lunedì 26 aprile 2021

POST 28 – RIFONDAZIONE E ROTTAMAZIONE DEMOCRISTIANA

L’ultima chance. Il 12 dicembre 1992 a Grosseto insieme a un bel gruppo di amici presentammo le nostre idee per il rilancio. La nostra rottamazione: rimuovere i detriti, il partito è una necropoli, abbattere il clientelismo-nepotismo, fine del professionismo politico, buttare alle ortiche la confusione tra incarichi, fine dell’era dei portaborse, azzerare il tesseramento, cambiare la dirigenza provinciale. Per una politica della speranza, con in mente Padre Bartolomeo Sorge

Perché a fine ’92 – insieme a Giuseppe Andreini, Paolo Balloni, Raffaele Buonomo, Daniele Capperucci, Giuliano Carli, Alberto Ceccarelli, Carlo Corridori, Antonio Esposito, Alerio Fabbreschi, Adalgiso Furzi, Paolo Giulietti, Silvano Gobbi, Mario Luti, Lorenzo Mascagni, Agostino Megale, Luciano Migliorini, Roberto Perissi, Bruno Piccolotti, Sandro Pirisi, Franco Rapezzi, Bulfardo Romualdi, Piero Rossi, Mario Saccardi, Paolo Vignoli, cioè a persone di varia collocazione interna alla DC e qualcuna con un piede dentro e uno fuori – decidemmo di dar vita a quella che fu chiamata “Rifondazione democristiana”?

Per tre motivi di fondo.

Il primo motivo riguardava il totale sbando nel quale stava navigando il partito al livello provinciale: inefficiente, insignificante, chiuso a riccio nelle sue cosucce interne, addirittura peggiorato nei due anni post-congressuali. Guidato da una direzione prigioniera del nulla, senza una linea politica, economica, culturale, sanitaria. Un partito senza proposte per rinnovarsi e che non aveva fatto niente per equipaggiarsi di un gruppo di responsabili adatto ai tempi nuovi. Dove stazionavano personaggi logorati dal continuo patteggiamento del potere, piccolo o grande che fosse e dove le correnti continuavano a sostituire il partito. Ciascuna con il proprio leader, le proprie riunioni separate, le proprie sedi, la rispettiva quota di potere nella gestione del partito e nelle istituzioni locali, la propria clientela da piazzare nei posti che contano. Era un sistema assimilabile ad una S.p.A. che in base al pacchetto di azioni – in questo caso le tessere – accumulava quote di potere. Di lavoro insieme, di linea politica discussa e condivisa non c’era neppure l’ombra: la disorganizzazione regnava sovrana e la lontananza dalla gente era siderale.

 

A fronte di tanta pochezza, a livello della Dc nazionale sembrava manifestarsi un tentativo di forte rinnovamento (ed è il secondo motivo).

La DC si era trovata a fare i conti con il colpo di acceleratore impresso dalla storia e il colpo di freno del suo rinnovamento negli ultimissimi anni. Così il ritardo si era accumulato e la rincorsa era divenuta drammatica. Eppure negli ultimi mesi quella rincorsa aveva ritrovato slancio e la DC provava a cambiare rotta.

Il drastico giro di vite della crisi del sistema (l’allargarsi a dismisura della frana di Tangentopoli, le questioni economiche e valutarie, il trionfo della Lega) aveva determinato il formarsi di una larga opinione comune che solo la riforma potesse salvare la DC.

Lo stesso terreno di scontro era cambiato. La foto di gruppo della DC fino al 5 aprile e anche subito dopo (che contrapponeva Andreotti a De Mita come i due poli principali della conservazione e della riforma e lasciava a Forlani lo spazio di una difficile mediazione tra le loro opposte ragioni) era assai diversa dalla foto di gruppo di fine ’92: vi campeggiava un nuovo gruppo dirigente che sulla riforma della politica giocava la sua stessa esistenza; vi figurava De Mita, più appartato, ma sempre impegnato a realizzare il suo disegno di riordino istituzionale e vi era Segni, un po’ defilato, ma ancora teso a conciliare la sua riforma e il suo partito. Al conflitto tra chi immaginava di restare fermo e chi indicava l’urgenza di muoversi, si era sostituito il conflitto tra tutti quelli che proponevano di muoversi in direzioni diverse.

Cambiando il gruppo dirigente la DC cambiava in parte fisionomia e giocando la partita delle nuove regole si vedeva costretta ad abbandonare il vecchio gioco del pendolo – uno dei giochi più praticati negli ultimi 15 anni: prima Zaccagnini (sinistra), poi il Preambolo (centro); poi De Mita (sinistra) e di nuovo Forlani (centro) – che passava il bastone del comando dal centro alla sinistra, da questa al centro e così via, in nome della centralità del partito negli equilibri generali della politica.

A fine ‘92 quel pendolo non funzionava più. Dimostrazione ne era il fatto che a Segretario della DC era stato acclamato, con poteri quasi commissariali, un personaggio minoritario come Martinazzoli. La crisi complessiva aveva dissolto di colpo quella trama nervosa che fino a poco tempo prima regolava gli equilibri interni alla DC e, tramite essa, della politica italiana.

A nostro modo di vedere era iniziata la svolta.

Svolta reale? Illusione totale? Provammo ad optare per la prima soluzione. Altrimenti c’era solo lo strappo definitivo, l’abbandono.

Le dure parole di Martinazzoli, nella sua devastante analisi della DC, denotavano un autentico desiderio di cambiamento: “il partito è un cimitero, non c’è più il quartier generale, spesso bombardato, ma che spesso si bombarda da sé. Non è vero che ci assediano, ci assediamo da soli. Non ci sono più le prime linee, le retrovie, le salmerie… e …  i vecchi continuano a invecchiare e i giovani preoccupano perché sono stati allevati in alambicchi di partito e ora fanno resistenza perché capiscono che se riusciremo a traghettare la DC finiranno per essere messi da parte perché sono una classe dirigente inservibile” (discorso a Mira, riportato in La Repubblica, 2.11.1992, pag. 5).

 

Il terzo motivo della nostra decisione, si basava su alcuni barlumi di novità che stavano emergendo dal monolite comunista. Infatti, se qualcosa si stava muovendo al livello provinciale questo era intravedibile in alcuni settori del PDS provinciale, allora guidati da Roberto Baricci. In una intervista a Il Tirreno – riferendosi alla proposta di legge sulla Elezione diretta del Sindaco, del Presidente della Provincia e dei Consigli Comunali e Provinciali – parlava della indizione di elezioni primarie sia per stabilire il campo dello schieramento che il capo della lista; e proponeva che il candidato a sindaco indicasse gli assessori esterni che voleva mettere al proprio fianco come pure le scelte che proponeva per l’Amministrazione.

Il tutto nel quadro della constatazione – per me ed altri da tempo vera – che la competizione e la collaborazione elettorale “non è più un fatto politico tra partiti vicini dal punto di vista ideale, ma tra partiti che si ritrovano su ipotesi di governo concrete” (Intervista al segretario provinciale PDS, Roberto Baricci, Il Tirreno, 4.12.1992).

Riguardo al PDS (pur con tutte le sue contraddizioni e i travagli interni post-Bolognina), non vedevo più le ragioni per continuare i pregiudizi che un tempo erano pure fondati. Chiedevo (insieme agli amici) politiche meno ondivaghe, la fine degli accordi quadro da imporre in tutti i comuni della provincia, osservavo che il cambiamento dovesse realmente coinvolgere anche loro, autentica struttura di potere in provincia, sulla quale non mi soffermo perché non la conoscevo dall’interno. Certo è che se la DC provinciale era quella descritta, gestendo briciole di potere, è un gioco da ragazzi immaginare cosa poteva accadere all’interno dell’organismo che aveva in mano il potere reale su tutto il territorio provinciale, diffuso come una piovra nelle istituzioni, nella società, nell’economia, con cinghie di trasmissione ancora fortissime nella CGIL e nelle associazioni di categoria. Non era più quello di un tempo, ma era ancora assai robusto.

 

Quello che ci premeva di più era ricordare che nella futura politica dei blocchi riformista e conservatore, anche noi ci candidavamo a guidare il primo.

Non potevamo immaginarci tra i conservatori, soprattutto per il fuoco riformatore che ci ardeva dentro e specie se i valori portanti dell’approccio riformista erano ancora: la giustizia sociale, intesa come uguaglianza della legge rispetto a tutte le categorie economiche e sociali; l’equità, consistente nell’assenza di privilegi a favore di qualcuno e di penalizzazione a scapito di qualche altro; la solidarietà, come attenzione al terzo escluso; la democrazia diffusa, cioè la garanzia che ogni decisione di rilievo per la vita della comunità fosse presa dopo una consultazione diretta della comunità stessa; la pulizia, l’onestà, la voglia di cambiamento. Per tutti questi motivi e chissà per quali altri (magari, qualche nostra personale ambizione) nacque l’iniziativa della rifondazione democristiana. Evidentemente anche perché l’asticella della nostra sopportazione non aveva ancora raggiunto il livello della tracimazione.

 

Iniziativa che si concretizzò nel CONVEGNO DEL 12 DICEMBRE 1992 presso la sala Friuli di Grosseto, preceduto da una conferenza stampa di presentazione, dall’emblematico titolo: Per una rifondazione della Democrazia Cristiana. Costituente di un movimento di orientamento, di partecipazione, di proposta politica, di mobilitazione.

Relatori fummo io, Mario Luti, Bulfardo Romualdi. A me fu assegnata la relazione Per una politica della speranza.

Quello che segue è una parte di quell’articolato intervento che scaturì da 5 o 6 incontri preparatori e che per esteso può essere letto su http://stefanogentili.blogspot.com/2015/02/

 

◊ PER UNA POLITICA DELLA SPERANZA L’ISPIRAZIONE CRISTIANA FONDAMENTO DEL NUOVO, TRA VECCHI BOIARDI E NUOVI FERMENTI

La prima parte di quel pomeriggio decollò con il mio intervento dal titolo sopra riportato.

Dopo il seguente incipit: “Quello che stiamo vivendo è un tempo particolare perché tempo di passaggio tra un’Italia che fu (che è giunta sino a noi, ma che non ha futuro) e un’Italia che verrà. Tempo di passaggio, quindi, tempo di crisi”, svolsi un’analisi abbastanza ampia su: crisi e bisogno della politica, crisi e bisogno dei partiti, crisi e bisogno della DC, il nuovo che avanza a livello nazionale, progressisti e conservatori in provincia, appello ai liberi forti e ai cattolici. A questi ultimi dedicammo queste parole: “Rivolgiamo questo s.o.s. al mondo cattolico delle tre diocesi della provincia di Grosseto con la forza serena e disarmata di chi vive esistenzialmente all’interno di quel mondo, vi opera quotidianamente, vi soffre le difficoltà e vi trae alimento per l’impegno. Fratelli, è ormai tempo di svegliarci dal sonno!”.

 

◊ RIMUOVERE I DETRITI E COLLOCARE I MATTONI

“La nostra non è una iniziativa contro qualcuno, ma per qualcosa o, se vogliamo essere più analitici, è anche contro quanti volessero procedere mettendo il vino nuovo in otri vecchi o, gattopardescamente, fingessero di cambiare qualcosa – magari di esterno e formale – per lasciare tutto come prima nella sostanza, mostrando di non aver capito la lezione del 5 aprile (c’erano state le elezioni politiche con la Dc che aveva perso il 5%, l’affermazione della Lega e della Rete, il crollo del 10% dal PCI al PDS), né la forte domanda di rinnovamento che sale dalla gente”. Se, per esempio, “qualcuno pensasse di gestire le decisioni dell’ultima Direzione Nazionale DC sulla celebrazione dei Congressi provinciali, regionali, comunali, stancamente o nella vecchia logica delle truppe cammellate, senza cogliere l’opportunità di una reale apertura del partito all’esterno sarebbe meglio per lui che si legasse una macina al collo”, dichiaravamo in nota.

 

◊ MA IL PARTITO, ANCHE IN PROVINCIA, È UNA NE-CROPOLI

“Il nostro intento è dunque quello di lavorare sin da subito alla rimozione dei detriti e alla ricollocazione dei mattoni per restaurare la casa. Prima di indicare i detriti o meglio i grossi massi che debbono essere rimossi, ci siano consentiti due gesti: uno di umiltà e l’altro di trasparenza. Con il gesto di umiltà, pur avendo contribuito in minima parte alla formazione dei detriti o non avendo contribuito affatto, decidiamo di assumerci in solido le responsabilità delle non poche scorie che il partito ha accumulato e ne chiediamo pubblicamente scusa. Con il gesto di trasparenza decidiamo di dire con chiarezza quali sono le scorie che, a nostro modo di vedere, debbono essere necessariamente eliminate. Precisando che quasi tutti i detriti che andremo a citare sono presenti anche negli altri partiti, talvolta in forme ben più gravi della nostra. Ma se vogliamo contribuire al rinnovamento complessivo della politica ciascuno deve in primo luogo ripulire se stesso e la propria abitazione” (e qui, in nota citavamo una frase di Confucio).

 

◊ ABBATTERE IL CORRENTISMO

“La prima scoria da eliminare si chiama correntismo. L’unica realtà solida della Dc provinciale sono le correnti che sostituiscono (in negativo) il partito. Un sistema quasi moderno, che viene gestito in modo tribale dai patriarchi che decidono per tutti in base ai loro particolari interessi.

Che senso ha nella drammatica situazione attuale, con i Cananei e gli Amorrei alle porte, dirsi sempre della tribù di Efraim, Beniamino e Manasse? Che senso ha dirsi di De Mita, di Gava, di Forlani, di Andreotti? Che senso ha dirsi della corrente di Corsi, Bellettini, Andrei, Brogi, Paolini? Ricordava qualche giorno fa Franco Marini che solo uno sciagurato potrebbe pensare e ragionare, in questo momento, in base a logiche di corrente. E il Segretario Martinazzoli nella relazione al C.N. dichiarava che abbiamo bisogno di un partito aperto all’esterno, liberato dalle logiche correntizie, oligarchiche. Ecco perché diciamo con forza a chi ha avuto la ventura di imbattersi nelle torri d’avorio delle correnti: disarmate queste potenziali bombe ad orologeria che stanno per esplodere distruggendo tutto e tutti; abbandonatele, fate mancare la vostra presenza. Noi l’abbiamo fatto!”.

 

◊ MESSA AL BANDO DEL CLIENTELISMO-NEPOTISMO

“Sarà anche vero – come ebbe a dichiarare il segretario provinciale Andrei nel Comitato Provinciale del 20.5.1992 – che la DC grossetana è pulita. Quello che però è certo è che in non poche occasioni ha attecchito il clientelismo, sotto forma di voto di scambio. Tessere o voti accumulati dietro benemerenze, promozioni e assunzioni hanno rappresentato una certa fetta dei detriti che devono essere rimossi. E non serve dire che in provincia gli altri partiti, quelli che governano, hanno fatto anche di peggio. Sta di fatto che tali comportamenti sono moralmente repellenti. Va quindi espulso dal partito chi ricorre all’uso di mezzi equivoci o illeciti per conquistare ad ogni costo il potere (citazione ripresa da Christifideles Laici, n. 42)”.

 

◊ FINE DEL PROFESSIONISMO POLITICO

“Quando la politica da passione diventa professione, quando al provvisorio subentra il permanente vi è una logica tendenza dell’organizzazione a trasformarsi in oligarchia e viene meno la partecipazione politica, ossia il contributo diretto o indiretto di tutti coloro che si riconoscono in un partito, ad una decisione politica. Vi sono amici della DC grossetana, a livello provinciale e nei singoli comuni, che ricoprono incarichi di partito ininterrottamente dai primi anni ’60, dal paleolitico. Questi paleo-amici se vogliono realmente il bene del partito si defilino dai vari consigli provinciali, comunali, dai comitati di partito (senza pretendere in cambio posti caldi e di valore). È cambiato mezzo mondo e le organizzazioni governate sempre dalle stesse facce vengono ripudiate. Non è un problema di giovanilismo perché per dirla con Fanfani, chi nasce biscaro, resta biscaro. Però vi è un limite oltre il quale si sfiora l’indecenza”.

 

◊ BUTTARE ALLE ORTICHE LA CONFUSIONE TRA IN-CARICHI

“È questa un’altra scoria da disintegrare. Quando una persona assomma su di sé più incarichi elettivi ai vari livelli o assomma incarichi elettivi e non elettivi in Enti economici o in Aziende municipalizzate, vuol dire che di mezzo c’è qualche disfunzione o qualche interesse e, comunque, si creano i presupposti per la non trasparenza della vita politica e amministrativa”.

 

◊ DEMOLIRE I PRESUPPOSTI DELLA LOTTIZZAZIONE

“È proprio l’ora di finirla con le pratiche della spartizione di incarichi pubblici in spregio alla competenza professionale e tenendo esclusivamente conto della appartenenza e della fedeltà al partito, alla corrente, al gruppo, andando, così, a creare i presupposti della inefficienza del sistema. Questo è un bubbone doloroso perché la cattiva amministrazione è più grave del malaffare. Il secondo fa infatti parte degli incerti della politica, mentre la cattiva amministrazione è il sovvertimento programmatico del fine proprio della politica, ossia la cura scrupolosa del bene comune. Allora, cosa fare? Oltre ad una specie di autoregolamentazione morale, si dovrebbe scegliere la via della riduzione del montepremi: cioè operare una drastica riduzione del numero di posti riservati alla designazione partitica per dare più largo spazio ai vagli di professionalità, curricolari, di esperienza”.

 

◊ FINE DELL’ERA DEI PORTABORSE

“Altra entità da alienare sono i portaborse che, per definizione, sono coloro che lavorano servilmente per un personaggio potente o importante, confidando di trarne vantaggio; anche perché abbiamo scoperto che alcuni di questi soggetti erano dei veri e propri portaborse-valori. Sta proprio nel superamento di questo modo d’essere uno degli snodi fondamentali del rinnovamento del partito. Vi sono, infatti, amici che operano nel partito con questo difetto di fabbrica che rende il loro prodotto inservibile, anzi, dannoso”.

 

◊ AZZERARE IL TESSERAMENTO

“Meno male che i nuovi dirigenti nazionali stanno imponendo scelte sagge e coraggiose: una di queste è l’azzeramento del tesseramento. Il tesseramento che abbiamo è in buona parte truccato. Basti pensare ai pacchetti di tessere che talvolta giungono nelle sezioni senza un volto, cioè senza che dietro vi siano persone realmente impegnate e simpatizzanti. Per non parlare poi dei Congressi provinciali che dovrebbero essere il momento di maggiore coinvolgimento di tutta la base e che, invece, sono pertinenza di un ristrettissimo nucleo di uomini, che si combattono, si accordano, poi si ricombattono e, in fondo, si riaccordano, sostenuti da un manipolo di iscritti. L’azzeramento del tesseramento è allora indispensabile per purificare il partito e per rappresentare il punto di partenza di un partito senza più tessere, aperto, trasparente, dove l’adesione sia sancita dall’impegno a favore di una causa e continuamente verificata nel crogiuolo della partecipazione”.

 

◊ SBLOCCARE L’ATTUALE MECCANISMO DI SELEZIONE DEI RESPONSABILI

“Una forza politica autenticamente popolare ha il dovere e la necessità di dotarsi di un gruppo di responsabili capaci, preparati, intelligenti, moralmente irreprensibili. Un tempo vi erano un insieme di elementi vivi della comunità, di circuiti che consentivano questa selezione: erano il mondo cattolico, le categorie economiche, l’associazionismo in genere, il sindacato. Ad un certo punto – anche da noi – questa valvola naturale, che sapientemente calibrava i ritmi del ricambio, si è occlusa. Ed allora le segreterie particolari e i centri studi sono rimasti gli unici magazzini nei quali pescare il personale politico che tra l’altro assicuravano, proprio per le loro origini, le maggiori garanzie di fedeltà e di cieca e incondizionata servitù.

Se veramente vogliamo un partito diverso, dobbiamo dire che non è possibile costruirlo senza una diversa chiave di accesso all’assunzione delle responsabilità. Dobbiamo riaprire nuovi canali, provenienti dalle realtà vive della società, senza ovviamente ripescare forme di neo-collateralismo, ma pensando ad una repubblica dei cittadini”.

 

◊ CAMBIAMENTO DELLA DIRIGENZA PROVINCIALE

“È l’ultimo grosso masso che ci sembra debba essere rimosso: il cambiamento della dirigenza provinciale (di maggioranza e di minoranza) perché delegittimata. Infatti, quando l’assunzione e la suddivisione delle responsabilità non è fatta per concorrere al bene del Paese, della provincia, della città, ma è fatta per allargare l’area di potere controllata, cade la motivazione su cui si fonda l’esercizio del ruolo; quindi cade la legittimità. Non ci riferiamo alle singole persone in quanto tali, alcune animate da buona volontà; delegittimata è la logica che ha prodotto questa classe dirigente. E anche arrugginiti, sino all’inverosimile, sono i rapporti personali.

Se vogliamo rinnovare questo partito, a livello provinciale, abbiamo bisogno di gente nuova, nella quale non sia depositata quella ruggine che impedisce ad alcuni dirigenti di rivolgersi financo la parola”.

 

◊ CI CANDIDIAMO ALLA GUIDA DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA PROVINCIALE

“Per muovere i detriti accennati e collocare mattoni nuovi – da noi intravisti nel filone del cattolicesimo democratico – ci candidiamo alla guida del partito. Non da soli; magari insieme ai tanti che vorranno condividere l’avventura del rinnovamento e con chiunque non abbia la pretesa di portare a casa qualcosa per sé, ma si ponga nella disponibilità a perdere se stesso, il proprio tempo, le proprie cose”.

Ritenevamo infatti che “il cattolicesimo democratico può essere, e di fatto oggi è, l’unica area di pensiero in cui permane e può essere alimentata una nuova progettualità politica.

In una fase di crisi delle ideologie e di rampante pragmatismo e in un momento storico nel quale la sinistra ha da molto tempo cessato di elaborare proposte politiche originali (al punto di doversi spesso aggrappare alle componenti più avanzate dell’un tempo odiato liberalismo), nell’area cattolico democratica vi è una potente carica di progettualità. Tratto caratteristico della storia e della cultura di ispirazione cristiana, non sempre raccolto degnamente dai suoi eredi ed interpreti, ma costituente una sorta di fiume carsico capace di riemergere periodicamente e di fecondare, con le sue acque, nuove stagioni della storia”.

Concludevamo la prima parte della nostra analisi affermando che “il futuro ha bisogno anche dell’impegno dei cattolici perché alla centralità della persona non si sostituisca il primato del mondo delle cose”.

 

Il documento che consegnammo proseguiva con la seconda parte intitolata Per una politica della moralità e della competenza, esposta da Mario Luti e articolata in: regole e frammenti per il partito nuovo e per la selezione dei candidati alle elezioni; il concetto della nuova forma partito; le regole nuove. E una terza parte intitolata: Per una politica della solidarietà, presentata da Bulfardo Romualdi, e così strutturata: la politica economica nazionale e provinciale: analisi e proposte; l’economia regionale.

Seguirono svariati interventi: Donati, Saccardi, Piccolotti e altri, tutti tesi a motivare il significato della nostra iniziativa ed anche a precisare quello che avevo affermato nel primo intervento:

“Di fronte alla rovina della antica casa, alcuni amici hanno reagito sposando le suggestioni de Il Movimento per la democrazia-La Rete, altri quelle dei Popolari per la riforma, altri ancora, specie nel Nord, quelle della Lega Nord. Movimenti sui quali abbiamo giudizi assai diversificati, ma che anche per molti cattolici rappresentano scialuppe di salvataggio nel caso che l’evoluzione dei prossimi mesi dovesse dimostrare che la barca principale (la DC) non regge.

Noi rispettiamo queste espressioni della società civile ed anzi ci sforziamo di cogliere le sfide positive che da loro provengono: la riforma dei partiti e il ricambio della classe politica, la questione morale, la revisione della politica del Mezzogiorno, la lotta alla Mafia e, per le alleanze, la centralità dei contenuti e il superamento degli schieramenti a favore delle competenze. Ci permettiamo, però, di affermare che noi lavoriamo per il rinnovamento della politica e per dare una risposta utile a quelle e ad altre sfide che il nostro tempo ci pone dinanzi, non subendo il fascino di certi trasversalismi che rischiano di diventare obliqui, ma presupponendo ancora la necessità di uno strumento in politica che chiaramente si ispiri alla identità cristiana”.

Insistevamo, cioè, su una linea alla quale la storia e le nostre biografie un po’ ci costringevano: quella di pensare che vi erano “tutta una serie di valori-base che dovrebbero essere realizzati e che hanno una loro intrinseca unitarietà. Sono i valori della dottrina sociale cattolica che, per inverarsi in politica, hanno anche bisogno di uno strumento che a quegli ideali espressamente si riferisca”.

“Perché mai – pensavamo con Martinazzoli – dovremmo sciogliere il nostro partito in un indistinto di cui non conosciamo i contenuti? Oltretutto non abbiamo alcun dubbio sul fatto che la nostra idea è fresca, originale e non ha bisogno di nascondersi, ma anzi di rendersi visibile”.

 

Era l’idea sturziana di dar vita ad un soggetto politico di sinistra liberal-sociale, aperto a tutti i riformisti, credenti e non credenti, che era ancora nella nostra mente e legna del nostro fuoco.

Era il progetto che P. Bartolomeo Sorge stava da tempo suggerendo in Italia.

Ecco, se proprio vogliamo cercare un indiretto ispiratore del mio e del nostro agire politico di quel periodo, possiamo trovarlo in quel gesuita lucidissimo.

 





venerdì 23 aprile 2021

POST 27 – LA MIA RELAZIONE AL XVII CONGRESSO PROVINCIALE DC DEL 4 FEBBRAIO 1990: O SI CAMBIA O SI MUORE

 Il XVII Congresso provinciale della DC era convocato per il 3-4 febbraio 1990. Io mi recai a Grosseto solo il 4 mattina. Era la prima volta che mettevo piede in un congresso di partito, con i suoi riti e i suoi re. Due cose mi colpirono in modo negativo. La quasi nulla attenzione che la maggior parte delle persone rivolgeva agli interventi dei delegati di base, accompagnata dal fastidiosissimo chiacchiericcio proveniente dalla zona antistante la sala congressuale, colma di persone. Il silenzio calava solo quando intervenivano i big. E la stampa, che si comportava nello stesso modo seguendo appunto gli interventi di 3 o 4 big, senza minimamente domandarsi se mai potesse venire qualcosa di nuovo e di raccontabile da parte degli altri delegati. Da parte mia, seguii tutti gli interventi con curiosità e per il rispetto che si doveva ad ogni persona, tanto più se militante territoriale. E ne trassi beneficio.

Comunque il ballo era iniziato e bisognava danzare. Dopo il saluto degli altri partiti (sicuramente Bonsanti per il PCI, mi sembra Giunta per il PRI e altri) e l’intervento di Alessandro Andrei, toccò a me, senza camicia e cravatta a differenza degli altri candidati. Non ero a dorso nudo, naturalmente, ma con un maglioncino nero. Ricordo di essermi avviato verso il palco, per l’intervento, assai emozionato. Non ero disabituato ad intervenire in pubblico e questo mi aiutava, ma la prima volta in un congresso provinciale di partito e oltretutto da candidato alla segreteria provinciale era roba.

• Consapevole di ciò ed anche in segno di rispetto per i presenti, avevo trascorso tre giorni pieni a preparare l’intervento. Era scritto, proprio per essere preciso e non divagare troppo, cosa che ho sempre rispettato anche in seguito nei momenti più importanti. Motivo per cui posseggo ancora oggi i testi di quasi tutte le mie relazioni. L’elaborato (rintracciabile per intero al seguente link: https://docs.google.com/document/d/1hbpd_xCvVOjh42926KrFpEOJpr-vVqab/edit )

nella prima parte riguardava una breve analisi della situazione nazionale così articolata: la situazione del Paese, il nostro elettorato, il mondo cattolico, la questione comunista, l’evoluzione del sistema politico. D’altronde ero laureato in scienze politiche, perbacco! La seconda consisteva nella nostra risposta, ossia la nostra linea politica, che doveva essere innovativa rispetto al passato e tutta giocata sull’asse vecchio/nuovo, cambiamento/conservazione con al centro la questione morale. Poi: i nostri alleati, una particolare attenzione alla costituente proposta dal PCI. Per questa politica nuova vi era bisogno di un partito profondamente rinnovato.

 

• Ma andiamo con ordine, saltando un po’ qua un po’ là su quel mio intervento.

RIGUARDO AL MONDO CATTOLICO dicevo che esso “chiede sempre maggiore limpidezza sulla questione morale, da recuperare nei comportamenti della classe politica, nella riforma delle regole ormai invecchiate, nell’attenzione da rivolgere verso nuove questioni quali l’ecologia, la bioetica e nei riguardi di tutte le forme di povertà del nostro tempo.

La stessa unità politica dei cattolici – continuavo – sta mutando di segno, essendo sempre meno unità partitica e sempre più unità sulle questioni di fondo della nostra epoca, soprattutto per aggredire quelle che sono state autorevolmente chiamate le strutture di peccato”.

“Caro Andrei –affermavo diretto – i cattolici sono da tempo vaccinati per non lasciarsi abbindolare dalle citazioni di Sacra Scrittura usate come paravento per coprire il vuoto progettuale (e Alessandro vi si era riferito). Sono, anzi, stufi e indispettiti del fatto che si parli di loro ritualmente nelle sedi ufficiali e demagogicamente in campagna elettorale.

Provo un senso di fastidio per le citazioni bibliche inserite in discorsi politici, ma se proprio se ne desidera una, proporrei l’apertura del profeta Isaia: ‘Mi ripugnano le vostre celebrazioni: per me sono un peso e non riesco più a sopportarle. Anche se fate preghiere che durano a lungo, io non le ascolto, perché le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, purificatevi; basta con i vostri crimini. È ora di smetterla di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, aiutate gli oppressi, proteggete gli orfani e difendete le vedove (Is. 1,14-1).

Anche il consenso cattolico sta per sdoganarsi nei riguardi della costituente ipotizzata dal PCI, in misura maggiore di quanto è già accaduto per il PSI. E questo perché la questione del voto non è più posta in termini di passaggio da una appartenenza ad un’altra, ma di semplice trasferimento in questa fase politica sulla base di obiettivi programmatici laicamente accettati”.

 

• Vedevo, poi, la necessità di UNA FORZA POLITICA PROFONDAMENTE E RADICALMENTE RINNOVATA. Dicevo, infatti, che “risposte corrette, sollecitazioni positive alla realtà sociale caratterizzata da ombre e luci rese opache dalla nostalgia di senso; risposte alla rinnovata sensibilità del mondo cattolico, all’affascinante sfida lanciata dal PCI e ad uno scenario politico ed elettorale in mutamento” (era tutta la prima parte dell’intervento) non potevano “certo giungere da un partito moderato, sclerotico, ciecamente pragmatico, da un partito burocratico come è sembrato quello emerso dalla relazione di Andrei”.

Provenivano invece “solo da una forza in grado di elaborare quella che potrebbe essere chiamata una politica alta e popolare, una politica progettuale. Lo stesso nuovo ciclo di sviluppo che si è aperto è nei suoi caratteri assai complesso e non può essere, quindi, affrontato con una pura gestione dell’esistente, affidandosi a dinamiche spontanee che rischierebbero, oggi, di essere distorcenti. Un partito adempie al suo ruolo se sa essere lungimirante, se riesce a costruire e interpretare non solo la società di oggi, ma anche quella di domani”.

“Ecco perché – aggiungevo – dobbiamo non tanto continuare le interminabili mediazioni, ma creare nella politica quella divisione tra vecchio e nuovo che tra la gente esiste. Anche se nella politica la mediazione è determinante, la politica non è mediazione! Non le mediazioni, né il silenzio oggi fanno per noi, ma la proposta e l’iniziativa che rendano decifrabile tra la gente l’idea democratico – cristiana: ecco cosa ci serve!”.

“Discriminante e, allora, non negoziabile” diventava “la divisione – anche al nostro interno – tra chi ha voglia di cambiare, voglia di trasparenza, di far vincere la politica dei valori e chi, invece, piega ogni scelta al tentativo di garantirsi tranquillità nella gestione del potere, nella conservazione dei propri consensi. Nel nostro partito, invece, così come viene gestito, tutto sembra giocarsi su chi dovrà ricoprire la presidenza della Banca X, sedersi in Consiglio Regionale, guidare la Camera di Commercio e via dicendo. Determinante è invece per noi la valorizzazione dei movimenti civili e imperativo morale ascoltare e accogliere la gente, rendere il cittadino arbitro, lottare contro tutte le mafie, in sostanza mettere al centro del discorso politico la questione morale”.

 

• Circa GLI ALLEATI la mia proposta era netta.

Mi domandavo, appunto, “con chi risolvere questi problemi, ovvero quale politica delle alleanze portare avanti?”. E aggiungevo: “come posso suonare un notturno con un flauto fatto di vecchie grondaie” (V.V. Majakovskij). “Cioè, sono strette le brache della vecchia politica, c’è poco da suonare su questo vecchio spartito. C’è poco da aspettarsi dalle vecchie mentalità e dai modi arcaici di ipotizzare alleanze, presenti anche al nostro interno e filo conduttore della relazione del Segretario uscente. Voglio dire che è morto e sepolto il tempo delle politiche di schieramento, degli steccati manichei che precludono il dialogo, dove le ragioni della maggioranza talvolta impediscono di vedere i reali problemi della gente (e questo riguardava anche la sinistra DC, dico oggi e lo pensavo allora). Ma la soluzione non sta nelle ambigue forme di convergenze programmatiche che in sostanza sono la copertura della vecchia politica di schieramento”.

“Mi sembra di poter intravedere, pur nelle contraddizioni che marcano l’attuale situazione di forte transizione politica, un orizzonte più disteso nel quale vi potrà essere la possibilità di collaborare con tutti coloro che saranno realmente intenzionati a far emergere il nuovo, inteso in modo non integralista né manicheo. Penso che sia, allora, necessaria – rifacendomi a Sturzo – la riscoperta di un sano municipalismo, nel quale le alleanze si costituiscono sui reali bisogni della gente e si fanno con chi si mette dalla parte del nuovo. Ad una linea politica nella quale le alleanze non dipendono dagli ordini romani e neppure dalla rigida strategia dei Comitati e delle Federazioni Provinciali che, spesso solo per interessi personali o di gruppo, imbracano e impacchettano i destini delle diverse zone della provincia e dei singoli comuni. Ben altro dovrebbe essere il ruolo del livello provinciale del partito, ben altro il suo spazio di raccordo, da realizzare in un modo di intendere i rapporti centro-periferia inseriti in una dinamica circolare e non piramidale e nel quale siano le realtà locali e zonali, con i loro problemi e le loro istanze, a diventare centro del processo”.

 

“E non mi si venga a dire – aggiungevo – che questo non è avere una linea politica, perché chi pensa così ha una visione ancorata al vecchio e pretende di guardare in avanti con la testa rivolta all’indietro. Ripeto, infatti, se qualcuno si ostinasse a fare orecchi da mercante, che il ciclo politico iniziato nel 1948 e caratterizzato da alleanze basate su formule politiche si è definitivamente concluso. E una linea politica nuova non consiste nell’aprire le porte agli uni e precluderle agli altri, nell’ipotizzare schieramenti precostituiti, caso mai, su questioni astratte e di poco conto per la gente dei nostri centri o, peggio ancora, per esclusive ambizioni di potere.

Una linea politica che si muove verso la fine del millennio e che prende atto di quanto è avvenuto a livello interno e internazionale e che voglia rappresentare la speranza per giovani indifferenti alle alchimie politiche e disgustati dalla gestione chiusa del potere, può solo consistere, a mio modo di vedere, nella difesa dei valori fondamentali della persona e della libera convivenza sociale, nell’inseguimento dell’equità e della giustizia e nella conseguente individuazione dei problemi, degli obiettivi e nella indicazione delle linee di soluzione e negli strumenti per tradurli in azione. Sono le idee e le azioni concrete che debbono riprendere il primato all’interno del partito e nel rapporto con gli altri partiti e la gente. È la politica dei diritti dell’uomo, della democrazia come regola di vita, della costituzione realizzata, la nostra linea politica”.

 

• Infine, IL PARTITO.

“Per realizzare l’ambizioso obiettivo della costruzione di una politica nuova abbiamo bisogno di un partito profondamente rinnovato. Rinnovato nei metodi di selezione della classe dirigente, nell’idealità e nella cultura di quest’ultima, nella sua capacità di leggere il nuovo e di governare il cambiamento. E rinnovato anche nella forma partito ormai giunta al capolinea, incapace come è di farsi carico dei mondi vitali e di essere un utile strumento della partecipazione della società civile alla costruzione del proprio futuro”.

Nelle considerazioni conclusive, oltre a chiedere i consensi per la mia elezione, dichiaravo la disponibilità a ritirare la mia candidatura per favorire una vera unità interna, con queste parole: “L’unità interna, a mio parere, si ottiene solo dividendo il nuovo dal vecchio in un orizzonte di chiarezza. Il resto è palude e non ci interessa”. Amen!

 

Ricevetti diversi applausi, poi complimenti e inviti ad andare avanti anche da parte di coloro che non avrebbero potuto votare per me, essendo portatori di pacchetti di voti precongressuali già confezionati. Ma in un pranzo di corrente (forse allargato a qualcun altro) fu deciso il ritiro della mia candidatura, con mio sollievo e sollievo anche da parte di chi mi aveva presentato.

I sinistri strateghi potevano così giocare (come si faceva nei congressi) a fare qualche accordo con altri (nello specifico il gruppo Simoncioli) al fine di ottenere o togliere a qualche lista uno o due membri del comitato provinciale (pensa un po’). O, se non ricordo male, a tentare il superamento della candidatura Andrei, in nome dell’unità del partito, con quella di Bellettini.

Quest’ultimo tentativo durò lo spazio di qualche ora, poi tramontò. Il primo invece condusse ad eleggere Nilvo Terramoccia a svantaggio di un componente della lista di Alfonso Brogi, il quale andò su tutte le furie. Cosucce democristiane. Ma quelli erano i congressi DC.

Il risultato finale per l’elezione del segretario tra i due contendenti rimasti in lista, Andrei e Fatarella, vide vittorioso il primo con il 58,59% rispetto al secondo con il 41,41% sul quale erano evidentemente confluiti i voti della cosiddetta sinistra.

 

I quotidiani locali di allora (Il Tirreno e La Nazione) mi dipinsero come il Leoluca Orlando della Maremma. È nata una stella” commentò il generoso Giuliano Carli (La Nazione, 5 febbraio 1990). “Di sicuro c’è – continuava il corrispondente S. Mannino – che la sinistra DC ha trovato il suo Leoluca Orlando: l’uomo del mondo cattolico, molto critico nei confronti dei vecchi schemi democristiani, più legato ai movimenti che al partito tradizionale. Il discorso di Gentili è stato tutto giocato sulla contrapposizione tra vecchio e nuovo. Andrei, la sua gestione, la prospettiva che offre sono il vecchio, un partito moderato e sclerotico”.

 

Terminato il congresso per me, di fatto, ebbe a concludersi anche l’impegno partitico.

Per un po’ seguii le vicende della DC provinciale ma nulla mutava e niente si muoveva. I frequentatori di via Adriatico sembravano gli ignari passeggeri di un transatlantico prossimo al naufragio. Ed io mi ritirai a Pitigliano a fare il consigliere comunale di minoranza e nelle attività di formazione politica come detto nei post precedenti.

Continuavano però, anzi si accrebbero, le relazioni personali con alcuni amici di Grosseto e di altre aree della provincia, compresa qualche nuova frequentazione al nord. Grazie a questi colloqui maturò sempre più forte la volontà di muoversi in maniera ancora più radicale.

La qual cosa condusse ad aprire altri cantieri, insieme a vecchi e nuovi amici.


1990 - Stefano, Rossella, Giovanni al battesimo di Lucia


giovedì 22 aprile 2021

POST 26 – “CARNEADE CHI ERA COSTUI?”. L’INATTESA CANDIDATURA AL CONGRESSO PROVINCIALE DC

Entrai ufficialmente nella Dc nel 1987, impegnandomi nella sezione di Pitigliano. Poi vi fu una proiezione provinciale e partì l’avventura, con l’elmetto

 

Partiamo dunque dall’inizio, preceduto da due o tre anni di attività politica locale, scusandomi se autoincenserò la mia azione e il ricordo apparirà a tratti apologetico. Pur tentando in tutti i modi di presentare un resoconto obiettivo non escludo la possibilità di aver filtrato quel periodo con un’abbondante dose di faziosità. Ma tant’è.


Il 1987 fu l’anno del mio ingresso ufficiale in politica.

Mi iscrissi alla DC nella sezione di Pitigliano. Provammo ad iniziare un po’ di rinnovamento specie insieme a Stefano Renzi e pochi altri amici: aprimmo una nuova sezione in via Marconi (ora via Maddalena Ciacci, 5) al posto di quella carbonara de La Fratta, iniziammo la pubblicazione di un giornalino fatto in casa sulle tematiche politiche locali, provammo anche iniziative di tipo storico-culturale come la commemorazione di Aldo Moro a 10 anni dalla sua barbara uccisione e spesso ci presentavamo alle sedute del consiglio comunale.

A quel tempo erano ancora in auge le bacheche sulle quali ci prendevamo a pesci in faccia con la sezione socialista che rispondeva con la penna di Bruno Giusti e quella comunista con la biro del duo Savelli. Una parte della popolazione sembrava mostrarci rinnovata fiducia e questo si tradusse, probabilmente, anche in consenso. Le comunali del 1985 erano state infatti stravinte dalla coalizione social-comunista con 1338 voti contro i 443 alla lista DC più altri 100 voti andati alla Fiamma Tricolore. Le comunali del 1990, sempre vinte di gran lunga dai social-comunisti (1600 voti circa) con l’acchiappa-voti Augusto Brozzi (che ricordo con affetto), ci videro secondi con circa 900 voti e la Fiamma sempre ancorata ad un’ottantina. Tra l’altro fui anche eletto consigliere comunale subito dopo il capolista Enrico Torrini (che ricordo con amicizia), insieme ad Angelo Biondi e Gianfranco Franci. Nonostante questo attivismo non riuscimmo per nulla a scalfire la mentalità dei pochi iscritti che, non facendo assolutamente niente per il partito, sapevano sempre essere puntuali alle chiamate congressuali dei capibastone provinciali e regionali.

 

Nel frattempo, tramite l’attività della scuola di formazione politica, avevo intessuto rapporti di amicizia con un nutrito gruppo di persone, al 90% residenti nella diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello e la restante parte nella città di Grosseto. Le opinioni che ci scambiavamo avevano sempre sullo sfondo il desiderio di modificare lo stato di cose presente, magari con ricette diverse, perché diverse erano le nostre storie: soprattutto cambiare la forza politica nella quale quasi tutti militavamo (la DC), cambiare la geografia politico-programmatica dei comuni della provincia, spingere, nel nostro piccolo, per un cambiamento anche di quella nazionale.

 

Con questo spirito partecipai al XVII congresso provinciale della DC, convocato il 3-4 febbraio 1990, congresso che si teneva ben 7 anni dopo quello precedente.

Mai mi sarei aspettato che qualcuno pensasse di candidarmi a qualcosa. Invece 3 o 4 giorni prima del congresso ricevetti una telefonata, non ricordo se da parte di Rappezzi, Carli, Paladini o qualcun altro di quella che veniva chiamata la sinistra DC, che mi chiedeva la disponibilità a candidarmi alla segreteria provinciale. Candidatura a perdere, naturalmente, visti i numeri già noti delle sezioni comunali; insomma candidatura di servizio, come si diceva allora. La cosa mi sorprese, ci pensai qualche ora, poi accettai la sfida. Dopo tutto, la differenza tra le persone la fa il coraggio.

La sorpresa non fu solo mia se il giornalista de La Nazione, Salvatore Mannino, il 3 febbraio, iniziava il suo articolo con quel Carneade, chi era costui? di donabbondiana memoria, che è rimasto scolpito fino ad oggi nella mia corteccia cerebrale.

“Già – continuava l’articolista – perché di Stefano Gentili, trentenne rampante di Pitigliano, pochi hanno sentito parlare al di fuori del ristretto novero degli addetti ai lavori. Non è membro della direzione, non fa parte del comitato provinciale, non ha mai occupato lo scranno di un consiglio comunale. Di lui si sa soltanto che è molto legato al mondo cattolico e che gode della discreta stima delle gerarchie ecclesiastiche”. Avevo accettato, debole del 28% dei consensi dell’area che mi presentava, perché ritenevo di avere da dire cose di un certo rilievo. Dopo tutto quello che ci eravamo detti con gli amici di cui sopra e nelle attività di formazione politica, era venuta l’occasione di parlare in un consesso provinciale, con la stampa che poteva annotare alcune sollecitazioni che venivano dal mio pensiero.

 

Quanto alle geografie interne al partito non ne sapevo nulla, non essendomene mai interessato. E quindi nel ricordarle commetterò qualche inesattezza. Appresi dalla stampa che lo schieramento che appoggiava Alessandro Andrei (composto dal 38,5% del Grande Centro e dal 20,5% di Presenza Sociale capeggiata da Alfonso Brogi) era quello che avrebbe egemonizzato il congresso. Tra i primi (detti anche Dorotei) c’erano anche “il fanfaniano Gabriele Bellettini” e “l’adreottiano Dondolini”. Affrico, che ricordo commosso. Era candidato anche “il bancario Simoncioli” (per dirla con Mannino), fanfaniano del gruppo Fatarella, “ex consigliere provinciale, da 20 anni consigliere comunale a Cinigiano” ed ex-vice segretario provinciale, forte del 10% dei consensi. Insomma, c’era solo “da aspettare che i gladiatori scudocrociati – per dirla sempre con l’articolista de La Nazione – scendano nell’arena di Gorarella. A decidere la loro sorte saranno 83 delegati del Grande centro, 45 di Presenza sociale, 23 fatarelliani, 61 della Sinistra e 4 del gruppo Terramoccia-Schiano”. Già, c’erano anche questi ultimi valorosi.

I miei ricordi continuano ad essere un po’ confusi ma vi erano delle cose veramente singolari. Dunque, io ero stato candidato alla segreteria perché “nessuno dei maggiorenti corsiani” era “voluto scendere nell’arena di una battaglia che sulla carta” era “perduta in partenza” o come “agnello sacrificale offerto sull’altare di una ricomposizione unitaria” (Mannino). E mi aveva candidato la corrente di Sinistra che di sinistra aveva il giusto. Su una politica delle alleanze – per dirla con l’acuto Giuliano Carli – “tesa a recuperare il tradizionale rapporto con gli alleati di centro-sinistra dopo il giro di valzer con il PCI” verificatosi a Orbetello e Scansano.

Sempre Carli, nel citato articolo de La Nazione, affermava che la mia candidatura era invece dovuta alla necessità “di ricambio generazionale”, di “investimento politico per il futuro”, “della ricerca del legame con il retroterra cattolico”.

L’assai composito gruppone in sostegno ad Andrei, che riteneva la mia candidatura “l’ennesimo errore politico” parlava invece (nella mozione predisposta per il congresso) di “rottura di vecchi schemi” e rivendicava “il senso di responsabilità seguito nell’affrontare e risolvere gravi situazioni in alcune amministrazioni comunali, anche se si trattava di seguire con coraggio strade che non trovano riscontro nella tradizione del partito” (La Nazione, 3 febbraio 1990). Posizione temperata da un inciso dove si recitava che “l’ipotesi del cambiamento intende più fondarsi sui contenuti che sulle formule” e “dovrà in ogni caso passare attraverso un’effettiva disponibilità degli alleati del governo centrale, anche alla luce delle ultime impostazioni del PCI”. Giro di parole per dire che i due gruppi sostenitori di Andrei non erano per niente d’accordo sulla strategia politica: Presenza sociale voleva, dove possibile, allearsi col PCI, il Grande centro era contrario. Documento tipicamente democristiano. Non ricordo i contenuti della mozione dei cosiddetti fanfaniani di Fatarella, detti anche Brandaniani, ma il loro intento nobile era apparentemente quello di favorire un accordo unitario.

 

Prendo spunto da quest’ultimo aggettivo per domandarmi. Cosa c’era di nobile in tutto quel dimenarsi di correnti? Purtroppo nulla. Al di là dei sinceri intenti di qualcuno, la stragrande maggioranza dei responsabili provinciali giocavano in proprio: conquistare o comunque posizionarsi negli organi dirigenti provinciali o regionali per poi ottenere candidature al parlamento, alla regione, alla provincia e nei comuni più importanti. Per essere indicati tra i sindaci revisori dell’Unità sanitaria locale e dei comuni, supportati nelle carriere professionali, collocati nei posti apicali di banche, cooperative, Provincia, in aziende private. Purtroppo la situazione si replicava a livello territoriale, nelle sezioni comunali: sarebbe interessante ricercare quanti di coloro che erano tesserati alla DC videro i propri figli o altri parenti collocati nelle banche (specie Banca Toscana, MPS, Cassa di risparmio di Firenze) o in altri enti pubblici. E queste persone, naturalmente, tutte le volte che c’era da portare voti congressuali o politici a questo o a quel capobastone, erano sempre in prima linea. Sia però chiaro, che se ripenso alle persone che transitavano in quegli anni nel partito debbo per onestà riconoscere che alcuni mostravano acume politico maturato nel tempo, altri una buona preparazione culturale, altri ancora passione ideale e democratica. Erano tutto fuorché degli sprovveduti. Molti si erano fatti sul campo. Quindi, onore al merito. Ma l’andazzo che trovai nel 1990 (e anche qualche anno prima) era ormai quello detto in precedenza. Tristemente quello.

 

Dunque, io mi trovai candidato al congresso provinciale della DC in quella situazione e in quel periodo.

Già, in quel periodo. Era da poco trascorso il magico ’89 con l’autodistruzione del comunismo a causa del suo errore antropologico, la fine dei regimi dittatoriali dell’Est, la caduta del muro di Berlino. E l’unica cosa che i responsabili nazionali del partito avevano saputo fare, era stato rievocare la scelta degasperiana del ’48 (senza dubbio allora giusta e provvidenziale), non pensando minimamente che i sassi di quel muro sarebbero caduti, di lì a poco, addosso alle democrazie occidentali, specie quelle che si erano rette sulla diga al comunismo, travolgendo tutto: sistema politico, partiti politici, cultura politica, nomenclatura politica, coperture politiche. I responsabili locali della DC non avevano fatto nulla.

Ai miei occhi (e a quelli di altri) si stava chiudendo una stagione politica caratterizzata a livello nazionale dalla centralità democristiana per come l’avevamo conosciuta. Vecchia centralità venuta meno per missione compiuta e non per le stupidaggini di alcune ricostruzioni storiche farlocche. Le circostanze di quel periodo stavano pertanto creando le condizioni per uscire dalla stagione della democrazia bloccata ed entrare in quella della democrazia matura.

Passaggio questo che stava improvvisamente evidenziando come la forma-partito in cui si era concretizzato per 50 anni il cattolicesimo democratico in Italia – quella DC – avesse esaurito storicamente il suo compito, come detto, per aver compiuto la sua missione.

Ora, confrontare le necessità culturali e politiche di quella fase con il terminale stato di salute della DC provinciale di allora (simile a quella dei comitati provinciali DC di tutta Italia, superati solo dai socialisti rampanti del periodo, largamente presente nel PCI anche se occultato dalla ideologia, dal centralismo democratico e dalle organizzazioni collaterali, devastante anche nei cosiddetti partiti laici) rende chiara la drammaticità e paradossalità del contesto nel quale venni a trovarmi. C’era da capire e provare ad evitare una quasi tragedia, ci si trovò a vivere una farsa, tanto c’era da ridere, amaramente.

 

Capisco perfettamente che quanto detto può dare l’idea del Davide contro tutti: colui che ha capito tutto (io, il presuntuoso) e quasi tutti gli altri che non hanno compreso nulla. Non era proprio così, perché diverse volpi avevano ben capito l’aria che tirava, ma erano obnubilate solo dal proprio tornaconto personale. Molti non volevano arrendersi all’evidenza. Ed io non ero solo, perché altri amici avevano ben colto il tempo che stavamo vivendo.