mercoledì 11 novembre 2020

DON GIORGIO, PRETE SEMPRE GIOVANE

Il primo ricordo nitido che ho di Don Giorgio Gubernari risale al giugno 1972 quando, dopo la mia bocciatura al primo ragioneria, venne dalla mia mamma per convincerla a farmi andare al campo scuola di Carbonin.

Apparentemente banale, fu forse l’evento-svolta della mia adolescenza, che mi fece lasciare una vita disordinata e incamminare sulla strada del Maestro. Ecco chi è stato don Giorgio per me: l’artefice umano della inversione di rotta. Per questo l’ho sempre tenuto stretto al mio cuore.

Nato a Sorano il 4 aprile 1929, ordinato in Cattedrale il 18 luglio 1954 dal Vescovo Pierluigi Vanni, nello stesso anno diviene parroco di S. Maria Assunta in Pitigliano e vice-rettore del Seminario. Vi rimarrà sino al 1965, quando passerà alla Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo e vi resterà sino al 1977. Assistente di Azione Cattolica diocesana (dal 1970 al 1977) e regionale (dal 1973 al 1979), in seguito guida le parrocchie di Scansano (1977-1987), dell’Immacolata al Valle di Porto Santo Stefano (1987-1999), poi Montebuono, Castell’Ottieri, Elmo, dove concluderà la sua fatica pastorale nel 2014.

“Don Giò”, come lo chiamavamo tutti noi del gruppo giovanile, ci ha avviati ad una fede consapevole annunciandoci Gesù, che lui quasi sempre chiamava “il Cristo”, catalizzando la nostra esuberanza verso impegni e attività di fede, approfondimento, solidarietà.La maggior parte di noi giovani gli siamo stati strettamente legati dal 1972 al 1977. I più grandi sin da prima e sempre grazie all’Azione cattolica, da lui amata profondamente. Per questo decisiva fu la vita di gruppo alla Casa del Giovane, vivacizzata da esperienze spirituali al Monte Argentario, Collevalenza, Assisi, Vitorchiano e dilatata alla splendida cornice dei campi scuola di Campitello, Carbonin, Soraga, Passo della Mendola. Lì noi ci siamo formati, abbiamo definito l’opzione fondamentale e maturato le scelte di vita.

Nel 1972 don Giorgio aveva 43 anni e un bagaglio ricco di molte esperienze. Ma lui era molto più giovane perché i giovani sono sempre stati la sua passione, la priorità pastorale della sua attività di sacerdote. Quel periodo appena post-conciliare invogliava a prendere strade nuove. Lui le intraprese specie con noi, anzi da prima. Per questo nacque la Casa del Giovane a Pitigliano e il gruppo giovanile. Anzi i gruppi, in quanto li promosse ovunque possibile in diocesi, tramite l’Azione cattolica, che del gruppo aveva fatto il principale strumento di evangelizzazione giovanile.

L’esperienza del Gruppo la vivemmo appieno nella sua parte spirituale e liturgica e in quella pratica e realizzativa, considerate entrambe come un unicum formativo.

Per la prima, ricordiamo (uso il plurale perché ne ho parlato con Rossella) l’educazione alla preghiera, personale e comunitaria. Ci diceva di recarci singolarmente nell’ultima panca della Cattedrale e stare lì in silenzio, facendo decantare la spinta ad andar via dei primi 10-15 minuti, per poi rimanere a tu per Tu con il Signore. Preghiera essenziale per le nostre persone ma anche per il gruppo, tanto che don Lido in seguito conierà il noto slogan: “se il gruppo vuole stare in piedi deve mettersi in ginocchio”.

Centrale per la parte comunitaria era la Messa di gruppo. Messa particolare perché si rifaceva alla Messa dei Giovani, nata nel 1966 e giunta a noi con la sua forza evocativa. C’era stato il Concilio Vaticano II e con esso la spinta ad una maggiore partecipazione del popolo. Come diceva il gesuita Pedro Arrupe: “Nei giovani c’è molto dinamismo e soprattutto molta sincerità. Ci appaiono talvolta ostili alla religione ma sono soltanto insofferenti dei formalismi e delle esteriorizzazioni della fede”. La sua frase era lo slogan di copertina dell’album discografico della messa beat del 1966.  E noi optammo per soluzioni non formali, anche se ritualmente rispettose. Particolare era la scelta dei luoghi, si potrebbe dire quasi sempre diversi da quelli tradizionali, come le catacombe della Cattedrale, in campagna su altari improvvisati o in montagna circondati dalla neve.

Talvolta partecipavamo attivamente all’omelia con piccoli interventi personali, che don Giorgio aveva in precedenza visionato e alle preghiere dei fedeli lasciate alla spontaneità del momento. L’elevazione era sempre accompagnata da un arpeggio di chitarra o di pianola.

I canti facevano proprio per noi ed avevano lo stile giovanile del periodo. Qualche tradizionalista ebbe brividini, ma noi ci trovammo infervorati da Gen Rosso (nato dietro la spinta di Chiara Lubich) e Marcello Giombini, autore di colonne sonore di western all’italiana che si cimentò in canzoni a sfondo religioso con sonorità beat. Da questi e altri pescammo canti per la messa e canzoni per il gruppo: Quando cammino per il mondo, Dio si è fatto come noi, Scusa Signore, Io ti offro, Una guerra d’amore, I cieli parlano, Tu m’hai creato, Quando busserò, Svegliamo le nostre chitarre, Una voce mi diceva, Camminerò tra la gente, Esiste tanta gente, Ti cantano i cieli, Ecco quel che abbiamo, Il Signore è la luce, Siamo arrivati. Da cantautori americani anche: Di che colore è la pelle di Dio.

Attenzione. Quelle canzoni moderne contenevano grandi messaggi. La guerra in Vietnam, la segregazione razziale, l’ateismo militante, gli scontri tra  fronti ideologici contrapposti erano in voga e le parole di quelle canzoni sembravano essere la nostra risposta cristiana: una guerra d’amore combatteremo in nome Tuo / i cieli parlano del mio Signore / sei un padre, sei un fratello, sei un amico / tu m’hai creato e mi vuoi bene, e mi conosci bene / amami come si può amare un fiore, amami o Signore / quando busserò alla tua porta avrò fatto tanta strada avrò amato tanta gente, avrò amici da ritrovare e nemici per cui pregare, o mio Signore / una voce mi diceva Dio non c’è non lo cercare, ma io guardavo tra le stelle e sentivo quella voce farsi sempre più lontana / Di che colore è la pelle di Dio. Rossa, gialla, bruna, bianca perché, lui ci vede uguali davanti a sé/. Tanto per citarne alcune.

Faceva parte del nostro parterre la più bella canzone contro la stupidità umana e la guerra, Auschwitz; anche Dio è morto e alcune canzoni di Fabrizio de André, come 'Si chiamava Gesù' del 1967, dove lo stesso autore dichiarava in copertina: "tutti coloro che pretendono di fare rivoluzioni devono guardare all'insegnamento di Cristo, lui ha combattuto per una libertà integrale piena di perdono". 'Spiritual', dove dà voce allo sconcerto e all'incertezza dell'uomo che si rivolge a Dio, dicendogli "Oh Dio del cielo, se mi vorrai amare, scendi dalle stelle, vienimi a cercare". Ma anche 'La buona novella', specie con i brani 'Maria nella bottega di un falegname', 'Ave Maria' e 'Il Testamento di Tito', una rilettura dei 10 comandamenti dal punto di vista del buon ladrone. Poi Adriano Celentano col suo album del 1972, 'I mali del secolo', ricco di canzoni impegnante. 'Un albero di trenta piani', dove riprende il tema dell'ecologia già affrontato nel 'Ragazzo della via Gluck' e attacca la speculazione edilizia e l'inquinamento. 'Forse eri meglio di lei', sulla crisi di coppia. 'La siringhetta', quando ancora pubblicamente della droga non parlava quasi nessuno. 'L'ultimo degli uccelli', contro la caccia. 'Disse', dove addirittura si immedesima in Dio che invita gli uomini a non occuparsi solo di accumulare ricchezze. Ricordo tutto questo per dire che anche la musica del periodo ci offriva spinte a modificare i nostri comportamenti e rivoluzionare l'andazzo corrente. E noi conoscemmo queste canzoni grazie a don Giorgio (e don Lido) e alla sua raccolta di dischi.

Sul fronte pratico e realizzativo, come non ricordare la preparazione e realizzazione di recital (sulla pace, sulla passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo, di cui possediamo un cd tratto dalle cassette dell’epoca), iniziative ricreative (concorsi mascherine, pasquette, gite, partite scapoli-ammogliati, carnevale), presepi artistici, marce della fede, raccolte della carta, giornalini, esercizi spirituali, campi scuola, incontri diocesani e regionali. Tutto questo ci fece sperimentare la bellezza (e la fatica) dell’amicizia, della confidenza e condivisione. Nel gruppo vi furono anche degli screzi, ma non poche future coppie di sposi sono decollate da quella via di rullaggio e i legami tra amici sono rimasti saldi per sempre.

La sua casa canonica, provvidenzialmente ubicata tra la Cattedrale e la casa del giovane, è stata per anni un porto di mare, soprattutto per i giovani che avevano deciso di impegnarsi nel gruppo e nell’azione cattolica. Lo studio zeppo di libri e di dischi per noi è stato il punto di dialogo e decisione di tante strategie e iniziative, sino al drammatico crollo dell’ultima navata della Cattedrale del luglio 1977, quando per un pelo noi due (io e don Giorgio, lì per preparare i campi scuola di Faltona) non ci lasciamo le penne. Un pelo vuol dire 5-7 secondi.

Felice della sua scelta sacerdotale, lo ricordo quasi sempre sorridente e anche quando parlava di questioni serie o addirittura gravi i suoi occhi facevano balenare le vie d’uscita e la speranza di ricominciare. Certo, era capacciolo e pertanto non sempre facile da smuovere da convinzioni o decisione maturate, ma quando emergeva qualche frizione con uno “strullo” strappava il sorriso, scioglieva il ghiaccio e offriva l’opportunità di una revisione, di un ripensamento. Bravo pedagogo sapeva usare lo scherzo anche per entrare in relazione e mantenere i rapporti; non a caso per la festa dell’epifania si premurava di porgere gli auguri a tutte le ragazze del gruppo con un disarmante “Auguri befane!”.

Lui mi ha voluto tanto bene, come ne ha voluto a tutti i giovani. Un po’ da incosciente mi propose al Vescovo per fare il presidente diocesano di AC nel 1977 a 21 anni e quasi svenni, tanto mi sentivo inadeguato. Ma lui questa caratteristica l’aveva: ti teneva con sé come una leonessa con i suoi cuccioli, poi ad un certo punto ti spingeva in campo aperto.

Quando nel 1977 il vescovo Giovanni D’Ascenzi, nel quadro di un ampio disegno di ricollocazione dei sacerdoti, lo inviò a Scansano lui ne soffrì, ma non ebbe la minima esitazione a dire: obbedisco. E vi si recò con generosità, anche perché sapeva di trovare una comunità ecclesiale matura e un nutrito e qualificato gruppo di giovani di azione cattolica. Rammento che insieme a Stefano Renzi andammo a imbiancargli parte della canonica e lo ricordo, tra l’altro, perché feci conoscenza della pericolosità degli scalei, precipitando scosciato per terra.

Fedele al Concilio ha puntato molto sulla valorizzazione del laicato. Recupero dal diario di Monica Renzi due suoi interventi fatti al campo per responsabili di Triana dell’agosto 1979. Campo intitolato a Cristo redentore dell’uomo (era da poco uscita la prima enciclica di Giovanni Paolo II) e articolato nel modo seguente: L’ecclesiologia del Concilio Vaticano II (don Lucio Mattei). Per una teologia del laicato (don Giorgio Gubernari). La spiritualità dei laici (don Giorgio Gubernari). L’AC: singolare forma di ministerialità laicale (Maria Teresa Vaccari, vice-presidente nazionale settore giovani di AC). Statuto e regolamento (Maria Teresa Vaccari). Il responsabile di Azione Cattolica (Maria Teresa Vaccari). Approfondimento: La Redemptor hominis (don Lido Lodolini). Lo ricordo per dire quale fosse allora il focus della nostra formazione associativa, della quale don Giò era uno dei principali protagonisti.

Grazie al suo dinamismo come assistente, spinse l’Azione Cattolica diocesana ad aprirsi all’esterno, specie alle esperienze regionali e nazionali, dalle quali reclutava persone da portare in diocesi a fare incontri di spiritualità e formazione. Come non ricordare, ad esempio, Giuseppina Gestri e Neda Dringoli? Con quest’ultima intraprenderà uno stupendo percorso di formazione regionale degli adulti, specie tramite le villeggiature estive.

Il mio ricordo è personale e per nulla esaustivo della ricca personalità di don Giorgio Gubernari e del suo ministero sacerdotale. Tante altre sfaccettature andrebbero analizzate e azioni messe a fuoco. Certo, non posso tacere l’altra sua grande passione pastorale, i pellegrinaggi a Lourdes, Fatima, Terra Santa. Ha percorso migliaia di chilometri conducendo persone in queste località speciali e chissà quante conversioni e ripensamenti ha favorito. Li organizzava con gioia perché, diceva, “lì mi sembra di essere in paradiso”.

Verso il quale sarà certamente decollato alle 7,30 dell’8 gennaio 2018.


Don Giorgo Gubernari

18 luglio 1954 Cattedrale di Pitigliano. Ordinazione di don Giorgio

Fine anni '60. Don Giorgio ai campi scuola sul Pordoi

Seconda metà anni 60. Don Giorgio e don Fosco insieme a giovanotti di Pitigliano

Primi anni '70. Don Giorgio dice messa in campagna. Di spalle Mariella Mancini

1976 Pasquetta. Don Giorgio circondato da alcuni giovani del Gruppo di Pitigliano

Fine anni '70. Don Giorgio presenta il recital del Gruppo giovani di Scansano

Metà anni 80. Don Giorgio e il Vescovo Eugenio Binini da Papa Giovanni Paolo II

1990. Don Giorgio in Egitto

Anni 2000. Don Giorgio celebra messa sulle dolomiti durante le Settimane per adulti








martedì 3 novembre 2020

IL CUORE DILATATO DI DON LIDO LODOLINI

Don Lido è mio fratello: lo è stato sempre, lo sarà per sempre. Fratello di quelli veri, che ama, sostiene, parla con franchezza, comunica la sua amicizia.

Egli ha rappresentato per me, Rossella e per molte persone della mia generazione la luce della fede e della carità.

Nato il 24 febbraio del 1949 è diventato sacerdote il 7 dicembre del 1973. Della messa di ordinazione ricordo poco, ma riecheggia ancora in me il canto del Magnificat splendidamente eseguito da Elisabetta, la futura moglie di Cesare Vagaggini. È stato il prete delle fasi salienti della nostra crescita, di quelle decisive dell’adolescenza e della giovinezza. In seguito, l’ho sempre trovato amico nei momenti gioiosi e fratello in quelli dolorosi della vita. Da un certo punto in avanti abbiamo condiviso la gioia e la fatica dell’evangelizzazione, specie attraverso l’Azione Cattolica.

Stretto collaboratore di don Icilio Rossi nei campi scuola regionali dell’AC, è stato il grande animatore di quelli diocesani di Triana, dove ha fatto di tutto, dai lavori manuali alle riflessioni spirituali, dagli scherzi del Conte alle corpose relazioni sul Concilio, i giovani, il Cristo, l’amore. Buon conoscitore dei giovani, spesso si intratteneva appunto sulla questione ‘amore’ in senso orizzontale visto nell’ottica cristiana sia col gruppo giovani di Pitigliano che durante i campi scuola. Memorabile è ancora il campo giovanissimi di Triana del 1984 tutto dedicato al “Pianeta amore”, del quale si produsse pure un opuscoletto.

Insieme a Don Giorgio Gubernari ha sostenuto il gruppo della Casa del Giovane di Pitigliano al quale ricordava: “se il gruppo vuole stare in piedi deve mettersi in ginocchio”: e, dunque, ritiri, adorazioni, incontri formativi, insieme all’organizzazione di attività per i ragazzi e opere di carità, come la raccolta del cartone.

Parroco a Orbetello Neghelli, Pitigliano, Manciano, da sette anni lo è a Giglio Castello e da poco di tutta l’Isola del Giglio. Dove è andato ha lasciato il segno del divino perché ha annunciato il Vangelo, voluto bene alle persone, parlato con franchezza e misericordia. Qualche volta appare burbero, ma ha il cuore dilatato. In certe cose è un visionario e per questo è spesso avanti rispetto alla comune capacità di ricezione.

Don Lido sin da giovane ha accettato di porsi alla sequela di Gesù Cristo e quindi anche a servizio di ‘tutti i cristi’ che si sono presentati lungo la via sacerdotale. Nell’affresco del dono della vita ha preso colore nel tempo l’attenzione concreta per le persone in difficoltà. Lo ricordo impegnato a Pitigliano nella raccolta di indumenti per i terremotati del Friuli nel 1976 e nel 1980 andammo insieme a offrire il nostro contributo a Sant’Angelo dei Lombardi, dopo il terremoto dell’Irpinia.

Poi, accanto ad incroci con altre micro-situazioni del mondo, nacque il sodalizio con Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Alcuni anni fa ho avuto l’occasione di trascorrere con lui alcuni giorni di riposo alla Maiella: passeggiate (lui lunghe, io brevi), letture, preghiere. In certi momenti della giornata io mi occupavo del pranzo o della cena e lui si dedicava a rimettere in ordine l’archivio di tutta l’attività burkinese.
La riservatezza sul materiale relativo a persone, donazioni, intenti, mi consentì solo di conoscere la mole complessiva del lavoro svolto.
Ma tanto bastava: negli anni di attività (decollata nel 1994), di visite annuali (gennaio-febbraio), molte migliaia di euro di valore complessivo sono giunti a Ouagà tra adozioni, progetti, realizzazioni materiali relative a pozzi, strutture sanitarie, scuole, abitazioni, luoghi di micro-lavoro, realizzazioni immateriali di piccoli corsi di avviamento al lavoro. L’attività è stata contagiosa perché nel tempo ha coinvolto un numero crescente di persone delle nostre zone sia in veste di adottanti (tantissimi) che di volontari.

Don Lido, sei un grande.

2005 ARABBA - Don Lido e Samuele in una risata spettacolare

1969 - Don Lido

Don Lido benedetto da Paolo VI, insieme a don Angelo Comastri

Primi anni '70 - Don Lido con Vescovi, sacerdoti e il sindaco Luigi Niccolucci

1976 - Don Lido assistente del Gruppo Giovani di AC di Pitigliano

Don Lido con Stefano Gentili tra i boschi della Maiella

1989 - Don Lido, il piccolo Giovanni e Rossella all'inaugurazione della Chiesa di Neghelli

Don Lido con don Sandro Lusini e una collaboratrice in Burkina



venerdì 9 ottobre 2020

IL VESCOVO GIOVANNI D’ASCENZI: AGIVA COME UN UOMO DI PENSIERO E PENSAVA COME UN UOMO DI AZIONE

Eh sì, io e Rossella il vescovo Giovanni l’abbiamo considerato come un padre nella fede, nella rettitudine, nella dedizione, nella capacità di leggere i segni dei tempi, nel desiderio di evangelizzare il popolo.

Io e Rossella gli abbiamo voluto molto bene e abbiamo collaborato con lui con gioia e imparando molto; credo che anche lui ci abbia voluto bene: ci ha lasciato in dono a me un rosario, a Rossella una Madonna con bambino.

Nel maggio 1983, dopo la notizia del suo trasferimento a Vescovo di Arezzo-Cortona-San Sepolcro dell’11 aprile, noi giovani di Azione Cattolica, per bocca di Rossella, in un incontro di congedo al Santuario del Cerreto lo salutammo con le parole di Giobbe: “Così piacque al Signore, così è avvenuto: sia benedetto il nome del Signore”.

Con le stesse parole accogliemmo il suo successore, Eugenio Binini.

Nato il 6 gennaio 1920 a Valentano, muore a 93 anni il 26 febbraio 2013. Nel marzo di quell’anno il direttore del settimanale diocesano, don Mariano Landini, mi fece un’intervista per ricordare il vescovo scomparso. La riporto perché vi è annotato quello che pensavo di lui. E il Vescovo Giovanni è certamente una persona da rammentare nell’amarcord de “Il bianco di Pitigliano”.

Stefano, che ricordo porti con te del Vescovo Giovanni D’Ascenzi?

Lo ricordo con un affetto ancora molto vivo. Fu Vescovo illuminato della nostra diocesi nel delicato e strategico periodo 1975-1983. Ricordo, dopo la sua elezione del 7 ottobre 1975, il suo ingresso il 21 dicembre, in un pomeriggio piuttosto freddo e le sue prime parole sopra un palco in Piazza della Repubblica. E ricordo la sua uscita verso la diocesi di Arezzo, una mattina di gennaio del 1984 con appena una piccola valigia di indumenti personali, accompagnato da me e pochi altri. I saluti ufficiali (mi sembra di ricordare piuttosto freddi) li aveva ricevuti in precedenza. Eppure, nessuno come lui aveva tentato di modificare radicalmente il modo di evangelizzare della nostra Chiesa diocesana. E fu grazie a lui, alla sua intelligenza, che ci si consolidò come diocesi.

 In che senso consolidò la diocesi?

In quel periodo si pose fine alle amministrazioni apostoliche, iniziate dopo la morte del Vescovo Luigi Pirelli nel 1964, e la nostra terra ebbe di nuovo un Vescovo tutto per sé. Grazie a ciò la diocesi prese consistenza territoriale - dopo aver lasciato sul campo le parrocchie di Alberese e Rispescia (11.02.1976) - dapprima, con l’inclusione delle parrocchie di S. Fiora, Bagnolo e Bagnore (28.10.1977), poi con l’aggiunta dell’Abbazia delle Tre Fontane (10.06.1981) - e specie con quest’ultima operazione - assunse una fisionomia definitiva che successivi scossoni non sono stati in grado di modificare.

Hai detto che il Vescovo D’Ascenzi cercò di modificare profondamente il modo di evangelizzare. Spiegati meglio.

Rispetto alla situazione ecclesiale piuttosto stagnate e in declino che si trovò dinanzi, Monsignor D’Ascenzi dette la sveglia e provocò una forte scossa tellurica. Specie attraverso i Convegni di Palidoro (ma anche quelli successivi di Triana, Pitigliano, Orbetello) l’azione della nostra Chiesa fu messa a ferro e a fuoco, nel senso che tutta la sua pastorale fu sottoposta ad un vaglio molto accurato e furono individuati i passi idonei a produrre il cambiamento. Interessante sarebbe rileggere quei documenti che prevedevano una nuova mentalità, soprattutto nel clero, che in larga parte si trovò impreparato.

Si parlava di passare dalla sacramentalizzazione alla evangelizzazione, vivere una liturgia rinnovata e carica di significati, prestare attenzione al primo annuncio e ad una catechesi adeguata ai tempi (vi fu il varo del direttorio catechistico e l’organizzazione di Corsi biblici: lo ricordo uno a Triana con il famoso biblista fiorentino, Valerio Mannucci), di individuare una specifica terapia per la evangelizzazione della popolazione di campagna, allora ancora numerosa, di spingere la Chiesa a dialogare e confrontarsi con il mondo moderno alla luce della propria visione dell’uomo, dare il giusto spazio ai laici, visti in primo luogo come trasformatori del mondo. Di far passare l’idea che la dottrina sociale cristiana era parte essenziale dell’evangelizzazione (quanti momenti formativi vi furono!), creare spazi e luoghi per una elaborazione culturale di ispirazione cristiana (nel 1981 nacque il settimanale diocesano ‘Confronto’ e decollarono i Centri culturali Fortezza Orsini di Pitigliano, Tre Fontane di Orbetello e Silvio Piccolomini di Triana). Poi di rianimare l’attività delle parrocchie e favorire l’avvio della pastorale d’ambiente, specie nel campo del lavoro e della scuola e in tal senso riorganizzare la collocazione degli stessi sacerdoti. Di valorizzare il carisma dei religiosi e delle religiose e affermare la centralità della diocesanità, piuttosto latitante in quel periodo.

E i laici furono coinvolti?

Non poche di quelle azioni prevedevano il coinvolgimento diretto dei laici e delle loro organizzazioni, Azione Cattolica in primis, ma anche di categoria (maestri, insegnanti, universitari, medici, lavoratori) sia nella fase della testimonianza che in quella della elaborazione pastorale: videro la luce i primi Consigli Pastorali Diocesani, composti da molti laici, anche di provenienza, per così dire, extra-moenia. Il primo del 1977 era articolato in 20 sacerdoti, 6 suore e 27 laici, oltre al Vescovo. Per allora fu una vera rivoluzione. Ricordo non pochi volti spaesati e altri piacevolmente sorpresi. E poi, la Triana.

Cioè, vuoi dire i campi scuola diocesani.

Si, il Vescovo D’Ascenzi riuscì ad ottenere, credo in comodato d’uso, il suggestivo Castello di Triana, dove l’Azione Cattolica iniziò nel 1978 ad organizzare i campi scuola diocesani. E quelle esperienze furono fondamentali per la fede di molti ragazzi e giovani: da quell’anno al 1993 sono transitati alla Triana una media di 250 ragazzi all’anno.

Ho sentito dire che alcuni lo ricordano più come un vescovo politico, non nel senso partitico, ma molto orientato sul sociale. C’è del vero?

Intendiamoci, Giovanni D’Ascenzi fu in primo luogo un pastore connotato da una forte spiritualità, ma lo fu seguendo i doni che la provvidenza gli aveva concesso.

E lui, un po’ per la sua precedente esperienza nel mondo rurale (consigliere ecclesiastico nazionale della Coltivatori Diretti) giunta sino al livello internazionale, un po’ per i dettami conciliari, voleva una chiesa diocesana più intraprendete, aperta al mondo, non chiusa in sacrestia e in azioni di culto sempre meno vissute. Anche a noi giovani di azione cattolica, che pure ci trattava come figli, più volte ci rimproverò chiamandoci “quelli della chitarra”, per segnalare il rischio che la nostra fede si curvasse pericolosamente in atteggiamenti esclusivamente intimistici, allora piuttosto di moda in campo ecclesiale. Tanto per dire della sua sensibilità, ricordo un episodio apparentemente curioso: durante la predicazione a Triana degli esercizi spirituali ai giovani, nel poco tempo libero che aveva, lo rammento con in mano un testo di Luigi Sturzo. Sacerdote sì, ma che sacerdote!

In concreto quali azioni intraprese?

Nel settembre del 1977 favorì addirittura la costituzione del Comitato Permanente per la promozione socio-culturale della montagna amiatina, alla luce della perdurante crisi economica e occupazionale di quella zona.  Nel marzo 1979 avviò una serie di interessanti conversazioni sull’occupazione giovanile, l’Europa e di natura religiosa: videro la presenza di relatori d’eccezione, come Giuseppe De Rita, Cesare Dall’Oglio, Mario I. Castellano, Pietro Pavan.

Tutte cose che ai più interni all’ambiente ecclesiastico, a iniziare dalla grande maggioranza dei sacerdoti, apparvero eccentriche nel senso di marginali, periferiche, bizzarre, rispetto al cuore dell’evangelizzazione. Ma tu pensa! In realtà, riuscì ad aprire canali comunicativi con molte persone allora considerate extra-ecclesiam, anzi alcune contra-ecclesiam e lo fece interessandosi della vita reale della gente organizzando, tra l’altro, corsi per la viticoltura, l’agricoltura, l’arte del ferro e del legno, del restauro murario. Era un modo per riaffermare la centralità del lavoro per la dignità della persona ed un segnale alla sua Chiesa di prestarvi le dovute attenzioni. E poi chissà quanto questo suo interessamento ha favorito ripensamenti, avvicinamenti, quanto meno dubbi, nel campo della fede e della stessa chiesa.

Alcuni ricordano ancora un grande convegno di laici cattolici impegnati nel socio-politico. Che ricordi hai?

Ho il ricordo della fatica di dattiloscrivere gli opuscoli che si consegnarono e delle telefonate del Vescovo sin dalle 6,00 della mattina. Era molto mattiniero. Penso si alzasse alle 4,00.
Questo primo incontro di laici cattolici (corredato da due opuscoli dai titoli significativi: “Per una presenza attiva ed efficace della nostra Chiesa nella società” e “Missione dei laici nella Chiesa e nella società”) ebbe luce nel marzo 1982. In quella occasione il Vescovo – dopo avere enucleato una serie di problemi della nostra zona (invecchiamento, disoccupazione-emigrazione giovanile, denatalità, distacco tra sociale e politico) – ricordava: “mio dovere è denunciare i problemi e suscitare la vostra sensibilità all’impegno serio per risolverli con spirito di servizio per amore della giustizia”. Ed invitava i laici cristiani a “conoscere bene, e perciò studiare, lo squilibrio e le distorsioni presenti nel nostro territorio, ricercarne le cause vere e profonde, così da proporre rimedi efficaci”, ad “acquisire una conoscenza adeguata della Dottrina sociale della Chiesa” ed a “lavorare uniti per una presenza efficace”.

E i cattolici impegnati seguirono quelle indicazioni?

Direi proprio di no, purtroppo.
Però, la nostra Chiesa si apriva al mondo, al sociale, alle professioni, spingeva per la creazione di cooperative giovanili, dialogava e sfidava il mondo della politica sia nella parte più istituzionale, allora egemonizzata da personale comunista e socialista, che in quello partitico con l’allora naturale riferimento alla DC sempre più in fase declinante.
Con in mano la dottrina sociale cristiana – presentata in diversi corsi o giornate di riflessione e aggiornamento - la Chiesa diocesana, specie nel suo vertice - appariva all’avanguardia anche rispetto a chi aveva fatto fino allora del progresso e dell’uguaglianza il proprio vessillo.

Qualcun altro lo rammenta come uomo del fare.

Si è vero, era un uomo che faceva, realizzava anche strutture o le restaurava. Ma tutte a servizio della comunità ecclesiale o civile, delle parrocchie, dei giovani. Basti ricordare a Pitigliano i molteplici lavori al Seminario vescovile, il restauro della Chiesa di San Rocco, il complesso restauro della Cattedrale improvvisamente crollata nel 1977, della canonica attigua, della Casa del Giovane, la creazione dell’Oratorio del Getsemani, il pressoché totale recupero del Cassero del Palazzo e delle altre strutture della Fortezza Orsini, il restauro dei ruderi di San Francesco, i lavori nella scuola materna. Poi il recupero e la sistemazione integrale del Castello della Triana, la ristrutturazione della casa canonica di Porto Ercole, di Sovana e della Chiesa dell’Immacolata al Valle di P.S. Stefano, l’acquisizione della Villa di Valentano a servizio del Seminario diocesano, il progetto (e la posa della prima pietra) della nuova Chiesa e delle opere parrocchiali del quartiere di Neghelli ad Orbetello e lavori per l’appartamento delle suore e altro nel Palazzo Abbaziale di Orbetello, la ricostruzione della Chiesa di Poggioferro e poi i cantieri di lavoro in molte altre parrocchie. Non sfugga che furono messi in circuito alcuni miliardi di lire, pagate oltre 20.000 giornate lavorative, provocato un commercio di materiale di oltre 250 milioni. Decine di milioni uscirono dalla tasca sua.

E, sia chiaro, tutte queste strutture le voleva ad opera d’arte, perché mons. D’Ascenzi aveva anche una spiccata sensibilità per il bello e il ben fatto. Alcune volte lo ricordo (e altre lo immagino) mentre rimbrottava e consigliava architetti, muratori, falegnami, fabbri perché facessero opere le più belle possibili e a prezzi contenuti o anche gratis.

Del rapporto tra Vescovo e sacerdoti cosa ricordi?

Da parte del Vescovo, per quello che potei notare, oltre all’affetto paterno di cui non posso dubitare, vi fu attenzione alle loro esigenze personali (con importanti momenti formativi) e logistiche (sistemazione di strutture parrocchiali fatiscenti), ma anche molta franchezza e potestà decisionale. Non pochi furono gli spostamenti di sede di parroci per il bene della diocesi e delle singole parrocchie. Nei documenti di Palidoro si parlava anche di un argomento delicato come quello della perequazione economica tra sacerdoti. Azioni che ad alcuni piacquero, ma che ad altri rimasero sullo stomaco. Ma si sa, chi governa decide, chi decide sceglie, chi sceglie talora scontenta.

Insomma che bilancio faresti?

Non sono in grado di fare un bilancio, perché per molti tratti è misterioso: cosa ne so io, ad esempio, l’effetto che nel cuore delle persone hanno avuto le tante sue bellissime prediche, le sue opere di carità, i consigli e gli aiuti che elargiva. Il suo modo di porsi si muoveva tra atteggiamenti cordiali e raffinati e altri piuttosto ruvidi e schietti. Se doveva dirti che una cosa non andava bene, non lo mandava a dire e l’affetto lo dimostrava più con i fatti che con le parole.

Di lui si può dire che agiva come un uomo di pensiero e pensava come un uomo di azione.

Di quel frangente posso solo ricordare che l’entusiasmo fu tanto specie da parte dei laici e della gente comune, la sorpresa per la sua azione fu enorme e le resistenze lo furono altrettanto. Non mi sorpresero quelle esterne, mi colpirono quelle interne.



Il Vescovo Giovanni D'Ascenzi

Il Vescovo Giovanni con Don Giorgio Gubernari 

1977 - Incontro a Pitigliano con il sociologo di fama internazionale Mons. Pietro Pavan



1994 - Il Vescovo Giovanni riceve il Papa Giovanni Paolo II ad Arezzo 







lunedì 5 ottobre 2020

DON LEOPOLDO: L’ANSIA DI ANNUNCIARE IL VANGELO

Anche don Leopoldo Genovesi è uno dei sacerdoti che la Provvidenza ha posto sulla mia strada. L’ho avuto vicino sin da ragazzetto: ci seguiva come aspiranti e nel 1971 mi fece fare la prima esperienza di un campo scuola a Gerfalco.

Tante volte è entrato in contatto con me, specie dopo la malattia, assicurando la preghiera e l’affetto. E così fa con tutti. Quando penso a lui vedo il suo volto sorridente e leggo l’ansia che lo ha sempre posseduto: quella dell’annuncio del Vangelo. Ringrazio il Provvidente e prego che ce lo mantenga a lungo.

L’occasione dei suoi 50 anni di sacerdozio mi ha spinto a fargli una piccola intervista e lui mi ha subito detto che la pandemia non gli ha permesso di assistere ai momenti formativi nella sala conferenze del seminario, di continuare a fare le ripetizioni di latino e accompagnare spiritualmente le persone. Ma non gli ha certo impedito di pregare per tutti e per ciascuno. È ancora interiormente tonico don Leopoldo Genovesi, nonostante la carrozzina lo accompagni da 12 anni e la malattia non gli faccia tanti sconti.

La sua è stata una vocazione adulta. Nato l’8 novembre 1937 a Magliano Sabina è diventato sacerdote di santa romana chiesa nel 1970, all’età di 33 anni. Fu incardinato nella nostra diocesi di Sovana-Pitigliano (si chiamava così), perché Alberese, insieme a Rispescia ne facevano parte.

Don Leopoldo, mi parli della sua vita prima del 1970.

Sono figlio unico, molto seguito specie dalla mamma Rosa e poco dopo la nascita mi son trovato ad Alberese, dove la famiglia si era dovuta spostare per il lavoro di mio babbo Lamberto. Ho fatto le elementari ad Alberese e le medie a Grosseto: lì ho iniziato Ragioneria sino al secondo anno, quando sono stato bocciato e trasferito in un collegio a Roma per concludere gli studi. Facevo la vita di tutti i ragazzi: frequentavo il bar e il ballo ad Alberese, giocavo a calcio, anche come riserva nella prima squadra e non andavo in chiesa.

Si è mai innamorato?

Proprio innamorato no, ma ho provavo qualche sincera simpatia.

Cosa accadde per farle intraprendere la strada del sacerdozio?

Ricordo che iniziai a sfogliare un vangelo che aveva portato un missionario e verso i 18 anni lessi un libro che illustrava i problemi della vita ponendo le domande esistenziali. Cominciai a chiedermi: la mia vita cosa vale? Perché si vive, soffre, muore? E dopo cosa c’è? Non ero contento della vita che conducevo. Specie dal periodo del collegio notai che desideravo fare cose diverse da quelle degli altri ragazzi. Poi, un giorno il mio parroco mi disse: ‘Perché non vai in seminario’?

E la sua risposta?

Nei primi anni ’60 entrai in seminario a Pitigliano. Era il tempo del vescovo Pacifico Giulio Vanni e del rettore don Ruggero Bancalà: per due anni, grazie anche a don Aldo Vagaggini, approfondii il latino, il greco e l’ebraico che non avevo studiato a ragioneria. Poi fui inviato in seminario ad Arezzo a seguire 5 anni di teologia, terminati con la vestizione a Pitigliano. Il percorso si concluse con l’ordinazione del 17 gennaio 1970, celebrata ad Alberese ad opera del Vescovo ausiliare Renato Spallanzani, insieme al parroco don Filippo Cornali. E la prima messa il giorno dopo l’andai a celebrare a Collevalenza.

A proposito di Collevalenza. Perché questo suo rapporto così viscerale con Madre Speranza di Gesù e i Figli dell’Amore misericordioso?

Avevo sentito parlare di lei e del suo carisma e andai ad affidargli mamma Rosa gravemente malata. Promise una intensa preghiera per lei, ma mi disse che non sarebbe guarita. Tornai da lei dopo la morte della mamma e Madre Speranza mi disse che mamma Rosa era in paradiso. Tempo dopo quando la mia salute cominciava ed essere accidentata sono stato di nuovo da lei e Madre Speranza mi disse che mia mamma stava cercando preghiere per me. Addirittura era andata anche da lei a cercare preghiere. Sono rimasto molto legato alla Congregazione anche dopo la morte di Madre Speranza e c’ho portato tantissime persone. Il suo messaggio che Dio è misericordioso è stupendo e può aprire i cuori di tutti.

Facciamo un passo in dietro, perché dunque decise per la strada del sacerdozio?

Perché secondo me rispondeva ai problemi della vita in modo più totale ed esauriente.

E uno avanti: dove ha esercitato l’attività pastorale?

Va precisato che le mie condizioni di salute non mi hanno mai consentito di seguire da solo una parrocchia. Ho iniziato a collaborare con don Francesco Mascalzi a Scansano, dopo di che un collasso mi costrinse a sospendere, per poi riprendere in seguito a Manciano con don Fosco Bindi. In seguito sono stato per diversi anni con don Enzo Baccioli di Sorano occupandomi di Montebuono, Elmo, San Valentino e Pratolungo. Sono stati periodi entusiasmanti e porto nel cuore tante persone.

Gli anni della sua formazione sacerdotale sono stati tra il pre-concilio e il concilio. E come sacerdote ha dovuto attuarlo. Cosa pensa del Concilio Vaticano II?

È stato una grazia, ma la sua interpretazione non è sempre stata corretta. E soprattutto alla gente comune è giunto secondo i commenti dei mezzi d’informazione, senza una vera analisi dello spirito e della lettera del Concilio, a cominciare dai documenti, perlopiù sconosciuti.

Se io le dico grazia, peccato, preghiera, lei cosa mi risponde?

Che senza la grazia di Dio alimentata dalla preghiera e dai sacramenti il cristiano perde tutte le forze. Che ormai da tempo si è smarrito il senso del peccato perché si è perso il metro dei comandamenti e delle beatitudini. Soprattutto è venuta a mancare la fede in Dio e di conseguenza il senso del peccato, trasformato al più in una colpa sociale. È invece dal cuore che nasce il peccato ed è lì che bisogna agire. Infine che la preghiera deve essere pane quotidiano, specie di noi sacerdoti. Sia la preghiera comandata che la vita donata fatta preghiera.

Che consigli darebbe ai giovani sacerdoti?

Siate umili; confrontatevi anche con i sacerdoti più anziani; non abbiate fretta e prestate attenzione alle persone; avvicinatevi spesso alla Parola di Dio, per poterla poi spezzare sapientemente alla mensa domenicale.

Senta don Leopoldo, una curiosità: perché non ha mai smesso di portare la “tonacona”?

Devo ammettere di avere assorbito quel modo di vestire pre-conciliare e non ho mai voluto cambiarlo.

Sono testimone della sua attenzione pastorale specie verso i giovani, ai quali spesso ha parlato o ha fatto parlare della sessualità. Perché questa insistenza? Anche in questo caso non posso negare l’influsso della mentalità del prete di un tempo che mi ha sempre accompagnato. In seguito ho compreso che la questione va affrontata con modalità un po’ differenti. Ma ciò non toglie la straordinaria importanza di questa dimensione nella vita delle persone e specie dei giovani ai quali è bene annunciare anche oggi la morale cristiana in questo campo.

Lei si è spesso recato, ha accompagnato e invitato ad andare a Medjugorje. Cosa ci trova?

Ho verificato che fanno sul serio. C’è tanta gente che prega, molti giovani. E il messaggio che non è possibile costruire un mondo nuovo, che renda felici, senza Dio, mi sembra assai importante.

Mi ricorda una cosa bella?

Avere incontrato in anzianità l’infermiere Jose Joyesh che mi è stato molto vicino.

Per quale squadra di calcio tifa?

Il Torino. Il grande Torino.

Ecco alcuni aspetti della ricca personalità di don Leopoldo Genovesi, don Poldo o Poldino come lo chiamavano da bambino ad Alberese. Un sacerdote che è scolpito nel mio cuore.



2016 Alberese



 

sabato 3 ottobre 2020

GIUSEPPINA GESTRI, UNA SANTA DEL NOSTRO TEMPO

“Una delle donne più esemplari della nostra Chiesa diocesana”, la volle definire nell’omelia del funerale nel 2010 l’allora vescovo di Prato, Gastone Simoni. Io direi più sinteticamente, una santa.

Giuseppina Gestri, la Giusy, l’ho incontrata ai campi scuola regionali dei primi anni ’70, poi in seguito quando veniva nella nostra diocesi per incontri formativi e di spiritualità come responsabile nazionale dell’Azione Cattolica, invitata da don Giorgio Gubernari. L’ultima volta che ho potuto godere della sua presenza è stato a metà anni ’80, quando insieme a Rossella – e accompagnato dagli amici Lidia De Caro e Riccardo Bonechi – siamo andati a trovarla nella casa “La Colombaia” a Firenze dove accoglieva ragazze minorenni con alle spalle gravi problemi familiari.

Giovanissima lasciò la natia Casale per una scelta vocazionale che la condusse nel 1955 ad entrare nell’Istituto Secolare delle Spigolatrici della Chiesa. Sono “laiche consacrate” che vivono “la consacrazione a Dio, attraverso i consigli evangelici (povertà, obbedienza e castità), nelle comuni condizioni di vita, condividendo la quotidianità delle persone” del proprio ambiente. E si impegnano “a vivere con competenza il lavoro, la professione, l’impegno nel mondo e nella Chiesa. Solidali con i poveri, in ricerca della giustizia e attente ai segni dei tempi”, cercano “di discernere con sapienza le luci e le ombre presenti nel mondo e nella storia per fare spazio al progetto di Dio su di essa”.

Forte di questa scelta radicale capace di dilatarla a tutti nell’annuncio e nel servizio, divenne assistente sociale e lavorò a lungo con questo incarico in un importante lanificio, facendosi apprezzare per l’attenzione ai lavoratori e alle loro famiglie. Presidente della Gioventù Femminile di AC della diocesi di Prato a metà anni ‘60, girava instancabilmente per tutte le parrocchie organizzando incontri formativi e ritiri spirituali. Le sue capacità carismatiche la fecero apprezzare anche a livello nazionale e nel 1972 fu chiamata a Roma prima come segretaria del settore giovanile di tutta l’Azione Cattolica, poi al più delicato ruolo di Responsabile nazionale del rapporto con le regioni e le diocesi. E qui svolse un ruolo di tessitura di relazioni e contatti che si riveleranno fondamentali per l’associazione in quel cruciale tempo post-conciliare, periodo anche lacerato dal referendum sul divorzio, gli anni di piombo con l’assassinio di Aldo Moro nel 1978 e del presidente Vittorio Bachelet nel 1980.

Fu proprio quest’ultimo l’anno del suo rientro a Prato e, fedele alla sua vocazione, entra in una comunità fondata da un sacerdote pratese, Danilo Aiazzi, la Pro Verbo e su invito dello stesso diviene direttrice della Casa La Colombaia dove l’ho incontrata.

Di lei ho chiesto un ricordo all’attuale parroco dell’Isola del Giglio, don Lido Lodolini, che l’ha conosciuta molto bene.

“Giuseppina è stata la presenza importante di una spigolatrice che ci ha aiutato ad innamorarci di Gesù, come lo era lei … gioiosa ed entusiasta della sua vita donata a Lui. Ricordo con tanta gratitudine la sua presenza ai campi scuola. La Giusy ti coinvolgeva parlando con tanta semplicità “de’iSSignore” (come diceva) - che, buono e grande nel suo amore, infinitamente misericordioso da buon samaritano, era sempre pronto a venirci incontro nei nostri problemi di giovani e adolescenti - con la tenerezza e la forza che trasparivano dallo sguardo dolce e dal parlare pacato della sua voce.

La vedevo spesso prendere sottobraccio qualcuno o qualcuna. Si usava dire ai campi scuola che la Giuseppina (madre spirituale) confessava (preparava alla confessione) e don Icilio poi dava l’assoluzione.

Ancora oggi ringrazio il Signore per aver incontrato ai campi scuola un padre spirituale, don Icilio, e una madre spirituale, la carissima Giuseppina che, ormai da tempo in cielo, accanto all’Amore sorgivo, ci vuole infinitamente più bene”.

Ipse dixit, e io confermo.

 


Campo scuola di Campitello, 1970, Giuseppina insieme a don Lido Lodolini e Daniela Bonci

Campo scuola di Campitello, 1970, Giuseppina insieme a don Icilio Rossi, Aurelio Leoni, Emma Dominici


Giuseppina in tempi più recenti




 

lunedì 28 settembre 2020

17 – LA STRAORDINARIA E DRAMMATICA ESPERIENZA NAZIONALE

Tra il 1980 e l’86 vissi proiettato anche a livello nazionale, per frequentazioni e per essere diventato consigliere nazionale di AC. La battaglia tra la scelta religiosa e quella sociale e popolare. O con me o contro di me. Oppure no. Il grano e la zizzania.

 

Il periodo tra il 1980 e il 1986 lo vissi anche molto proiettato sul livello nazionale dell’Azione Cattolica. Fu una gran bella esperienza e conobbi diverse persone innamorate del Signore, legate fortemente all’Associazione, ma ancor più alla Chiesa. Laici e sacerdoti che misero pezzi più o meno lunghi della loro vita a totale disposizione degli aderenti dell’Azione Cattolica, adulti, giovani, ragazzi.

Per le circostanze ricordate – incontri diocesani con responsabili nazionali, rapporti epistolari, sostegni formativi, frequentazioni – avevo stretto particolari amicizie, tra gli altri, con Dino Boffo, Umberto Folena, Annalisa Aicardi. Si diceva di volere una chiesa attenta alle attese della gente e alle fragilità esistenziali, si cercava di dare fiato ai movimenti d’ambiente, si vaticinava una chiesa più impegnata nel sociale. Forse anche grazie all’età, in quanto esponenti della parte più giovane dell’Azione Cattolica, volevamo dire la nostra e scendere in piazza per problemi scottanti come la disoccupazione, la pace (ricordo la questione degli euromissili del 1983), i diritti umani, la P2; ma il resto dei responsabili nazionali si mostrava molto prudente e, per certi versi, contrario a seguire la nostra impostazione. Si provava insomma a declinare la scelta religiosa anche in termini sociali e di vicinanza alle condizioni reali dell’uomo.

 

Quella fase personalmente non l’ho mai vissuta in contrapposizione all’altro gruppo presente in AC (Alberto Monticone, Rosy Bindi, alcuni della Fuci tra cui Tonini, altri dei Laureati), che consideravo composto da fratelli nella fede e nell’associazione, ma solo come elemento dialettico per far crescere l’Azione Cattolica. Certo, con loro il rapporto era per così dire meno caldo. Ma stimavo queste persone e da loro avevo molto da imparare.

 

Sandro Magister in un’analisi del 1987 sosteneva che la lotta tra questi due gruppi fosse parte di una battaglia di più ampia portata. Diceva infatti “che era passata sostanzialmente inosservata dall’opinione pubblica l’operazione revisionista tentata nella seconda metà degli anni 70 da un settore della segreteria di Stato vaticana che faceva capo al sostituto Giovanni Benelli, dalla segreteria della Conferenza episcopale, ove Luigi Maverna aveva preso il posto dello scomparso Enrico Bartoletti, e dalla stessa presidenza dell’Azione Cattolica, passata in quel periodo a Mario Agnes. L’operazione si proponeva di frenare il declino numerico dell’associazione e di restituirle seguito popolare ripristinandone, in verità con scarsa riuscita, alcuni stili preconciliari. In particolare esigeva che il discusso termine scelta religiosa fosse tramutato in scelta pastorale: formula ritenuta più adatta ad esprimere il ritorno dell’Azione cattolica a una più stretta dipendenza dai dettami della gerarchia ecclesiastica”.

Continuava il vaticanista: “Ma proprio nel 1980 alla testa dell’Azione cattolica si ha un avvicendamento che contrasta questa tendenza: ad Agnes succede Alberto Monticone, professore di storia moderna all’università di Roma, sostenitore inflessibile della scelta religiosa. Parallelamente, al vertice della Conferenza episcopale si delinea e si impone un gruppo dirigente di profilo marcatamente conciliare”.

Magister affermava anche che l’obiettivo del gruppo che si contrapponeva a Monticone, in vista dell’assemblea nazionale del 1986 era quello di conquistare la maggioranza del direttivo dell’associazione e di aggiudicarsi, di conseguenza, la presidenza dell’organismo. “Il traguardo sembrava a portata di mano perché, dei 52 consiglieri nazionali dell’Azione Cattolica in carica dal congresso di tre anni prima, solo poco più della metà erano assegnabili con sicurezza alla linea di scelta religiosa sostenuta dal presidente. Gli altri, per quanto privi di un compiuto progetto alternativo, erano invece portatori di quella spinta revisionista, di stampo sociale e popolare, che abbiamo già visto all’opera, con scarso esito, nella seconda metà degli anni 70 durante la presidenza di Mario Agnes”.

 

Non saprei dire se quell’analisi fosse valida.

Ricordo però alcune cose: la trasformazione lessicale avvenne e dal 1977 si cominciò a parlare di scelta pastorale. Penso anche che una parte dell’associazione, dopo la presidenza Agnes, avrebbe auspicato una presidenza Boffo; e forse lo stesso Dino vi puntava. Io ero molto giovane e quelle grandi battaglie, se mai vi furono realmente, non le percepivo in tutta la loro drammaticità. Pur essendo maggiormente in sintonia con un certo gruppo di consiglieri, non sarei mai stato disponibile a rinnegare la scelta religiosa, magari ponendola a servizio di un’opera di revisione conservatrice. Molto più semplicemente ritenevo, ed altri con me, che taluni dei fan della scelta religiosa ne dessero una lettura troppo riduttiva e pertanto inefficace dinanzi al fenomeno sempre più evidente del secolarismo.

 

Mi convinceva peraltro la lettura di quella scelta sulla linea di una maggiore indipendenza dell’AC rispetto alla politica democristiana, che lasciasse ai laici una certa autonomia nell’azione sociale e politica, sostenuta dai monticoniani. Fui colpito quando Alberto Monticone, nella replica all’assemblea nazionale del 1986, lesse due pagine del Concilio Vaticano Il: la prima sulla dignità della coscienza morale, la seconda sull’eccellenza della libertà, entrambe assunte come mediazione tra l’amore filiale dell’Azione Cattolica per la Chiesa e il suo contemporaneo amore fraterno verso questo tempo, questo popolo, questo paese. Forse alcuni rabbrividirono e ne ravvisarono una sfida rivolta addirittura a Giovanni Paolo II. La pensava così Mario Agnes che sull’Osservatore Romano bollò come inconcepibile, sconcertante, inammissibile la polemica antipapale e la pensavano nello stesso modo le cronache di quei simpaticoni di Comunione e Liberazione che la derubricarono in “il Concilio tirato in faccia al Papa”. Io non la pensavo così.


Quanto detto finora riguardava le impostazioni ecclesiali e pastorali che tendevano a farsi strada nella Chiesa di quel periodo, ed erano tutte posizioni legittime.

Ma non c’era solo questo. C’erano gli uomini.

Io sono sempre stato un uomo libero e mi sono trovato a mio agio con altri uomini liberi. Liberi da costrizioni esterne, ma anche interne come la vanità e il potere. Per questo non sopportavo, anzi soffrivo, dentro l’AC gli atteggiamenti di chi – da una parte e dall’altra – pretendeva obbedienza di gruppo preconcetta e di coloro che dietro discorsi roboanti o mistici nascondevano una evidente smania di potere. Non sopportavo chi sparlava degli altri. Quanto è saggio oggi Papa Francesco quando dice: “quelli che in una comunità fanno chiacchiere sui fratelli, sui membri della comunità, vogliono uccidere”.

L’affermazione del Papa mi fa tornare alla mente cosa pensavo allora dinanzi alle polemiche malevole, alle organizzazioni para-militari degli uni contro gli altri, della evidente sete di potere di alcuni. Mi faceva venire alla mente quanto mi disse un autorevolissimo personaggio della nostra Chiesa diocesana quando gli chiesi consiglio su un mio impegno nazionale (che mi fu chiesto a cavallo tra il 1980 e l’81): “Stai attento, Stefano. A Roma o ammazzi o ti ammazzano, anche in ambito ecclesiale – ecclesiastico”. L’espressione era figurata, ma molto chiara.

Questi modi di fare non facevano per me. Non faranno per me neppure in seguito, ad esempio in campo politico. Questo stile l’ho sempre pagato in termini di potere. Ma non ci posso fare nulla, è più forte di me. È nella mia natura, non faccio nessuno sforzo, non ne ho alcun merito, se è una cosa di cui vantarsi. Debbo, anzi, dire di guardare con curiosità quanti per raggiungere i fini che si sono proposti sono disposti ad usare tutti i m
ezzi, anche quelli che strumentalizzano le persone o addirittura gli mettono i piedi sopra. Dimostrano indubbiamente carattere.

Per la verità, non era proprio in questi ultimi termini la situazione dell’associazione nazionale a metà anni ’80, ma l’aria si era fatta molto pesante, allora tana libera tutti.

 

Alcuni di noi, tra cui il sottoscritto, rientrarono alle proprie basi associative a vivere la vita di tutti i santi giorni, qualcuno fece scelte di consacrazione radicale, altri si misero sulla scia della nuova stella episcopale nascente, Camillo Ruini, dal giugno 1986 segretario della Conferenza episcopale italiana; altri ancora cercarono fortuna in politica, altri si collocarono nel quotidiano Avvenire o nella Rai. È la vita, bellezza.



 

Incontro con il Santo Padre Giovanni Paolo II, insieme all'assistente nazionale Fiorino Tagliaferri e i delegati all'Assemblea nazionale del 1983