giovedì 24 settembre 2020

16 – LA CORONA DI SPINE DELL’AC DIOCESANA

Rischi di efficientismo e di burocratizzazione fecero capolino da un sondaggio interno. La chiusura di alcune associazioni parrocchiali. Il calo delle adesioni. Rapporti personali scoppiettanti. La polemica di un parroco e il duro giudizio di un altro sacerdote.

 

Spero che i miei ricordi del periodo trascorso nell’AC diocesana non diano l’idea di una situazione assolutamente ideale e sempre positiva. Ci furono momenti di crisi, alcune realtà non riuscivamo a modificarle e poi si sa, non tutto andò sempre liscio; siamo uomini impastati di creta e talvolta ci facciamo prendere la mano dalle nostre fregole. Ci furono momenti difficili: il dispiacere per la messa in luce dei limiti nella nostra azione, per la fine di alcune associazioni, per le adesioni che tendevano sempre a calare. Ci fu anche il dolore per qualche screzio personale, per le critiche sferzanti da parte di alcuni sacerdoti, per un certo modo di pensare tra le persone anche interne alle parrocchie.

 

Tra i primi ricordo un’osservazione assai rilevante che emerse in seguito ad una verifica personale e riservata che facemmo in prossimità del 1982 tra i consiglieri diocesani e parrocchiali. La maggior parte delle risposte furono di condivisione dell’azione diocesana, mentre alcune segnalavano che nel centro diocesano stavamo marciando a tappe troppo forzate (facendo incontri, sfornando documenti, materiali, iniziative) senza tener troppo conto del passo molto più lento delle realtà parrocchiali.

Che forse ero (eravamo) caduto (caduti) nel tranello dell’efficientismo? Avevamo burocratizzato troppo il nostro rapporto con le associazioni di base? C’eravamo chiusi nel Palazzo? Queste opportune puntualizzazioni non nego che ci fecero soffrire.

 

Altri momenti difficili furono legati alla chiusura di alcune associazioni. Ricordo in particolare quella di Sorano, della quale conservo una lettera dell’allora presidente Antonio Magliulo, nella quale egli esprimeva il suo profondo dolore e la sua delusione. E poneva una pressante domanda a se stesso, a me, a “chiunque aveva gravitato in quegli anni intorno alla parrocchia”: “perché si è verificato questo?”.

Già, perché? Perché non ci eravamo accorti di quel disagio e non avevamo quindi posto in atto misure straordinarie?

 

Anche le adesioni delle associazioni parrocchiali sono sempre state una nostra corona di spine. Assai ballerine, purtroppo tendevano quasi sempre a diminuire. In realtà vi era un discreto ricambio tra coloro che entravano e le persone che uscivano. Tra il 1981 e il 1982 ad esempio uscirono 213 aderenti e ne entrarono 137. A parte le articolazioni ACR da sempre caratterizzate da forte ricambio, preoccupante fu l’uscita di 93 tra giovani e giovanissimi a fronte di un ingresso di appena 16. Meno preoccupante poteva essere considerato il turnover tra gli adulti (-41 e + 33) perché lo consideravamo come il ricambio tra chi aveva perso stimoli e coloro che invece volevano intraprendere un nuovo percorso.

Era un fatto fisiologico oppure dipendeva dalla nostra azione insufficiente? Che tradotto voleva dire: dalla nostra poca testimonianza di fede.

 

Nel secondo gruppo di spine colloco situazioni che ebbero a che fare con i rapporti personali.

Specie in un certo periodo ci fu una piccola frizione con qualche membro del settore giovani e credo che quegli eventi dipesero dai tratti caratteriali e dalla difficoltà di mantenere una stabilità di rapporti. Ma se non era solo questo? Se dipendeva da un deficit di attenzione e di valorizzazione da parte mia? La cosa fu un pochino fastidiosa e provocò dispiacere in me e in altre persone.

 

Un altro problema nacque con l’assistente parrocchiale dell’associazione di Poggioferro che era, per così dire, suscettibile assai. Un articoletto di resoconto apparso sulla pagina del settimanale diocesano Confronto – interamente dedicata ad un’iniziativa da noi promossa tesa a favorire la “comunione fraterna tra le associazioni (!)” – paradossalmente scatenò l’arrabbiatura di don Pietro Natali che si concretizzò in una telefonata di fuoco e in una lettera piuttosto pepata. Alla quale risposi con fermezza e rispetto mettendo sul tavolo anche le mie dimissioni. In realtà, nel giugno 1983 avevo presentato per iscritto alla presidenza diocesana una breve analisi sullo stato di salute delle associazioni parrocchiali. Essa si limitava a registrare alcuni dati di fatto incontrovertibili e desumibili dall’analisi dei comportamenti e degli atteggiamenti delle associazioni, dalla conoscenza personale delle situazioni e dai dati numerici. Quello sguardo rivolto alle associazioni parrocchiali, lungi dall’essere stato l’espressione di un giudizio di assoluzione o condanna (e chi ero per poterlo esprimere), era invece un’attenzione fraterna che faceva della franchezza la leva per consolidare le cose buone e migliorare quello che ancora c’era di problematico. Ma si sa, la franchezza ha pochi amici.

Comunque anche inavvertitamente potevamo essere caduti nell’errore di giudicare lo zelo apostolico delle associazioni e delle persone che ne facevano parte. E questo mi lasciò un po’ di amaro in bocca.

 

Il giudizio di un altro sacerdote mi amareggiò molto. Fu quello di Don Girolamo Vagaggini. In risposta ad un questionario presentato dal nuovo Vescovo diocesano, Mons. Eugenio Binini, teso a saggiare il parere dei sacerdoti su quanto si faceva in diocesi, alla terza domanda relativa alle forme di cammino di fede presenti, egli il 12 dicembre 1984 rispondeva così: “l’esperienza maggiore in questo campo ci è offerta dall’Azione Cattolica diocesana, pur notando generosi e riusciti tentativi con altre organizzazioni (vedi P. S. Stefano, Carige e con ‘Gruppi ecclesiali’ in alcune parrocchie). L’AC è stata in questo campo un buon punto di riferimento in passato (parola sottolineata); oggi (sottolineato), a parte la buona volontà degli attuali dirigenti, mi sembra che si viva un clima di ghettizzazione familiare (entrambe le parole sottolineate). Forse sarà necessaria un’infusione di aria nuova, con un cambio quasi radicale dei dirigenti, perché l’Azione Cattolica esca dal guscio di alcune parrocchie e possa diventare veramente diocesana”. Osservazioni assolutamente legittime, s’intende. E in parte rispondenti al vero. Non venni a conoscenza della risposta perché riservata. Ma quando in seguito ho ritrovato tra le scartoffie questa lettera mi è molto dispiaciuto.

Ghettizzazione familiare, necessità di un cambio quasi radicale dei dirigenti era un evidente atto di sfiducia nei nostri confronti, anche se quelle osservazioni l’ex-assistente diocesano non ce le aveva mai dette guardandoci negli occhi. Si era rifugiato dietro una lettera riservata.

Pensai ai motivi che potevano averlo indotto ad un giudizio così sferzante. Confesso che ne trovai soltanto uno: non aveva ben digerito il nostro essere dalla parte del vescovo D’Ascenzi e delle sue proposte pastorali, mentre lui ed altri confratelli lo contrastarono quasi sin dall’inizio.

Ma non si dà azione cattolica senza un legame strettissimo con il vescovo diocesano. Era quello che noi avevamo fatto.

venerdì 18 settembre 2020

15 – PIEGARE LA POSTURA DELL’ASSOCIAZIONE VERSO L’ESTERNO DEL TEMPIO

La formidabile spinta del Vescovo Giovanni D’Ascenzi e di altri dirigenti nazionali, affinché l’AC si impegnasse nel sociale. La mia esperienza diocesana si chiuse a febbraio del 1986

Molto importante fu l’Assemblea diocesana del 5-6 marzo 1983 che si svolse a Triana. Il titolo scelto per quell’assise, L’Azione Cattolica: scuola di laicità per il servizio nella chiesa locale e per l’animazione cristiana della società, era tutto un programma, come si suol dire. Il vescovo diocesano, Mons. Giovanni D’Ascenzi, espresse il suo “grande interesse” e la “viva simpatia” per quell’iniziativa e ci accompagnò con la preghiera e la sua presenza. Anzi, colse l’occasione – in una lettera inviata al clero e ai religiosi – “per dire l’ammirazione e la gratitudine a questi laici che hanno capito il loro ruolo nella Chiesa, nella nostra Chiesa, cercano di approfondirlo con coscienza matura e rendono un servizio di formazione e di azione veramente encomiabili”. Cito le sue parole, non per ricordare che ci diceva bravi (sarebbe stupido), ma per segnalare che  Il giorno e mezzo di lavori fu intenso, accompagnato da sei corpose tesi pre-elaborate dalla Presidenza diocesana su lavoro, scuola, cultura, famiglia, terza età, formazione dei responsabili associativi ed impreziosito dalla presenza di Dino e Marisa Biancardi, responsabili nazionali dell’Ufficio Famiglia dell’Azione Cattolica. Anch’io, come solito, feci una corposa relazione e, negli ultimi paragrafi mi rivolgevo ai nuovi responsabili – dei quali ritenevo di non dover fare più parte – invitandoli ad “una più intensa preghiera personale e comunitaria” e ad “uno studio più approfondito delle scelte di fondo e di metodo dell’associazione”. Ne emerse un buon Consiglio diocesano ed una buona Presidenza. Purtroppo, mi ritrovai presidente e, ad essere sincero, non ricordo neppure perché. Forse perché, come accade di frequente, nessun altro era disponibile. I 16 presidenti parrocchiali (con la novità Pomonte, presidente Quinto Merli) per due terzi erano gli stessi del precedente triennio (Pitigliano, Semproniano, Magliano, Murci, Giglio Castello, Giglio Porto, Orbetello, Torba-Giardino, Poggioferro, Vallerona) e, per un terzo, new entry: Piero Burattini a Castell’Azzara, Bonato Pellegrino a Fonteblanda, Angelo Landini a P.S. Stefano, Rosanna Balestri a Scansano, Giorgia Bianchini a Montorgiali.

Come si dice: tradizione e novità. Nel 1984 ero consigliere nazionale e riuscii a far venire in diocesi alcuni responsabili di quel livello: il 25 marzo la segretaria nazionale Luisa Prodi per un incontro diocesano del MSAC; il 12 maggio ricordo una giornata di studio del consiglio diocesano con Scialpi; il 27 maggio un incontro diocesano per responsabili ACR con il rappresentante nazionale Antonio Tombolini. Sempre nello stesso anno, il 25 novembre, si tenne a Valentano un’Assemblea diocesana non elettiva, alla quale invitammo la delegata regionale adulti, Neda Dringoli che ci intrattenne su “L’AC con la chiesa diocesana, verso ed oltre il convegno: riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”, tema allora di stretta attualità, visto che di lì a poco sarebbe stato celebrato il secondo convegno nazione della chiesa italiana a Loreto. In quel triennio – oltre alle altre cose che avevamo sempre pensato e fatto – sentimmo in particolare l’esigenza di proiettare l’associazione verso il mondo. 

Era il TERZO TEMPO. Lo facemmo forti dell’affermazione conciliare della Lumen gentium 31, là dove si dice che i laici cristiani cercano il regno di Dio trattando le cose temporali ordinandole secondo Dio e senza dimenticare quanto già detto da Paolo VI nella Evangelii nuntiandi al n. 70: “il compito primario e immediato dei laici non è l’istituzione e lo sviluppo della comunità ecclesiale – che è il ruolo specifico dei Pastori – ma è la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo”. Per questo ci fu naturale spingere per far maturare nella comunità ecclesiale la coscienza di essere collocata in un territorio del quale farsi carico. Con lo stile e i mezzi propri della comunità cristiana, in una linea di chiesa aperta, ma senza dimenticanze o zone franche e partendo dagli ultimi, come ci ricordavano i vescovi illuminati di quel periodo. Cercammo di farlo sulla linea della lettera A Diogneto, libretto di poco posteriore agli apostoli (che ci piaceva leggere e citare): “I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale”. Era il metodo di vita sociale mirabile e paradossale che avevamo in mente per noi e per la comunità ecclesiale. Non altro. 

Ci riuscimmo, non ci riuscimmo…ai posteri l’ardua sentenza. La postura più piegata verso l’esterno del tempio comportava serietà nei comportamenti, trasparenza, limpidezza, specie nel rapporto con il sociale e la politica. Noi, provvidenzialmente, quella questione l’avevamo risolta e le eravamo rimasti fedeli. La scelta religiosa, all’origine di tutto, ci rendeva liberi e nello stesso tempo ci responsabilizzava. Se non si offriva più una delega esplicita ad essere rappresentati politicamente da un partito o magari da un’organizzazione sindacale, allora era necessario uscire dal tempio, andare in piazza. E fu quello che provammo a fare. Con la strategia per la vita, come già detto e prendendo a cuore e di petto questioni che toccavano da vicino la pelle della gente. La mia esperienza diocesana si chiuse con l’Assemblea diocesana del 15-16 febbraio 1986 che si tenne nel seminario di Pitigliano. Il titolo scelto fu, ACI: associazione di laici per la missione della Chiesa in diocesi. Altri presero il testimone della buona battaglia e condussero avanti con coraggio e speranza un’associazione senza la quale la Chiesa tutta ed anche quella diocesana sarebbero state sicuramente più povere.


Convegno del marzo 1982 voluto dal Vescovo Giovanni D'Ascenzi per scuotere la coscienza sociale dei cattolici della diocesi.

Membri della nuova Presidenza diocesana (triennio 1986-1989) Il Presidente diocesano Augusto Ronca, il segretario Geremia D'Olimpio, la responsabile ACR Monica Renzi e gli assistenti Don Lido Lodolini e don Sandro Lusini.

martedì 4 agosto 2020

POST 14 – L’INCONTRO CON IL CARISMATICO DINO BOFFO


I rapporti epistolari, la scuola associativa di Frascati e la IV Assemblea diocesana, nella quale ci invitò ad essere incendiari per amore

Un altro rapporto importante fu con l’allora segretario nazionale, Dino Boffo. Con lui ebbi varie relazioni epistolari ed ebbi modo di apprezzarlo in diversi convegni e seminari nazionali. Mi sembrava il più carismatico. Tra l’altro, scriveva proprio tanto a tutti i presidenti diocesani.
Ricordo un importante convegno dei presidenti alla Domus Mariae del 23-25 giugno 1978 con una sua corposa relazione su Una nuova strategia per la vita: la proposta pastorale dell’AC per il 1978/79. Con essa l’AC nazionale (o meglio, una parte di essa) voleva spingere l’associazione a tutti i livelli ad uscire dai limiti ecclesiali ed a farsi carico delle povertà vecchie e nuove del nostro Paese. A me quel tentativo piacque molto. L’obiettivo concreto – come già detto – era quello di dar vita a gruppi operativi di base in grado di far inserire nei programmi associativi e della chiesa diocesana tutta, iniziative di sensibilizzazione ed animazione sulle situazioni di non-vita presenti sul territorio.
Rammento pure l’indimenticabile Scuola Associativa di Frascati del 5-13 luglio 1980 (Rossella partecipò a quella successiva del 6-14 settembre 1980 a Nocera Umbra) nella quale, insieme a Dino, ricordo l’assistente generale Mons. Giuseppe Costanzo (che mi colpiva quando commentando le scritture partiva sempre dall’analisi dei verbi), il presidente nazionale, Mario Agnes, don Paolo Milan, Paola Bignardi, Luigi Maffezzoli, Vito Scrocco, M. Grazia Tibaldi.
Di quell’esperienza ho ritrovato una cartolina che inviai ai miei genitori firmata da Agnes, Costanzo e Boffo.

In particolare ricordo Dino quando lo invitammo alla IV Assemblea diocesana del 24 febbraio 1980 a Pitigliano.
Ripesco dal settimanale diocesano Confronto del 2 marzo 1980 a pag. 9, uno stralcio dell’intervento di Dino, sotto il titolo, L’Azione Cattolica è quella che noi la facciamo essere. E rivedo alcuni tratti della sua personalità associativa di quel periodo.
Il Dino carismatico che si immedesima, quasi, nell’Apostolo che visita le prime comunità cristiane. “Abbiamo la sensazione che nella diocesi di Sovana-Pitigliano si stia formando molto lentamente la nuova Azione Cattolica. Ci presentiamo a voi con il capo chino e il cuore grato, cioè con l’atteggiamento dei pellegrini che vanno di Chiesa in Chiesa e raccolgono le meraviglie che il Signore ha dato al suo popolo. Veniamo con il capo chino perché pensosi di quello che Dio fa e con il cuore grato perché vediamo Dio al lavoro che sta preparando grandi cose per quelli che lo amano”.
Il Dino che propone di uscire dalla sonnolenza per diventare i pionieri del nuovo modo di essere azione cattolica e la indica come scelta di vita radicale, da compiere prima di tutto al livello interiore. Appare come la risposta ad una chiamata.
“L’AC è viva in Italia. Si vede brillare negli occhi di tante persone e questo sia segno di speranza per noi e ci sproni ad andare avanti. Questi anni 80 sono per l’Azione Cattolica tempo di ricostruzione; noi siamo quelli che tracciano il sentiero poi altri seguiranno. Se la nostra età è l’età dei pionieri noi dobbiamo farci avanti. È tempo di svegliarci dal sonno come dice S. Paolo. Forse oggi una delle tentazioni più grosse è la pigrizia e vincere la pigrizia è una delle sfide più grandi per noi in questi anni. Nessuno dà la sua vita all’Azione Cattolica se non è convinto che ne vale la pena ed ognuno di noi darà sempre più se stesso, tanto in quanto riesce ad enucleare i motivi per cui ne vale sempre più la pena. Noi insieme vogliamo costruire, vogliamo fare ed essere chiamati per nome, dato che si parla della nostra vita”.
    Il Dino che ci dice di scegliere l’azione cattolica per diventare incendiari del cuore di altri fratelli, nella ordinarietà della vita resa straordinaria dall’incontro con il Signore.
“Ciascuno di noi deve prendere l’Azione Cattolica, farla sua e viverla e rendersi conto del perché è bello, del perché vale. Il Papa nello scorso Consiglio nazionale disse: ‘Siate fedeli alla vostra identità, siate fedeli a voi stessi’, significa che dobbiamo riscoprire quale è il dono che all’inizio ci convoca e poi ci porta ovunque, dove ci manda la Chiesa. Noi laici di AC siamo gente normale e non abbiamo l’ambizione di trasformarci. Siamo soltanto laici normali che dentro la nostra normalità di vita ci sentiamo chiamati dal Signore per cui la nostra vita normale diventa eccezionale, l’ordinario diventa straordinario e l’incontro straordinario con il Signore ci mette una grande rincorsa per i fratelli che, come diceva Santa Caterina da Siena, ci farebbe incendiare l’Italia. Cioè dar fuoco al cuore di ogni fratello”.
    Il Dino che rammenta la visione conciliare dell’AC e il suo essere parte del disegno costituzionale della Chiesa. Lo fa ribadendo la fondamentale importanza dei laici organizzati, del loro linguaggio e affermando la centralità della parrocchia. Anzi, la sua natalità.
“Come fa la Chiesa ad essere se stessa fino in fondo senza laici che siano trasparenti di Gesù Cristo? L’apostolato è fatto di opere ma è anche fatto di parole, di testimonianza di vita, di confessione di vita. E così secondo il nostro linguaggio dobbiamo sapere annunciare il Vangelo. Questa è azione cattolica, per questo l’ha benedetta e l’ha inserita nel suo disegno costituzionale. Siamo laici che servono a guisa di corpo organico, come afferma il Concilio, ma questo non significa legarci, significa invece essere capaci di collegamenti tali da rendere più efficace l’azione che facciamo. Laici che si impegnano, si organizzano, collaborano con il Vescovo evangelizzando e sono da lui mandati ad evangelizzare. (…). Dobbiamo essere gli strumenti della fede, e lo strumento è ciò che serve: noi dobbiamo servire la comunione della comunità. L’Azione Cattolica deve servire la comunione affinché una Chiesa vada ad incontrare l’uomo dove l’uomo vive. Ma che cosa è la Chiesa? Dove se ne può fare esperienza se non in parrocchie fortemente rinnovate dove c’è il Signore che opera? La parrocchia è l’espressione più bella del Natale (Dio con noi per sempre). Una Chiesa che rivela il volto di Dio innamorato dell’uomo. Noi dovremmo avere alta stima e considerazione di ciò che la parrocchia custodisce.
    Infine, il Dino che sottolinea l’importanza della formazione che va, però, rivoluzionata. Da essa passano gli uomini e le donne della nuova azione cattolica.
“Dobbiamo riscoprire il senso della formazione. Non pensiamo che basti la riunione o la lettura del Vangelo; non è certamente Azione Cattolica fare salotto con il parroco. Il nostro impegno racchiude tutte le nostre attività, tutta la nostra vita. E nelle varie situazioni noi viviamo l’AC. L’AC deve essere soprattutto dentro di me. Un’azione cattolica che è una scelta non detta, se volete, ma fatta; si può anche non dire, basta viverla (…). L’Azione Cattolica ha una propria identità, ha la sua intelligenza, la sua bellezza. Me è soprattutto quella che noi la facciamo essere: per cui se la rendiamo brutta è brutta, se la rendiamo bella è bella”.
 
Di fondamentale importanza fu inoltre l’auspico del Vescovo Giovanni D’Ascenzi, che l’Azione Cattolica potesse nascere in tutte le parrocchie.
L’Assemblea espresse un nutrito Consiglio diocesano e la Presidenza diocesana risultò così composta: presidente Stefano Gentili, segretaria generale e segretaria del MSAC Margherita Guastini, vice-presidenti adulti, Bergamo Sascia e Ronca Maddalena e forse Angelo Landini, vice-presidenti giovani Rita Vespasiani, Rossella Ronca e Francesco Orsini, rappresentante ACR, Renza Ginesi, amministratore Stefano Renzi, segretario MLAC Roberto Dainelli. Assistente generale unico: don Lido Lodolini.
Con l’indicazione del segretario del MLAC (Movimento Lavoratori di AC) si voleva aggredire cristianamente anche il mondo del lavoro, ma su quel fronte il nostro sforzo risultò piuttosto vano. Il gruppo dei Presidenti parrocchiali giunse a 17 ed ebbe un bel rinnovamento.
Ammesso e non concesso di essere stati in grado di aver compreso il proprium dell’AC, ci dedicammo a riflettere e a far riflettere sull’importanza dei laici all’interno della comunità ecclesiale. L’intento era quello di sensibilizzare tutti gli associati e le persone che ruotavano intorno alle nostre attività formative, sul compito che i laici, in virtù del battesimo, dovevano esercitare all’interno della chiesa. Come si era soliti dire, esercitando il triplice potere sacerdotale, profetico, regale che il Concilio Vaticano II aveva indicato come proprio anche dei fedeli laici. Non a caso il tema della IV Assemblea diocesana del 1980 fu proprio: L’AC: servizio nella parrocchia per la con-costruzione di comunità conciliari a servizio dell’uomo. Si diceva a servizio dell’uomo e, come detto, lo si declinava particolarmente nell’attenzione ai diritti umani e con la strategia per la vita.
Ma prioritariamente la nostra attenzione fu rivolta alla costruzione di comunità conciliari e lo si fece ricorrendo particolarmente ai giovani. Con i nostri adulti di base l’operazione fu più ardua, perché naturalmente risentivano dell’educazione pre-conciliare.

giovedì 2 luglio 2020

POST 11 - L’INTENSO TIROCINIO FORMATIVO


Dalla Parola di fuoco alla scelta religiosa e l’impegno ecclesiale

Durante gli anni di esperienza diocesana in Azione Cattolica, la Parola di Dio dimorava tra noi frequentemente. Passi della bibbia spesso citati esaltavano la dignità dell’uomo (“l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato”) e gli consegnavano un compito molto operativo, quello di custodire e coltivare il creato. I profeti dell’antico testamento gridavano contro l’ingiustizia sociale (Amos), contro un Dio fatto a propria immagine e somiglianza (Osea), contro un culto scisso dalla vita (Isaia), contro le false sicurezze (Geremia), contro i pastori – guide spirituali e politiche – che sfruttavano le pecore (Ezechiele). 
Riecheggiavano spesso nei nostri incontri le espressioni di Isaia: “Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero? dice il Signore. Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”.
Come gli sferzanti versetti dell’Apocalisse (3,15-16): “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”.
Ma anche le suggestive parole di Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne” (a pensarci bene…un vero e proprio trapianto!).
E quelle consolanti di Geremia: “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”.
Tutto questo oscillare all’ombra della Parola era fuoco per la nostra paglia di adolescenti e il Vangelo ci appariva esplosivo e non oppio dei popoli, come aveva detto il barbuto. Venivamo spinti a vivere l’esperienza del vangelo in modo radicale.

Anche grazie a queste sollecitazioni sentivamo molto affine e facemmo nostra la linea ufficiale della Chiesa italiana e dell’AC, definita scelta religiosa e – in questo SECONDO TEMPO – ci impegnammo nei riguardi della comunità ecclesiale, dove come laici provavamo ad esercitare la missione sacerdotale, profetica e regale derivante dal battesimo. Con la particolarità segnalata dal documento conciliare Lumen Gentium al numero 33, là dove si diceva che oltre all’apostolato che spetta a tutti i fedeli senza distinzione, “i laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l’apostolato della Gerarchia a somiglianza di quegli uomini e donne che aiutavano l’apostolo Paolo nell’evangelizzazione, faticando molto per il Signore”.
Ci sentivamo un po’ come “Evòdia e Sìntiche” che – dice Paolo (Fil 4,3) “hanno combattuto per il vangelo insieme con me, con Clemente e con gli altri miei collaboratori”. O come Prisca e Aquila “miei collaboratori in Cristo Gesù” che “per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa”; Epèneto, Maria, “che ha faticato molto”, Andronìco, Giunia, Ampliato, Urbano “nostro collaboratore in Cristo”, Apelle “che ha dato buona prova in Cristo”, Trifèna e Trifòsa “che hanno lavorato per il Signore” ed altri ancora (Rm 16, 3ss).
Dietro questi nomi antichi ci piaceva vedere il volto di ciascuno di noi, componenti l’Azione Cattolica. Eravamo esaltati? Un po’ pazzi? Rincitrulliti? Forse. L’ardore era però più simile a quello degli innamorati.

Comunque sia, con questi intenti ci mettemmo al servizio della scelta religiosa della Chiesa italiana e dell’Azione Cattolica. Anch’essa fu compresa da pochi, sembrava un ritirarsi in intimità, all’inizio richiedette dei no e alcuni probabilmente la interpretarono in modo riduttivo.
Vittorio Bachelet, presidente nazionale dal 1964 al 1973, la ricordava così in un’intervista del 1979 (dove riprese le sue stesse parole del 1965): “Di fronte a questo mondo che cambia, di fronte alla crisi di valori, nel cambiamento del quadro sociale e culturale, forse con una intuizione anticipatrice, o comunque con una nuova consapevolezza l’AC si chiese su cosa puntare. Valeva la pena correre dietro a singoli problemi, importanti, ma consequenziali, o puntare invece alle radici? Nel momento in cui l’aratro della storia scavava a fondo rivoltando profondamente le zolle della realtà sociale italiana che cosa era importante? Era importante gettare seme buono, seme valido. La scelta religiosa – buona o cattiva che sia l’espressione – è questo: riscoprire la centralità dell’annuncio di Cristo, l’annuncio della fede da cui tutto il resto prende significato”Bachelet lavorò per ricondurre l’AC in un alveo più propriamente religioso, liberandola da ogni intreccio impropriamente politico. Agli appelli integralisti del passato preconciliare doveva sostituirsi lo stimolo per una rigorosa formazione delle coscienze. La svolta gli costò fatiche, incomprensioni e critiche da più parti, ma essa divenne la regola della nuova Azione Cattolica.
Alberto Monticone, presidente nazionale dal 1980 al 1986 l’ha sintetizzata nel modo seguente: “Laicità senza mondanità, impegno civile senza compromissione partitica, primato dello spirito senza oblio della dimensione umana”.
Essa portava con sé anche un modo nuovo di rapportarsi alla gerarchia ecclesiastica.
Per sua natura l’AC è obbediente al Papa e ai Vescovi ma, come disse Bachelet a papa Montini, in occasione della prima Assemblea nazionale del 1970 citando don Primo Mazzolari, l’Azione cattolica era pronta a “obbedire in piedi”. Ed anche questo nuovo atteggiamento provocò malumori tra prelati e laici clericali.
L’AC dunque operava per una chiesa libera e liberante, dedita alla centralità dell’annuncio di Gesù: una chiesa aperta e dialogante. E noi eravamo presi nel vortice.

martedì 23 giugno 2020

«CAMPO SCUOLA STORY»: LE EMOZIONI DEI TEMPI EROICI


Sono passati quarant'anni da quando l'Azione cattolica inaugurava, in Toscana, la stagione dei campi scuola regionali. Un'età «pioneristica» che ha dato il via alle varie esperienze diocesane. Mons. Icilio Rossi, attualmente vicario generale della diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza, ricorda quel periodo.


Non è per nulla facile racchiudere in poche righe, la storia che 3700 giovani hanno scritto con la loro partecipazione ai Campi Regionali che, prima fra tutte, l'Azione cattolica ha organizzato a partire dagli anni '70 e '80!
Campitello di Fassa, Carbonin, La Mendola, Soraga, Sappada, Passo Falzarego: sono località che balzano nei ricordi di tanti giovani che incontro tuttora, attestanti l'importanza dell'esperienza vissuta, determinante, in moltissimi casi, del loro futuro di cristiani e di laici impegnati (alcune foto di quei periodi sono in https://drive.google.com/drive/u/1/folders/10HaILfmX8qVNls4B5nJeR3c7lnvIlYAj).

Alcune linee portanti dell'esperienza
A distanza di anni dobbiamo avere il coraggio e la sincerità di ammettere che Qualcuno e non la nostra sapienza, ci ha guidato nel proporre itinerari forti e proposte decise.
Intanto c'è da dire che si è tentato di lavorare per la costruzione dell'identità personale e questa, inserita il più possibile dentro la storia e la cultura di ogni giovane. Attestano ciò, le lunghe, approfondite relazioni nel campo e fuori, sì da determinare una costante nel cammino formativo.
Tale itinerario educativo tendeva a creare lo sviluppo della capacità del giovane di partecipare alla vita sociale, ecclesiale in modo autonomo e critico.
Ma tutto questo esigeva la conoscenza di un sistema etico di riferimento, per cui dalla preghiera all'ascolto della Parola di Dio, dallo studio (gruppi) al silenzio riflessivo personale, il Campo offriva dei momenti che a distanza di anni, sono ancora capaci di meravigliarci, tanto erano seguiti con fedeltà e serietà con orari severi quotidiani! L'ultimo campo-scuola, ad esempio (anno 1982), portava questa tematica impegnativa: «La contemplazione in una società secolarizzata» (Maritain).
Vari collegamenti
La possibilità di accogliere, del dare fiducia al giovane, di confrontarsi o scontrarsi con lui, passa attraverso l'esistenza di una comunicazione autentica e possibilmente vissuta dalla parte che la propone. Eravamo convinti, noi animatori che su questa comunicazione si fonda ogni azione educativa volta alla trasmissione sia dei contenuti che dei valori, dato che sono importanti i criteri e la qualità dei contenuti stessi, ma più importante è la qualità della relazione umana che si instaura tra educatore ed educando! Tutto questo diventa ancora più valido, se porta con sé una testimonianza vissuta. Proprio per questo, ricordo che non abbiamo organizzato un campo senza la presenza certa di sacerdoti, persone consacrate, uomini impegnati anche notoriamente nel sociale!
Quante amicizie sono nate da tali rapporti, sia pure nella reciproca libertà di scelta di vita ma sempre nello spirito di integrazione e di complementarietà!
Quanto mai significativo è stato anche il rapporto con i Centri Diocesani Vocazioni! È stato in questo periodo infatti, che si sono diffusamente maturate le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.

Coscienza ecclesiale
Mancherei gravemente se non spendessi due righe a favore di quanto ho appena accennato e cioè relativamente alla proposta formativa al senso di Chiesa e all'appartenenza a questa, sì da sentirla come parte indispensabile alla formazione spirituale. A questo proposito, alcune espressioni ricorrenti ai campi-scuola sono diventate proverbiali! Di queste: «La Chiesa, la parrocchia ideale è quella reale» e poi: «Non c'è completezza di formazione spirituale se alla coscienza personale non si uniscono la coscienza sociale ed ecclesiale».
Eravamo, infatti, (...ma la storia si ripete!) in tempi in cui il criticare preti, la Chiesa rappresentava lo scoglio presso il quale si infrangevano, sia pure ingiustamente, i tentativi dei giovani alla partecipazione.

Profonda riconoscenza
Mi si chiede un ricordo di questa esperienza: tale ricordo mi è dato di riviverlo anche con una certa frequenza, quando, trovandomi parroco a Pienza, meta di tanti turisti, mi sento abbracciare dai giovani di un tempo (...anche loro!) i quali mi dichiarano che sono stati segnati da quella proposta! E così, da parte di giovani diventati sacerdoti, da ragazze ora consacrate, da uomini e donne impegnate nel mondo del sociale e della politica.
Questo è veramente bello e motiva la nostra profonda riconoscenza a Colui che è capace di cose grandi!
Vorrei, da queste pagine, salutare i 3700 giovani e le loro famiglie e dire loro: grazie!

Don Icilio Rossi
(articolo tratto da Toscana Oggi del 13/07/2011)

lunedì 15 giugno 2020

DON ICILIO FA RIMA CON CONCILIO

“Cari giovani, ritornate nei vostri ambienti e trasmettete ai vostri amici Gesù Cristo. Contribuite a convertire le vostre parrocchie, se necessario anche i parroci e i vescovi allo spirito conciliare”

È questo il don Icilio Rossi dei campi scuola regionali: quelli organizzati dal 1970 al 1982 (Campitello di Fassa, Carbonin, La Mendola, Soraga, Sappada, Passo Falzarego) e che hanno coinvolto 3.700 giovani (nella prima foto Don Icilio a 47 anni).
Non v’è dubbio che sia stato un leader dalla forte personalità, ma di quelli che ad un certo punto si dissolvono per fare spazio al Maestro. Più ancora lo definirei un padre nella fede. Grazie a lui ho incontrato Gesù, e con me tanti altri.
La sua impronta spirituale è rintracciabile nei percorsi che ci indicava ai campi scuola.
Prima il senso della vita, “siete chiamati da Dio a fare cose grandi. Scelte degne dei giovani, forti, radicali, controcorrente” e coniava lo slogan “se non agisci come pensi, pensi come agisci”.
Poi la Trinità e la presentazione di Cristo perché potessimo innamorarci di Lui, dialogare con Lui. Ce ne parlava insieme ai responsabili più grandi, ma soprattutto ci aiutava a dialogare con Lui nei minuti e nelle ore dedicate alle adorazioni guidate e abbandonate, perché potessimo restare a tu per tu con Gesù eucaristico, il nostro “sole”. Ricordo a Soraga e, forse con maggiore intensità, al Passo della Mendola, seduti su quelle stuoie di canne, in posizioni quasi da yoga; lì ciascuno di noi chiedeva: “Signore cosa vuoi che io faccia?” e maturavano le scelte decisive. Lo slogan era “adorare per aderire”.
Quindi la Chiesa, che ci aiutava ad amare nelle sue bellezze e povertà, ricordando che “la Chiesa ideale è quella reale”.
Condotti sul Tabor di una Chiesa trasfigurata con i tratti della Lumen gentium, ricordava: “il vostro posto è là, là in mezzo a loro”, in quella parrocchia magari scalcinata, incapace di dialogare con i giovani e con quel prete un po’ così (nella seconda foto Don Icilio nel 2005 ad Arabba con Rossella e Samuele).
Chiesa incentrata in Cristo, che – sillabava con in mano la Gaudium et spes – “per essere fedele a Dio deve essere fedele all’uomo” e deve impegnarsi per la pace e la giustizia. E coniava lo slogan “metti il grembiule e servi”. Che fuoco dentro di noi!
Infine, c’era la proposta del gruppo di Azione Cattolica (aperto a tutti), come palestra di vita cristiana, formazione, spiritualità, amicizia, dialogo.
Il percorso era molto rigoroso e gli scrittori cristiani del 900 da lui maggiormente citati erano Dietrich Bonhoeffer, Italo Mancini, Jean Guitton, Charles Péguy, Jacques Maritain. E poi citazioni di Congar, Daniélou, de Lubac precursori del concilio. E anche tanto Antico e Nuovo Testamento.
Da tutto quell’itinerario, animato dalla fiducia verso i giovani ai quali parlava con franchezza, sono emerse vocazioni religiose, sacerdotali e soprattutto laicali: uomini e donne inseriti con spirito cristiano nella vita quotidiana, professionale, sociale e politica.
Insomma mi sembra di poter dire che Icilio non è tanto un nome proprio di persona, singolare. Icilio è, per noi, un nome comune, o un sostantivo plurale. Dire don Icilio è dire esperienze forti, è dire catena di amicizie cristiane, è dire sollecitazione per scelte chiare, anche contro corrente, è dire mamma Italia, amore per le Alte vette (in senso fisico e spirituale) è dire sete del Concilio (nella terza foto Don Iclio a 91 anni)
Già, Icilio fa anche rima con “Concilio”, che ci veniva sminuzzato in tutte le salse. In particolare ricordo l’insistenza sul sacerdozio comune dei fedeli, che lungi dall’essere una venatura protestante, ci spronava tutti a dare lode a Dio con la nostra vita, nelle piccole cose di tutti i giorni, nell’ordinarietà; e l’universale chiamata alla santità, non più intesa come “stato di perfezione, ma perfezione di stato”.
Insieme a Rossella – ma sono certo a tantissimi ex-giovani -  ringraziamo Dio, perché l’ha posto sulla nostra strada a cavallo tra l’adolescenza e la prima giovinezza, quando si dicono quei due e tre sì e quei due o tre no che ti guideranno per tutta la vita.
Il 25 novembre di due anni fa (2018), ci siamo ritrovati a Sinalunga insieme a tanti cari amici per festeggiare i suoi 90 anni. L’età non fa sconti a nessuno, ma quel volto, quella voce dal tono alto, quell’autorevolezza cristiana sono ancora perforanti e la frase ripetuta durante l’omelia nella Collegiata, “ciò che conta è la fede”, è stata la vera sintesi del suo insegnamento e della sua vita (nell'ultima foto Don Icilio con alcuni ex-giovani a Sinalunga per i 90 anni). 
Lunga vita a don Icilio, uomo di fede e di concilio.

domenica 7 giugno 2020

POST 10 – LE FONDAMENTALI ESPERIENZE DEI CAMPI SCUOLA REGIONALI E DIOCESANI


Il gruppo, gli slogan, gli scrittori cristiani. Il rilancio dell’AC diocesana

Ho già avuto modo di dire che i 9 anni di presidenza diocesana dell’Azione Cattolica furono esaltanti. Lo furono per il cammino di fede, per l’incontro con belle persone, per la volontà di provare a dar ragione della speranza che era stata messa in noi dall’incontro con il Signore. Ma furono faticosissimi.
Il 1976, quando a 19 anni fui scelto e scaraventato nell’arena diocesana come presidente dell’Azione Cattolica, non era un periodo facile. Non era facile (se mai vi sono tali periodi) perché si veniva da una fase diocesana delicata per il mondo associazionistico.
Scegliere un diciannovenne come presidente dell’AC unitaria poteva essere dettato dal coraggio o dalla disperazione. Forse entrambi, ma ciò non toglie che stessero ad indicare la difficoltà di acquisire disponibilità o la necessità di produrre forti cambiamenti.
In effetti, dal 1970 al 1976, l’AC diocesana era passata da 1.372 a 587 iscritti e il gruppo dei laici più impegnati di allora, perlopiù costituito da giovani-adulti, per motivi di lavoro dovette lasciare la diocesi e, forse, la parte più adulta risentiva ancora molto di una educazione pre-conciliare, che faticava ad innestare i cambiamenti che la Chiesa italiana post-conciliare e l’Azione Cattolica della scelta religiosa reclamavano.
Non che a livello parrocchiale non vi fossero belle figure laicali. Anzi, uomini e specialmente donne di profonda spiritualità, senso della chiesa, attente al prossimo, specie quello più bisognoso, costellarono la vita di alcune parrocchie. Qualcuna ci ha lasciato, altre sono ancora con il testimone in mano a condurre la buona battaglia (Sascia, Viviana, Elisabetta, Rita, Maddalena, poi Garda…). Ma certo, il numero era troppo esiguo, soprattutto rispetto al corpo cattolico ancora molto tradizionalista, per sopportare lo sforzo che ci attendeva: convertirsi come singoli e come comunità ecclesiale alla Chiesa tratteggiata dal Concilio Vaticano II.

Dalla nostra parte, in quel periodo, avemmo l’opportunità di fare esperienze veramente forti e significative. Il tragitto fu lungo e doloroso, ma anche grazie alla spinta del Vescovo Giovanni D’Ascenzi, provvidenzialmente nominato nel 1975 e ai contatti con diversi amici del Centro Nazionale di Azione Cattolica, dopo circa 10 anni di amministrazione apostolica si imboccò la strada di una sempre maggiore fedeltà al Vangelo e di una chiesa quindi sempre più conciliare. Non tutti seguirono, anzi alcuni reagirono. Ma questa è la vita.
Il nostro percorso ebbe una sua naturale evoluzione, un po’ legata alla nostra età, un po’ alla sempre maggiore consapevolezza del compito che spettava ai laici cristiani nella chiesa e nel mondo.
Il PRIMO TEMPO lo ricordo con una spiccata attenzione alla formazione personale e all’attività dei gruppi giovanili. L’ACR con la sua struttura esperienziale ci fece comprendere un modo nuovo di stare con i ragazzi. Più fatica si fece con gli adulti, a parte qualche lodevole eccezione. Le esperienze formative del periodo furono veramente cariche di significato: giornate associative, esercizi spirituali e soprattutto campi-scuola. Come non ricordare, ad esempio, quelli giovanili promossi dall’Azione Cattolica, prima regionali (Carbonin 1972, Soraga 1973-74-75, Passo della Mendola 1976, Sappada 1978 e cito solo quelli a cui ricordo di aver partecipato), poi diocesani (una breve parentesi a Faltona nel 1977, quindi a Triana dal 1978).
Alcune foto dei campi scuola di Faltona sono su:
Fu alla scuola di quelle esperienze, specie regionali, magistralmente guidate dall’assistente don Icilio Rossi, che molti nostri giovani (spinti a partecipare da Don Giorgio Gubernari) sentirono parlare di Concilio, di Chiesa-comunione, di vocazione dei laici, di partecipazione dei laici alla vita della Chiesa, di dialogo con il mondo, di giustizia sociale, di umanesimo integrale e plenario. Gli slogan che costellarono quel periodo furono: “se non agisci come pensi, pensi come agisci”, “la santità non è uno stato di perfezione, ma una perfezione di stato”, “adorare per aderire”, “la chiesa ideale è la chiesa reale”, “mettiti il grembiule e servi”, “il gruppo per stare in piedi deve mettersi in ginocchio”, “le strutture sono i rapporti”.
Gli scrittori cristiani del 900 maggiormente citati erano Dietrich Bonhoeffer, Italo Mancini, Jean Guitton, Charles Péguy, Jacques Maritain. Come pure André Frossard con Dio esiste, io l’ho incontrato, C’è un altro mondo, Le 35 prove che il diavolo esiste, Georges Bernanos con Diario di un curato di campagna, Carlo Carretto con Il deserto nella città e L’utopia che ha il potere di salvarti, Don Lorenzo Milani con Lettera ad una professoressa, Esperienze pastorali, L’obbedienza non è più una virtù, La parola fa uguali. E poi citazioni di Congar tratte per lo più dal suo famoso Jalon pour une théologie du laicat, Daniélou, de Lubac precursori del concilio. E anche tanto Antico e Nuovo Testamento.
Tutto quello sforzo spirituale, intellettuale, esperienziale fece maturare decisioni e impegni che condussero un bel gruppo di giovani, oggi adulti, ad acquisire perlomeno una forma mentis conciliare ed a trasferirla nei gruppi parrocchiali e nei campi scuola diocesani che, dal 1978, inizieranno a decollare a pieno ritmo sotto la sapiente guida spirituale del giovane assistente diocesano AC Giovani, don Lido Lodolini e di quello AC Ragazzi, don Mario Amati.
Ed anche in queste esperienze diocesane cresceranno vocazioni alla vita laicale adulta e troveranno spazio quelle di speciale consacrazione: come non ricordare, tanto per fare un esempio piuttosto eclatante, la segretaria diocesana del movimento studenti di azione cattolica, Franca Lacchini, poi diventata monaca di clausura (cosa che avvenne, a livello regionale, anche per la pontassievina Isa Manzini).
Dal 1978 al 1993 sono transitati alla Triana diverse centinaia di ragazzi.
Quei campi rappresentarono un unicum specie per l’entusiasmo che si respirava e per quel sacro fuoco che spingeva giovani laici a maturare impegni ecclesiali e sociali sempre più rilevanti.