifferenza di fronte alla liberazione integrale e plenaria dell’uomo.

E poi necessario farsi carico a livello nazionale, ma anche per quello che ci riguarda, degli obiettivi elusi: del fisco, del Sud, della scuola, dello stato sociale. Obiettivi, soprattutto questi ultimi con degli evidenti riflessi nostrani: penso, ad esempio, che il partito avrebbe dovuto occuparsi seriamente da tempo dei problemi sanitari della Usl dell’Albegna, dei problemi occupazionali dell’Amiata, dello sviluppo economico della provincia.

Occorre anche fare modernizzazione competitiva per restare in Europa e, per quel che ci riguarda come provincia, per restare in Italia, denunciando e contribuendo ad eliminare tante nicchie di immobilismo e di bassa efficienza presenti anche ai nostri livelli. Dare al nostro sistema viario reti di trasporto efficienti è quanto di minimo si possa fare.
Ma c’è anche forte attesa perché la politica si occupi delle cose che hanno e danno senso nella vita sul piano della qualità umana, della convivenza collettiva.

Necessita allora:
garantire la sicurezza della convivenza collettiva contro ogni attacco della delinquenza organizzata, ma sempre nel rispetto dello Stato di diritto;
provvedere ad una politica dell’ambiente che non sia pura conservazione ma tenda piuttosto a ridisegnarne la funzione secondo le esigenze dell’uomo di oggi e di domani;
sviluppare una politica dei nostri paesi e della città che assicuri che vi siano spazi di vivibilità umana e civile;
migliorare i servizi sociali in efficienza e qualità umana offrendo crescenti spazi al volontariato;
tutelare i cittadini come consumatori, come utenti di beni e servizi, anzi spingerli a partecipare alla tutela dei loro diritti;
vigilare e regolare le concentrazioni economiche quando travalicano il loro ruolo sino ad interferire con l’informazione ai cittadini, con i diritti dei consumatori, con il ruolo della politica.
Direi, infine, che parimenti impellente risulta prestare attenzione e sostenere il bisogno di spiritualità che sta emergendo dalle ceneri del materialismo burocratico dell’Est, ma anche nel cuore dei nostri giovani troppo stretti dal materialismo consumista dell’Occidente.
Tutto questo, insieme a molto altro - che altri amici della “sinistra” hanno segnalato e in seguito puntualizzeranno - accanto alla individuazione delle soluzioni e degli strumenti è, o meglio, dovrebbe essere la nostra “LINEA POLITICA”.

I nostri alleati
Ma “con chi” risolvere questi problemi, ovvero quale politica delle alleanze portare avanti?
Dice frequentemente un mio amico: “come posso suonare un notturno con un flauto fatto di vecchie grondaie”.
Cioè, sono strette le brache della vecchia politica, c’è poco da suonare su questo vecchio spartito. C’è poco da aspettarsi dalle vecchie mentalità e dai modi arcaici di ipotizzare alleanze, presenti anche al nostro interno e filo conduttore della relazione dei Segretario uscente.
Voglio dire che è morto e sepolto il tempo delle politiche di “schieramento”, degli steccati manichei che precludono il dialogo, dove le ragioni della maggioranza talvolta impediscono di vedere i reali problemi della gente.
Ma la soluzione non sta nelle ambigue forme di “convergenze programmatiche” che in sostanza sono la copertura della vecchia politica di schieramento.

Mi sembra di poter intravedere, pur nelle contraddizioni che marcano l’attuale situazione di forte transizione politica, un orizzonte più disteso nei quale vi potrà essere la possibilità di collaborare con tutti coloro che saranno realmente intenzionati a far emergere il “nuovo”, inteso in modo non integralista né manicheo.
Penso che sia, allora, necessaria - rifacendomi a Sturzo - la riscoperta di un “sano municipalismo”, nel quale le alleanze si costituiscono sui reali bisogni della gente e si fanno con chi si mette dalla parte del nuovo.

Ad una linea politica nel quale le alleanze non dipendono dagli ordini romani e neppure dalla rigida strategia dei Comitati e delle Federazioni Provinciali che, spesso solo per interessi personali o dì gruppo, imbracano e impacchettano i destini delle diverse zone della provincia e dei singoli comuni.
Ben altro dovrebbe essere il ruolo del livello provinciale del partito, ben altro il suo spazio di raccordo, da realizzare in un modo di intendere i rapporti centro-periferia inseriti in una dinamica circolare e non piramidale e nel quale siano le realtà locali e zonali, con i loro problemi e le loro istanze, a diventare centro del processo.

E non mi sì venga a dire che questo non è avere una linea politica, perché chi pensa così ha una visione ancorata al vecchio e pretende di guardare in avanti con la testa rivolta all’indietro.
Ripeto, infatti, se qualcuno si ostinasse a fare orecchi da mercante, che il “ciclo politico” iniziato nel 1948 e caratterizzato da alleanze basate su formule politiche si è definitivamente concluso.
E una “linea politica nuova” non consiste nell’aprire le porte agli uni e precluderle agli altri, nell’ipotizzare schieramenti precostituiti, caso mai, su questioni astratte e di poco conto per la gente dei nostri centri o, peggio ancora, per esclusive ambizioni di potere.
Una “linea politica” che si muove verso la fine del millennio e che prende atto di quanto è avvenuto a livello interno e internazionale e che voglia rappresentare la speranza per giovani indifferenti alle alchimie politiche e disgustati dalla gestione chiusa del potere, può solo consistere, a mio modo di vedere, “nella difesa dei valori fondamentali della persona e della libera convivenza sociale, nell’inseguimento dell’equità e della giustizia” e nella conseguente individuazione dei problemi, degli obiettivi e nella indicazione delle linee di soluzione e negli strumenti per tradurli in azione.
Sono le idee e le azioni concrete che debbono ‘riprendere il primato’ all’interno del partito e nel rapporto con gli altri partiti e la gente.
E’ la “politica dei diritti dell’uomo, della democrazia come regola di vita, della costituzione realizzata” la nostra linea politica.

Una particolare attenzione alla ‘costituente’ proposta dal PCI
E’ chiaro, allora, - proprio nella prospettiva del nuovo che avanza - una particolare attenzione dovrà essere rivolta alla costituente proposta dal PCI. E questo, sia chiaro, non per strizzare strumentalmente l’occhio al PCI, contro altri partiti!
Mi sembra però assurdo non porsi sulla strada di un franco e fecondo reciproco rapporto, vista la radice autenticamente popolare che ci contraddistingue entrambi.
In una impostazione diversa, sia anche questo estremamente chiaro, rispetto a quella scelta dal Segretario Andrei che segue una logica appartenente al vecchio: oggi si presenta con una insistita e anacronistica requisitoria contro il comunismo e i comunisti e ieri aveva cercato, con gli stessi, dei puri rapporti di potere.

Di fronte a quello che sta accadendo dire “avevamo ed abbiamo avuto ragione in tutti questi anni” non basta più, anche se di questa nostra lungimiranza ne siamo chiaramente orgogliosi.
La crisi, oggi, non è solo del comunismo; non gode infatti neppure buona salute il modello socialdemocratico e una certa visione del cattolicesimo sociale.
Ma anche soffermandoci esclusivamente sulla crisi del comunismo, dobbiamo chiaramente riconoscere che non è indifferente rispetto ai nuovi scenari possibili.

Il nostro nuovo impegno sarà, dunque, quello di concorrere ad influenzare una evoluzione che valga a rendere più matura e forte la nostra democrazia.
Dobbiamo allora operare, rispettosi del travaglio che moltissimi comunisti stanno vivendo, perché nella nuova forza che si andrà costituendo non prevalgano le suggestioni radical-libertarie e populiste, ma prenda il sopravvento quello che chiamerei lo “spirito di Godesberg” basato sull’etica cristiana, sull’umanesimo. Perché giunga a superamento la pretesa di avere una risposta ideologica a tutto, come pure venga superato definitivamente il concetto di egemonia affidato ad una classe, ad un partito, ad un’ideologia che voleva rappresentare la chiave per aprire le porte della storia.

Consentire la riuscita di questo processo vorrebbe dire non avere più timore della conclamata ‘alternativa’, che è l’igiene della democrazia; e significherebbe favorire una competizione alta tra il riformismo forte di sinistra e quello altrettanto radicale ed equilibrato dei democratici cristiani.
Ma dovrebbe anche favorire, secondo questo nuovo contesto, collaborazione e accordi ai vari livelli con la “cosa” che uscirà dalla costituente, sempre però giustificati dalla “politica alta e popolare” e non da brutali questioni di potere. Anche perché è vero che Occhetto punta all’alternativa alla DC, ma non per motivi ideologici, quindi non eterni; la sua è una valutazione politica negativa su questa DC, così come viene gestita: è, insomma, una posizione reversibile.

Un partito profondamente rinnovato
Per realizzare l’ambizioso obiettivo della costruzione di una “politica nuova” abbiamo bisogno di un partito profondamente rinnovato.
Rinnovato nei metodi di selezione della classe dirigente, nell’idealità e nella cultura di quest’ultima, nella sua capacità di leggere il nuovo e di governare il cambiamento.
E rinnovato anche nella ‘forma partito’ ormai giunta al capolinea, incapace come è di farsi carico dei ‘mondi vitali’ e di essere un utile strumento della partecipazione della società civile alla costruzione del proprio futuro.

E’ chiaro però che anche sulla strada del cambiamento del modo di organizzarsi del partito, occorre intanto porre in essere alcune piccole evidenti modifiche all’andazzo corrente.
Il partito deve, a mio parere:
  finalmente convincersi, a tutti i livelli, della vitale necessità di “un’opera di formazione culturale” a vantaggio dei dirigenti, degli iscritti e dei suoi amministratori
  far funzionare i ‘dipartimenti’ affidandoli a persone capaci, disponibili, responsabili, la cui azione possa essere quotidianamente sottoposta al controllo di tutto il partito;
  istituire ‘organismi politici comprensoriali’ collegati alle realtà sovra comunali: se l’esperimento a suo tempo tentato fosse stato portato avanti con coraggio e costanza, forse avremmo evitato incomprensioni e assenze nella formazione dei comitati di gestione delle UU.SS.LL., negli organismi delle Comunità Montane; o comunque avremmo tutti meglio compreso certi passaggi e conclusioni;
  nelle sezioni, infine, far ‘rispettare le scadenze’ e favorire equilibrati ricambi nei rinnovi dei direttivi e dei Segretari.

Queste ultime sono minimali riflessioni da misurare e confrontare con altre esperienze e sensibilità, con coloro che da tempo sono attivi militanti e responsabili della direzione del partito. Non vogliono certo avere la pretesa della verità e di rappresentare il toccasana per Democrazia Cristiana.
Più sommessamente le affido al contributo degli amici come esigenza anche per tanti giovani di nutrire la politica di un speranza nuova che possa ampliare gli spazi di partecipazione e di libertà della nostra democrazia con gli ideali e l’ispirazione propri della Democrazia Cristiana.
E la carenza maggiore della relazione dell’ amico Andrei mi è proprio sembrata l’incapacità di tracciare “scenari di speranza”.
Se il partito è solo un dato burocratico, se nella maggior parte delle sezioni si è voluto  scientemente impedire il dibattito, se quello che conta nella DC sono ancora i ‘signori delle tessere’, … sapete dirmi dove trovare motivi di speranza per impegnarsi nel partito!

Considerazioni conclusive
Gli amici della “sinistra” interna hanno chiesto la mia disponibilità ed io ho ritenuto mio dovere non sottrarmi alla candidatura, per spirito di servizio.
E’ una “candidatura piena” e in questo senso chiedo i vostri consensi sulle linee tracciate in precedenza, limitate nell’esposizione per ovvi motivi di tempo.
Parimenti totale è la mia disponibilità a ritirare la candidatura alla segreteria provinciale, ove questo volesse significare, nel dialogo congressuale, l’apertura di uno spazio “effettivamente” unitario, capace di rendere il partito più “libero e forte”.
Non siamo però interessati a ruoli aggiuntivi, a tentativi d’ impaludamento, a sussurri falsamente unitari.
L’unità interna, a mio parere, si ottiene solo dividendo il nuovo dal vecchio in un orizzonte di chiarezza.
Il resto è “palude” e non ci interessa.

Stefano Gentili
























Grosseto, 3 febbraio 1990