martedì 8 gennaio 2013

GAUDIUM ET SPES: OGNI SCELTA ECONOMICA SI PONE COME MOMENTO COSTRUTTIVO O DISTRUTTIVO DELLA STORIA DELLA FAMIGLIA UMANA


La Gaudium et spes ci riserva sorprese anche sul fronte dei concetti di sviluppo economico e quindi di lavoro e proprietà.
Questa volta mi (e vi) esimo dal fare la storia di come il lavoro e la proprietà sono evoluti nell’insegnamento della Chiesa, anche se, in estrema sintesi, qualcosa bisognerà in seguito annotare.
Due cose debbo però dire per segnalare quale era il clima socio-culturale del periodo.

Il tempo della Gaudium et spes era un tempo complicato sul fronte politico, militare, economico, sociale. Il timore di un conflitto nucleare, la guerra fredda, le sempre più evidenti disuguaglianze, l’avviarsi del processo di secolarizzazione segnarono duramente il periodo.

Ma fu anche un tempo di luci.
Nella prima parte, fu l’era di J.F. Kennedy (1961-1963).
Il presidente americano era l’uomo della “nuova frontiera”, espressione che sintetizzava l'azione politica rinnovatrice iniziata dalla sua amministrazione, sia nella distensione e nel disarmo degli armamenti nucleari, che in politica interna con i progetti di guerra alla povertà e alla disoccupazione, le leggi a favore dell’istruzione e il provvedimento di legge contro la discriminazione razziale nei luoghi pubblici, nelle scuole di tutti i livelli, nelle forze armate e nelle imprese pubbliche e statali, a rinforzo delle lotte per i diritti civili iniziato dal movimento di protesta degli americani di origine africana (Martin Luther King).

Nel contempo ci trovavamo anche in presenza di un reale movimento di sviluppo che veniva dalla metà del decennio precedente e coinvolgeva i paesi più poveri. Le Nazioni Unite battezzarono gli anni ’60 come il decennio dello sviluppo. Ma esso portava con sé non pochi problemi.
“Lo sviluppo come lo avevamo conosciuto negli anni ’50, ridotto a progresso tecnologico e all’accumulo di ricchezza materiale, aveva bisogno del mito della produzione di merci sempre crescente, e dell’ideologia del consumismo per assorbire queste merci e alimentare il circuito dello sviluppo economico.
In quella definizione di sviluppo non erano state considerate né le disuguaglianze nella ripartizione delle ricchezze, né le condizioni di vita delle popolazioni, tantomeno la distruzione dell’ambiente” (Geneviève Sanze, 2011).

Era inoltre l’epoca dell’economista J.K. Galbraith ed H. Marcuse.
Galbraith, insieme a Marcuse, iniziò a mettere fortemente in discussione la teoria capitalistica tradizionale, specie per la piega che aveva preso, come detto, di tipo follemente consumistico.
Si criticava il fatto che l’uomo sociale, il cittadino, fosse stato ridotto, dalla volontà delle grandi corporation, supportata dalle nuove (per gli anni '60) aggressive metodologie di marketing, a un ‘consumatore’, ovvero a un soggetto che aveva una sua esistenza, e, in definitiva, una sua dignità, solo in quanto capace di consumare beni e servizi, e nella misura in cui ottemperava a questa sua unica e imprescindibile funzione.
Insomma, non avevano importanza le aspirazioni, le necessità, i sogni degli esseri umani, ma solo i loro ‘bisogni’, generatori della funzione primaria ed unica del consumo.
Marcuse espresse questo concetto nella sua opera principale, L'uomo ad una dimensione (1964), quella del consumo, appunto, in cui analizzava il tema dei ‘bisogni’ di un essere umano, e di come ‘il sistema capitalistico’ controlli tali bisogni ed i meccanismi della loro definizione e creazione.
Galbraith rappresentò il concetto speculare nella ‘Società opulenta’ (nel libro The Affluent Society 1958), in cui invece descrisse perché, a suo modo di vedere, il sistema economico, rappresentato in primis dalle grandi corporation, avesse necessità, per i suoi fini intrinseci, di controllare i bisogni, del singolo e delle collettività, in modo assoluto, senza poter lasciare al caso e alla spontanea evoluzione umana la definizione di tali bisogni.

In questo contesto, ben più articolato e complesso di come rapidamente dettagliato, germina il capitolo della Gaudium e spes dedicato allo sviluppo economico.
E lo fa ribaltando totalmente l’impostazione tradizionale dei manuali ecclesiali e promuovendo un ulteriore evoluzione delle encicliche sociali precedenti.
Leone XIII con la Rerum novarum aveva declinato la questione sociale come questione operaia, Pio XI con la Quadragesimo anno come questione nazionale, Pio XII con i suoi interventi aveva puntato sulla questione internazionale, Giovanni XXIII aveva spinto sulla questione giustizia e pace.

Con la Gaudium et spes il polo d’attrazione è diventata l’attività economica globale, vista a livello planetario, come elemento essenziale per la realizzazione di una convivenza solidale.
Dopo aver richiamato l’attenzione, nell'esposizione introduttiva, sul grande scandalo della società odierna: “Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica, e tuttavia, una grande parte degli abitanti del globo è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini non sanno né leggere né scrivere” (GS, 4), dedica l’intero capitolo III alla vita economico sociale (GS 63-72).

Il tema d’apertura, «il fine ultimo e fondamentale dello sviluppo economico non consiste nel solo aumento della produzione, né nella ricerca di profitto o di dominio, bensì nel servizio dell’uomo» (GS 64), serve a relativizzare sia il concetto di proprietà privata, sia il doppio concetto di lavoratore dipendente e di padrone, sia il diritto di libertà nel disporre a piacimento dei capitali.
Ma di quale uomo si tratta? «...dell’uomo integralmente considerato...di ciascun uomo e di ciascun gruppo umano, di qualsiasi razza o area del mondo». Ecco già delinearsi l’unicità del sistema economico planetario che oggi è un dato di fatto.
«Pertanto l’attività economica è da realizzare secondo le leggi e i metodi propri dell’economia, ma nell’ambito dell’ordine morale, in modo che risponda al disegno di Dio sull’uomo».
Emerge perciò con forza la responsabilità morale nelle scelte economiche, derivata non dal rispetto della proprietà privata o dal giusto salario per il lavoratore (come si era sino ad allora sostenuto), ma dall’unicità planetaria del sistema economico, e quindi dell’impatto che ogni scelta economica dei singoli o degli stati ha sull’intera famiglia umana e dall’intrinseca dignità di ogni essere umano, che non può esprimersi senza un minimo di beni materiali.

E’ come dire che «ogni scelta economica si pone come momento costruttivo o distruttivo della storia della famiglia umana, come accettazione o rifiuto di quella logica di convivenza che è il traguardo della storia» (Enrico Chiavacci, 1985).

Affermazioni forti, se ben ponderate, specie per le loro conseguenze (lo vedremo meglio, ad esempio, in una prossima lettera).
Riflessioni che furono possibili grazie alla presenza tra i Padri conciliari di molti vescovi di provenienza dal sud del mondo, messi in rete dall’azione instancabile del vescovo Helder Camara, “un omino piccolo e fragile, che nella sua terra, e in ogni luogo dove è passato, gode ancora oggi della fama di santo”.
A distanza di oltre 50 anni da quelle affermazioni – e di altre che vaglieremo – e dall’impegno profuso da Paolo VI (ricordo solo la Popolorum progressio) e Giovanni Paolo II (cito soltanto la Sollicitudo rei socialis e la Centesimus annus) va purtroppo detto che la coscienza dei credenti è poco maturata, salvo lodevoli e talvolta organizzate eccezioni, come pure le politiche dei governi nazionali e sovranazionali non sono andate nella auspicata direzione.
Forse la spiegazione socio-culturale del perché ci sia stata questa colossale amnesia sta in una frase che il citato Helder Camara una volta ebbe a dire di sé: “Quando do da mangiare a un povero tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti m i chiamano comunista”.
Che peccato!

Stefano Gentili

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