venerdì 12 agosto 2011

UN PO’ DI STORIA DI LAICI (7). NEGLI ANNI DI “COMUNIONE” E “COMUNITÀ” SI PERSE DI VISTA LA SPECIFICITA’ LAICALE

Negli anni che vanno dall’85 alla fine del millennio non ravviso avvenimenti o fatti rilevanti che in ambito diocesano abbiano avuto a che fare esplicitamente con il laicato cristiano in quanto tale. Ma non furono anni ininfluenti. Anzi, cose importanti furono messe in cantiere.

Durante l’Episcopato di Mons. Eugenio Binini (1984-1991) è importante ricordare la Visita Pastorale (1986-1989) predisposta con grande cura, i fraterni rapporti del Vescovo con i presbiteri, i pellegrinaggi, le premure per il Seminario, l’attenzione alla catechesi e alla Caritas.

I quattro anni dell’episcopato di Mons. Giacomo Babini (1992-1996) furono caratterizzati da importanti Convegni Diocesani quasi tutti protesi ad individuare le strade di quella che Papa Giovanni Polo II chiamava la “nuova evangelizzazione”.

Ritengo, però, che indaffarati in diverse nobili cause pastorali, si distolse un po’ troppo lo sguardo dalla specifica vocazione laicale.
Eppure, paradossalmente, stava morendo un mondo vecchio e nascendo uno nuovo che reclamava proprio la presenza di cristiani laici adulti.

Ciò fu dovuto in larga parte agli orientamenti intrapresi dalla Chiesa italiana
: gli anni ’80 furono quelli del piano “Comunione e comunità” e gli anni ’90 di “Evangelizzazione e testimonianza della carità”.
Questi piani ebbero indubbie ricadute positive come quella di fare assumere alla pastorale, con sempre maggiore chiarezza, la realtà del territorio come luogo di responsabilità missionaria, di attenzione caritatevole e sociale (con ciò teoricamente offrendo spazio all’impegno dei laici cristiani). O quella di organizzare la Caritas in tutte le parrocchie.

Però la forte enfasi posta su concetti bellissimi e basilari come “comunione” e “comunità” – che per un verso riuscì a bloccare spinte centrifughe di gruppi e movimenti e a ricordarci che se non siamo uniti e se non ci amiamo non ci riconosceranno – rischiò di mettere in secondo piano la specificità della vocazione dei laici cristiani, inglobandola in una logica comunitaria nella quale è sembrato che tutti fossero un po’ tutto: tutti battezzati, tutti laici, tutti sacerdoti, tutti missionari, tutti a servizio del mondo, tutti consacrati, tutti… Tutto vero!
Ma quel ‘tuttismo’, a mio parere, distolse l’attenzione dalle tipicità e modalità con le quali le vocazioni del multiforme corpo della Chiesa si manifestano nei diversi stati di vita. Con ciò vanificandone l’apporto e rendendo apparentemente superfluo lo stesso associarsi dei laici, anche in ragione di un’impostazione pastorale che di fatto rese marginale ogni soggettività, specie se aggregata, in nome di una organizzazione unitaria e accentrata della pastorale.

Si sentiva dire (e alcuni purtroppo lo ripetono anche oggi) che di fronte a comunità ecclesiali pastoralmente vive (ove esistano), organizzate attorno ad un parroco efficiente e animate da presenze laicali impegnate e disponibili…bastava la parrocchia, non serviva altro: niente AC, niente laicato associato.
Fu (ed è) questo un grave fraintendimento, perché forse non è difficile trovare in parrocchia collaboratori disposti a dare una mano nella realizzazione di obiettivi utili e interessanti; ma non è così facile trovare persone che, nella corresponsabilità, offrano alla parrocchia un servizio qualificato dalla sensibilità e maturità di una vocazione laicale effettivamente sentita ed esercitata.
Specificità vocazionali garantite solo da un associarsi riconoscibile e strutturato, così come ai sacerdoti e ai religiosi è garantito da istituzioni quali seminari e conventi e da progetti educativi di lunga durata.

A corollario di questo periodo, nella logica di una Chiesa tutta ministeriale, presero piede le prime esperienze di ministri straordinari dell’eucaristia (dapprima a P. S. Stefano con don Angelo Comastri, poi in altre parrocchie) e, dal dicembre 1994, quella dei diaconi: questa particolarmente sollecitata anche nel successivo periodo, tanto da essere oggi giunti all’apprezzabile numero di 10 unità (più tre candidati).
Adulti che ad un certo punto del loro percorso laicale hanno percepito la chiamata a svolgere un’attività speciale all’interno della Chiesa. Doni per la nostra comunità diocesana, ma che non fanno altro che confermare la propensione ad-intra dei nostri percorsi formativi e degli sbocchi operativi.
Insomma, tra i laici cosiddetti impegnati lo sbocco più naturale del proprio impegno missionario sembra essere ancora alla fine degli anni ’90 di tipo ancora più pastorale.
Stefano Gentili

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