giovedì 8 maggio 2008

I VESCOVI: UN PARTITO CHE GUARDA VERSO DESTRA?

Non ho nulla da aggiungere alla lettera che il vescovo emerito (in pensione!) di Ivrea Mons. Luigi Bettazzi ha indirizzato ieri ai vescovi che a fine maggio si riuniranno a Roma per la loro assemblea.
Dico solo, che la condivido in toto, e che rappresenta pienamente quello che penso e, quindi, la ripresento con tutta “parresia” (franchezza e libertà).
Ricordo che Mons. Bettazzi, tra l’altro, ha preso parte al Concilio Vaticano II, fin dalla seconda sessione (1963), in qualità di vescovo ausiliare di Bologna, stretto collaboratore del cardinale G. Lercaro e attualmente è Presidente emerito di Pax Christi Internazionale e presidente del Centro Studi economico-sociali per la pace. Ecco la lettera.

“Non so quale sarà il giudizio della Cei sui risultati delle recenti elezioni. La nostra gente ha sempre pensato che i Vescovi, pur astenendosi da interventi diretti, non riuscissero a nascondere una certa simpatia per il Centrodestra, forse perché, almeno apparentemente, si dichiara più severo nei confronti dell’aborto e dei problemi degli omosessuali e più favorevole alle scuole e alle organizzazioni confessionali.
Credo peraltro che siamo stati meno generosi verso il Governo Prodi, non come approvazione della sua politica - dopotutto meritoria di aver evitato il fallimento finanziario del nostro Stato di fronte all’Europa (anche se questo può aver rallentato l’impegno, già avviato, di attenzione ai settori di popolazione più in difficoltà) - quanto come riconoscimento di un esempio di cattolicesimo vissuto in situazioni e in compagnie particolarmente problematiche.

Anche perché in un mondo, come il nostro Occidente, dominato dal capitalismo, che sta impoverendo sempre più la maggioranza dei popoli e tutto teso, tra noi e fuori di noi, verso la ricchezza e il potere - la “mammona” evangelica, che Gesù contrappone drasticamente a Dio - tra i valori “non negoziabili”, accanto alla campagna per la vita nascente e per le famiglie “regolari”, va messo il rispetto per la vita e lo sviluppo della vita di tutti, in tempi in cui si allarga la divaricazione già denunciata da Paolo VI nella «Populorum progressio» (quarant’anni fa!) tra i popoli e i settori più sviluppati e più ricchi e quelli più poveri e dipendenti, avviati a situazioni di fame inappagata e di malattie non curate, vanno messi l’impegno per un progressivo disarmo, richiesto da Benedetto XVI all’Onu, e quello per la nonviolenza attiva, che è la caratteristica del messaggio e dell’esempio di Gesù («Obbediente fino alla morte, e a morte di croce» - Fil 2, 16).

Forse siamo sempre più pronti a dare drastiche norme per la morale individuale, sfumando quelle per la vita sociale, che pure sono altrettanto impegnative per un cristiano, e che sono non meno importanti per un’autentica presenza cristiana, proprio a cominciare dalla pastorale giovanile. Mi chiedo come possiamo meravigliarci che i giovani si frastornino nelle discoteche o nella droga, si associno per violenze di ogni genere, si esaltino nel bullismo, quando gli adulti, anche quelli che si proclamano “cattolici”, nel mondo economico e in quello politico danno troppo spesso esempio di arrivismo e di soprusi, giustificano la loro illegalità ed esaltano le loro “furberie”, e noi uomini di Chiesa tacciamo per “non entrare in politica”, finendo con sponsorizzare questo esempio deleterio, che corrompe l’opinione pubblica e sgretola ogni cammino di sana educazione. Ci stracciammo le vesti quando all’on. Prodi scappò detto che non aveva mai sentito predicare l’obbligo di pagare le tasse; ma avremmo dovuto farlo altrettanto quando altri invitavano a non pagarle...

Lo dico come riflessione personale. Perché mi consola pensare che il nuovo Presidente della Cei - a cui auguro un proficuo lavoro - proprio nell’intervento inaugurale di questo suo ministero richiamava il principio tipicamente evangelico del “partire dagli ultimi”, che era stato proclamato in una mozione del Consiglio Permanente della Cei nel 1981 (!), e che risulta più che mai importante in un mondo (anche quello italiano! e qualche segnale ce lo fa temere sempre più per l’avvenire...), in cui si suole invece partire “dai primi”, garantendo i loro profitti e i loro interessi, che non possono poi non essere pagati dalle crescenti difficoltà di troppe famiglie italiane.

L’auspicio è confortato dalla recente Settimana Sociale dei Cattolici italiani - e qui il compiacimento si rivolge al loro Presidente, che è il mio successore in Ivrea - che ha richiamato un altro centro nodale della Dottrina sociale della Chiesa e quindi della pastorale di ogni suo settore, che è il “bene comune”, sul quale dovremmo comprometterci in un tempo in cui troppi - politici, impresari, categorie professionali e commerciali - pensano e lavorano solo per il “bene particolare”, a spese - ovviamente - di chi non si può o non si sa difendere.

Che questo dunque, dopo essere stato un messaggio così significativo sul piano dottrinale, appaia davvero come un impegno concreto e quotidiano, come qualche Vescovo già ha iniziato a dichiarare, sfidando riserve e mugugni.
Come si vede, sono tanti i motivi per auspicare, tanti i motivi per pregare, in vista di questa annuale Assemblea dei Vescovi italiani.” Mons. Luigi Bettazzi


Dice bene il vescovo emerito…o pensa male?

Stefano Gentili

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Era ora che guardassero a destra!

Anonimo ha detto...

Riflettiamo sui commenti lasciati dal popolo italiano sulla nuova
squadra di governo????????
Riflettiamo?????????
Ma gli italiani
riflettono??????????????????????????

giuseppe ha detto...

Io penso che i vescovi :
1) non debbano essere un partito
2) debbano guardare da tutte le parti.
Non è certo appoggiando le scelte e i programmi politici di questa o quella fazione politica che i vescovi e con loro la chiesa italiana possono farsi sentire, ma piuttosto devono essere una grossa forza etico-morale accompagnata da una forte azione sociale a difesa dei più deboli.
Vorrei spendere due parole anche sui primi due commenti al post originale: cosa vuol dire che "Era ora che guardassero a destra!", secondo te, caro anonimo (il primo dei due)i vescovi erano in perenne corsia di sorpasso e non hanno mai pensato di accostare?
Per il secondo commento penso che non sia giusto essere così pessimisti sugli italiani, probabilmente riflettono poco e si fanno prendere dall'entusiasmo di certe cose dette da qualcuno con molta enfasi, ma poi riflettono su quello accaduto e sanno cosa fare quando dovranno tonare a ielleggee le pesone alle cariche istituzionali.
Giuseppe Pizzati

Anonimo ha detto...

Caro Stefano,
ho letto su “Avvenire” la lettera di Mons. Bettazzi e la condivido quando concentra l’attenzione sulla attuale questione sociale che include indissociabilmente la bioetica.
Colgo, però, l’impronta di un pregiudiziale manicheismo nelle sue valutazioni politiche. Da cittadino, ha tutto il diritto di professare le idee politiche che vuole e di parteggiare per Prodi o di contestare Berlusconi, pur senza nominarlo. Le sue tesi sono legittime e rispettabili, ma la loro opinabilità depotenzia la sua autorevolezza di vescovo. La Chiesa rispetta la legittima autonomia dell’ordine democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l’una o per l’altra soluzione istituzionale o costituzionale. Il contributo che la Chiesa offre alla democrazia è di ordine morale e la sua dottrina sociale la abilita a formare, col discernimento mutuato e maturato dall’argomentazione razionale e dal diritto naturale, la coscienza personale per individuare le esigenze della giustizia e realizzarle anche contro l’interesse personale. La Chiesa non si identifica con alcun interesse di partito, anzi perde la sua autonomia e la sua autorità morale se avalla posizioni politiche parziali o discutibili. Faccio un esempio concreto. La mafia è il leviatano che distrugge la società civile e quella politica. La mafia non è di destra, né di sinistra, ma corrode entrambe. In Campania e in Calabria molti consigli comunali, dove il centro-sinistra era in maggioranza, sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa. Un cattolico, chierico o laico che sia, testimonia concretamente il Vangelo, se denuncia apertamente l’iniquità dove si trova, senza soccombere al pregiudizio ideologico.
Non a caso, l’AC, la Caritas ed associazioni laicali della Diocesi di Caserta, con la benedizione del Vescovo Nogaro, hanno scritto a Napolitano, per motivare la loro astensione alle recenti elezioni.
Per inciso e non per caso, ritengo ideologicamente anacronistica e culturalmente obsoleta la schematica contrapposizione destra-sinistra.
Approfondisco, pertanto, la riflessione, imperniata sulla realtà antropologica integrale (l’unità anima-corpo) di ogni essere umano che ritengo sia il paradigmatico fondamento per l’azione politica dei cattolici.

Un dato reale è la diaspora dei cattolici, organizzati correntiziamente o dispersi personalmente in ogni schieramento politico (cristiano sociali, ex-prodiani, ex-ulivisti, cattolici democratici, ex-popolari e teo-dem nel centro-sinistra, moderati, clerico-moderati e teo-con nel centro-destra).
L’arroccamento integrista caratterizza spesso le loro posizioni e li inclina a dogmatizzare l’ispirazione cristiana come il preminente criterio veritativo che interpreta la realtà per governare la convivenza organizzata.
L’arroccamento caratterizza gli psico-marxisti e i moderati, le due più significative correnti della diaspora.
Gli psico-marxisti polarizzano l’impegno sulle questioni sociali e considerano accessori i problemi bio-etici. I moderati rovesciano specularmente l’impostazione, perché considerano discriminanti i temi bio-etici e secondari i problemi sociali.
Il fatto è che nella concezione cattolica della vita sociale e politica, le questioni bio-etiche e quelle economico-sociali formano un unicum che permette di individuare e definire i principi permanenti per l’edificazione di una società degna dell’uomo; i principi sono la dignità della persona umana, il bene comune, la sussidiarietà e la solidarietà. Finché dura il tempo della storia umana, la consistenza e la vitalità di questa società sono animate dai valori fondamentali che sono la verità, la libertà, la giustizia e la carità. Tra principi e valori, un’indissolubile reciprocità nutre l’indisponibilità, l’inderogabilità, l’universalità e la non negoziabilità degli uni e degli altri.
Siccome “la fede costituisce un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. In fatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona[i]”.
Per la nota dottrinale, le esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili sono il rifiuto dell’aborto e dell’eutanasia (da non confondersi con la rinuncia, moralmente legittima, all’accanimento terapeutico), i diritti dell’embrione umano, la libertà dei genitori per l’educazione dei propri figli, la tutela sociale dei minori, l’eliminazione delle forme di schiavitù (droga e sfruttamento della prostituzione), la libertà religiosa, un’economia al servizio della persona e del bene comune, la giustizia sociale, i principi di solidarietà umana e di sussidiarietà, la pace.
I temi sociali sono indissociabili da quelli bio-etici perché configurano il volto umano all’economia e alla politica.
Tra gli psico-marxisti e i moderati, inoltre, c’è chi sostiene che le soluzioni tecniche ai nodi economici e sociali siano equivalenti o persino eguali. L’assunto è che, nei programmi economici, l’autonomia di chi governa il Paese sarebbe inesistente, perché vincolata dai parametri fissati dalla Unione Europea o condizionata dalle indicazioni del FMI e delle agenzie di rating; l’unica autonomia possibile consisterebbe nella capacità di attuazione dei programmi.
L’assunto è infondato. Per ogni Paese comunitario, l’Ue fissa i seguenti parametri di convergenza[ii]:
Stabilità dei prezzi; l’inflazione dei prezzi al consumo non deve superare dell’1,5% la media dei tre Paesi a inflazione più bassa.
Il rapporto tra il deficit pubblico (differenza tra entrate e uscite) e il Prodotto interno lordo (Pil) non deve superare il 3%.
Il rapporto tra il debito pubblico e il Pil non deve superare il 60%.
Tassi d’interesse bassi che riflettano l’aspettativa di una durevole convergenza; nella media dell’anno prima dell’esame, il tasso nominale a lungo termine non deve superare di oltre il 2% la media dei tassi d’interesse tra i Paesi più virtuosi in materia d’inflazione.
I parametri definiscono le coordinate macro-economiche entro le quali i governi nazionali realizzano i contenuti delle loro politiche economico-sociali. In ogni Paese, l’equità, l’uguaglianza e la giustizia sociale sono obiettivi diversamente perseguiti dai programmi adottati, per scelta autonoma, dalle coalizioni che competono per la conquista e l’alternanza del potere.

Ogni soluzione tecnica, infine, non è neutra, ma lievita dalla concezione antropologica che ispira assiologicamente le scelte economiche, sociali e politiche. L’etica non discrimina la biologia e il sociale; non c’è un’etica che vale per la biologia e un’altra per il sociale, ma un’unica etica applica i principi e i valori che la fondano a entrambe le dimensioni dell’esistenza umana.
Per farla breve, la visione cattolica dell’uomo è unitaria e richiede ai credenti l’uso del discernimento davanti alle opzioni politiche presenti nell’agone elettorale. Il loro pluralismo è politicamente virtuoso se traduce coerentemente nella prassi i principi permanenti e i valori fondamentali coi quali incarnano l’ispirazione cristiana della loro testimonianza politica.
Qui emergono le difficoltà e le tensioni anche conflittuali tra le due correnti.

Gli psico-marxisti
L’espressione i definisce i cattolici che considerano la valenza sociale del marxismo paradigmatica per la traduzione socio-politica della fede. La loro scelta di campo è legittima e la rispetto sinceramente, però i suoi limiti mi sembrano evidenti. Il crollo del blocco sovietico ha azzerato la prospettiva messianica del marxismo. Gli psico-marxisti la sostituiscono con un inedito confessionalismo che ideologizza la fede. Così recuperano la suggestione dell’antiquariato marxista per occultare il fallimento di un’ideologia sconfitta dalla storia. L’ideologizzazione della fede ha conseguenze ambigue sul piano dei principi o valori di riferimento.
Il fondamento che determina la concezione dell’uomo nel loro schieramento nega il rilievo politico della bioetica; perciò amputa la motivazione antropologica dell’impegno politico e, tra le sue le dimensioni sociali, misconosce proprio quelle intrinsecamente indissociabili dalla vita nascente e dal suo sviluppo sino al termine naturale. In altre parole, sradica la naturale socialità dell’uomo.
L’aggregato nel quale militano ignora con l’indifferenza o respinge con il dileggio la trascendenza della persona umana, in quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale, nel quale è scolpita l’immagine di Dio.

I moderati
Francamente non capisco il significato del termine moderati, malgrado sostengano apertamente le questioni bio-etiche e trascurino quelle sociali.
Nella mia visione dell’uomo e del mondo, mutuata dalla dottrina sociale cattolica che indaga sul senso delle cose, inclusa l’azione politica, gli elementi politicamente qualificanti sono la giustizia sociale, la solidarietà, l’uguaglianza, la non-violenza, la pace. Ciascuno di questi elementi, preso in sé, ma ancor più se raccordato dinamicamente agli altri, è irriducibile alla più innocua idea di moderazione o moderatismo.
Chiarisco con esempi elementari:
La giustizia sociale.
Pagare le tasse è un fattore di giustizia sociale, non è moderato, né estremista (o se preferiamo né di centro, né di destra, né di sinistra), è semplicemente giusto.
La solidarietà.
Gli atti che muovono spontaneamente l’animo a condividere e rimuovere le costrizioni del bisogno per sprigionare la libertà esistenziale di ogni persona sono comportamenti intrinsecamente radicali e nulla hanno da spartire con la borghese connotazione del moderatismo.
L’uguaglianza.
La dignità trascendente della persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, alimenta l’uguaglianza sostanziale d’ogni essere umano, senza distinzioni di sesso, razza, etnia, nazionalità, stato sociale, convinzione politica e fede religiosa. Ritenere moderata l’immagine divina, scolpita in ciascuno di noi, mi sembra semplicemente innaturale. Moderata da chi e per cosa?
La non-violenza.
Questa scelta fondamentale si esprime attraverso comportamenti e gesti tanto più decisi e risoluti, quanto più pacifici e civili. La loro radicalità nemmeno lontanamente può essere equiparata alla moderazione.
La pace
Considerata non come l’assenza di guerra, ma come l’effetto di una convivenza organizzata sull’interdipendenza e sul progrediente e dinamico intreccio degli elementi precedenti, la pace mi sembra l’azione più rivoluzionaria che il genere umano possa mettere in atto.

I cattolico-democratici
Il termine ormai è archeologico. Poteva avere senso sotto il fascismo, ma nell’Italia repubblicana e democratica è preistorico. Ogni forza politica presente in Parlamento è formalmente democratica. I cattolici che militano in qualsiasi partito sono oggi più che mai democratici. Certo, la distinzione tra democrazia formale e democrazia sostanziale è tuttora attuale. La democrazia non è mai una conquista definitiva, ma va difesa e valorizzata giorno dopo giorno. La vigilanza democratica deve essere permanentemente allertata, né può escludere a priori il rischio che deviazioni inquinanti la democrazia possano contagiare anche l’auto-certificata ortodossia cattolico-democratica.
Secondo quale criterio di discernimento, o con quale autorità, alcuni cattolici si autodefiniscono democratici e negano quest’aggettivo, politicamente qualificante, ad altri cattolici che legittimamente, ergo democraticamente, la pensano diversamente da loro?

I sacerdoti e la politica
Qui, una chiarificazione mi sembra pertinente. Per me la politica è aconfessionale, la vivo e interpreto da laico. Il suo valore non è assoluto, è relativo. I sacerdoti d’ogni ordine e grado sono cittadini come gli altri e possono ovviamente sostenere le idee politiche che vogliono; ma è altrettanto ovvio che le loro opinioni sono esclusivamente personali, non hanno fondamento teologico, né sostanza veritativa e sono tranquillamente contestabili da qualsiasi cittadino che, a priori e nel merito, non è meno autorevole di loro.
Pertanto, se militano direttamente nella lotta politica, candidandosi o schierandosi a favore di qualsiasi partito, sconfinano in un terreno estraneo alla loro chiamata, compromettono l’affidabilità della loro missione religiosa e ne stravolgono l’autorevolezza morale attraverso un uso immorale del potere morale di orientamento anche politico delle coscienze.
La dialettica politica, se li coinvolge come comuni cittadini, mette in sofferenza il loro ruolo religioso e ne pregiudica l’attendibilità, perché fanno una scelta di parte che abbuia la tensione unitaria e universale della loro vocazione.

[i]Nota dottrinale sull’impegno politico dei cattolici, Congregazione per la Dottrina della Fede, Roma 24 novembre 2002.
[ii] I cosidetti parametri di Maastricht.

Ciao, Fardo