L’ente Provincia non è immediatamente vicino al cittadino e questo la rende meno compresa, se non incompresa.
Poi fa o non fa certe cose molto concrete, come strade e scuole superiori, e se ne discute, positivamente o in negativo.
In realtà le competenze della Provincia la spingono in primis a svolgere attività programmatoria su una serie di questioni, quali rifiuti, trasporti, rete scolastica, attività venatoria e via dicendo.
Ma la madre di tutte le programmazioni ha un nome che ai cittadini non dice assolutamente nulla: Piano Territoriale di Coordinamento. Eppure con esso si governano le politiche del territorio quanto ad ambiente, infrastrutture, insediamenti. Cioè, cose serie, non robetta.
Dopo un meticoloso lavoro e un percorso condiviso, ricordo che a fine ’98, precisamente nel consiglio provinciale del 6 novembre, si approvò il Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Grosseto, siglato con l’acronimo, PTC.
Ne uscì fuori, a mio modo di vedere, uno strumento "profondamente innovativo".
Perché innovativo? Lo ricordo con 8 risposte.
• Perché prendeva le mosse da un'attenta analisi conoscitiva del territorio provinciale, non più considerato come un indistinto, ma come un'area vasta articolata al suo interno, dove le "diversità" erano riconosciute e inserite in un "sistema di complementarietà".
• Perché organizzava una conseguente programmazione in grado di tenere conto dell'identità territoriale della Provincia, cioè delle tipicità storiche, culturali, ambientali che la caratterizzavano e delle risorse che possedeva.
• Perché consentiva, pertanto, il passaggio da un "sistema di vincoli" rigidi e generalizzati sul territorio ad un "pacchetto di regole" adeguato alle diversità e animato dalla filosofia della "fattibilità compatibile". In Provincia di Grosseto da quel momento si poteva fare "tutto" (il bello, il buono, il lecito e l'utile); il PTC diceva "dove" e "come".
• Perché superava tutti gli atti regionali di tipo settoriale, quali, ad esempio, la più o meno famosa 296/88 (che poneva vincoli generalizzati sul territorio).
• Perché puntava su uno "sviluppo capace di futuro" in grado di integrare la salvaguardia del "capitale fisso sociale" (il territorio), con la "crescita ben temperata" delle infrastrutture, delle attività economiche e delle politiche di coesione sociale.
• Perché favoriva uno sviluppo complessivo, integrato ed equilibrato articolando azioni tendenti a modificare la realtà della "Provincia a due velocità", puntando ad una valorizzazione delle "economie interne" e ad una "qualificazione complessiva" del territorio provinciale.
• Perché immaginava attori sociali e individuali disponibili a farsi carico della salvaguardia e della valorizzazione del capitale fisso sociale.
• Perché faceva proprio il principio di "equiordinamento dei poteri elettivi" e il riconoscimento che a ciascuno dei livelli di governo del territorio dovevano essere garantiti pari dignità e poteri (superando quindi la cosiddetta "pianificazione a cascata" e la subordinazione dei livelli inferiori a quello superiore). Pertanto l'azione provinciale si incentrava su un efficace coordinamento tra i diversi centri di pianificazione, a cui forniva sia "scenari di riferimento sovracomunali" che un "tavolo permanente di confronto" al fine di attuare una programmazione integrata e individuare le priorità d'intervento.
Insomma un PTC che cercava di integrare sapientemente i valori e le sensibilità con gli interessi legittimi per raggiungere il "bene comune storicamente possibile" e con l'intento di governare il territorio perché "la vita vivesse" e "vivessero gli uomini": quelli di allora e le generazioni future.
Il Piano, come previsto, ha in seguito avuto aggiustamenti dettati dall’esperienza concreta, ma nella sostanza e nella quasi totalità della forma è rimasto quello di allora.
Con uno slogan non bellissimo, ma chiaro, "né ingessati, né sciancati, ma incamminati verso il futuro", chiusi l’intervento introduttivo al consiglio dell’11 novembre ’98 (che può essere recuperato nella sua interezza sul mio sito www.stefanogentili.it/Provincia Amica/Considerazioni su Ambiente, Territorio, Infrastrutture/Piano Territoriale di Coordinamento per la vita e lo sviluppo).
Ritengo questo strumento un’autentica pietra miliare nella costruzione di una Provincia amica.
Stefano Gentili
martedì 21 aprile 2009
lunedì 20 aprile 2009
LA TERZA RIVOLUZIONE DELLA MAREMMA: IL DISTRETTO RURALE
Quando nel maggio 1995 mi trovai in mano la bicicletta della Provincia che la volontà di 76.746 cittadini mi aveva consegnato, non mi restava che pedalare.
La prima cosa importante che feci fu quella di scegliere i collaboratori più stretti, la giunta provinciale. Lo feci con grande autonomia, puntando su tre cose: competenza, intuibili capacità innovative, discontinuità col passato; mi basai molto sul curriculum di ciascuno.
Fu il mio primo peccato, mai perdonato, che mi fu fatto puntualmente pagare nel 1999 impedendo una mia ricandidatura alla guida della provincia.
Ma rappresentò a mio giudizio una scelta azzeccatissima in termini di bene comune.
Quattro persone di grande valore e di spiccate competenze.
In questo caso - e perché l’argomento lo richiede - desidero rammentare il prof. Alessandro Pacciani. Lo tirai fuori dal cappello come un prestigiatore; la sorpresa fu molta, alcuni manifestarono fastidio perché non consultai nessuno, ma il suo curriculum lo rendeva inattaccabile. Fu un’illuminazione.
Con lui fu possibile da subito far fronte ad alcune situazioni di crisi piuttosto acute, penso al settore lattiero-caseario (ma non solo) e soprattutto ci rendemmo conto che la Provincia di Grosseto pur presentandosi, nel panorama toscano, coma l'area agricola forte, doveva iniziare a intraprendere strade innovative che le avessero consentito di avere un ruolo di primo piano anche nell'immediato futuro.
Nacque così l’idea di progettare per la Maremma il DISTRETTO RURALE.
Ad esser sinceri le prime intuizioni ci avevano preceduto e sono rintracciabili nel contributo della Federazione Lavoratori Agro Industria della CGIL del 1993 e nel Progetto per il Sistema di Qualità Maremma predisposto nell’ambito dell’Iniziativa Comunitaria Leader II dal settore agricoltura della stessa Provincia.
Fu però nella legislatura 1995-99 che prese forza l’idea della Maremma Distretto Rurale d’Europa ed ebbe una prima importante condivisione nella I Conferenza Provinciale del 1996. La definitiva consacrazione ci fu con la II Conferenza Provinciale del '98 dove furono presentate e discusse le linee programmatiche ed operative del Distretto Rurale e individuati gli assi di intervento su cui far confluire tutti gli strumenti finanziari.
E candidammo formalmente la Provincia di Grosseto a Distretto Rurale.
Candidatura che riuscì ad avere il riconoscimento della Giunta regionale toscana, in via sperimentale, nel giugno 2002. La cosa fece scuola a tal punto che altre zone toscane seguirono la nostra idea e condusse la stessa Regione Toscana a disciplinare la costituzione dei distretti rurali con Legge 21/2004. L’approvazione definitiva infine avvenne nell’ottobre 2006.
Ma quale era l’intuizione alla base del Distretto Rurale?
Era quella che non bastasse più parlare semplicemente di agricoltura, ma che fosse necessario ragionare e programmare in termini di Sviluppo Rurale Integrato.
L'obiettivo politico che avevamo in mente, detto in soldoni, era quello di mantenere i presìdi umani sul territorio e far tornare attraente vivere in un territorio rurale.
E siffatto obiettivo non era più raggiungibile alla vecchia maniera, ma richiedeva un approccio nuovo che individuammo nello sviluppo rurale integrato.
Esso è, infatti, uno sviluppo di tipo territoriale (piuttosto che settoriale) che si manifesta attraverso una pluralità di settori e ambiti d'intervento: le infrastrutture, i servizi, l'ambiente, il turismo, il patrimonio culturale, artistico e paesaggistico, la creazione di nuove professionalità, l'artigianato, la trasformazione dei prodotti della natura, gli aspetti sociali.
L'agricoltura diviene componente determinante dello sviluppo rurale in quanto inserita in questo processo integrato e finalizzato a conservare e a migliorare i livelli occupazionali, di reddito, di vivibilità.
In questo rinnovato contesto il territorio assume un ruolo sempre più strategico come àmbito della pianificazione dello spazio rurale nel quale attuare lo sviluppo rurale integrato.
Ciò mediante il cambiamento del suo ruolo - in sintonia con l'impostazione europea (dalla Carta Rurale Europea alla Conferenza di Cork sullo sviluppo rurale) - da sede fisica (contenitore di interventi edilizi, infrastrutturali, dello sviluppo) a fattore che consenta la verifica della qualità dello sviluppo e del suo impatto sulla vita della gente.
E’ nel contesto di quell’intuizione-idea-progetto che è stato possibile pochi anni dopo, sempre sotto la sapiente regia di Pacciani, costruire il Patto specialistico per l’Agricoltura, sul modello del Patto Territoriale già sperimentato e il Contratto di Programma per l’Agro-Alimentare.
So che il progetto Distretto ha trovato anche alcuni critici (sempre legittimi e benvenuti) e qualche denigratore (per lo più gente invidiosa e incapace), ma la stragrande maggioranza degli operatori, delle associazioni e dei responsabili politici e amministrativi ne ha colto lo straordinario valore strategico ed ha partecipato all’ardua impresa.
Come valutare, allora, la realizzazione? Certo, ai posteri l’ardua sentenza.
Ma, mio parere, nel progetto di Distretto Rurale c’è delineata la linea di sviluppo principale dei prossimi decenni.
Vi è rappresentata la svolta che è avvenuta in Maremma nella costruzione di un nuovo modello di sviluppo, a partire dalla consapevolezza della propria identità e attivando atti di programmazione e di governo che fossero in grado di dare concretezza a concetti di per sé astratti, quali: sviluppo integrato, sviluppo sostenibile e compatibile, riequilibrio territoriale, sussidiarietà, concertazione, multifunzionalità dell’agricoltura, qualità dei prodotti delle risorse e del territorio.
Il tutto con una metodologia di lavoro che abbiamo faticato un sacco a far nascere: quella della concertazione vera tra tutti i soggetti locali.
Se una critica mi sento di fare è relativa alla gestione sempre più burocratica che è stata fatta in seguito del progetto Distretto, centrandolo troppo sulla Provincia come ente e sempre meno sul territorio e sui suoi protagonisti vitali.
Il progetto comunque, nonostante qualche limite, ha rappresentato – come osservava Pacciani nel 2003 – “l’avvio di un processo che ha caratterizzato la società e l’economia grossetana negli ultimi sette/otto anni, ponendosi alla base di quella che può essere considerata oggi la TERZA RIVOLUZIONE della Maremma dopo la Bonifica e la Riforma agraria.
Con la Bonifica, nelle sue varie interpretazioni temporali - idraulica, sanitaria, integrale - il territorio è recuperato alla produzione e agli insediamenti senza modificare il regime fondiario dal punto di vista tecnico-giuridico.
Con la Riforma agraria la trasformazione ha investito la distribuzione della proprietà fondiaria puntando all’incremento e alla qualificazione dell’occupazione, attraverso la creazione di un tessuto diffuso di imprese coltivatrici supportate da interessanti esperienze di cooperazione.
Con il Distretto Rurale si favorisce l’affermarsi dell’imprenditorialità agricola, della multifunzionalità dell’agricoltura e la valorizzazione del territorio e di tutte le attività che in qualche modo rientrano nel contesto della ruralità”.
L’esperienza maremmana è lì a dimostrare come la scommessa sul Distretto Rurale non solo abbia prodotto effetti positivi sui comportamenti delle imprese e della pubblica amministrazione, ma per molti aspetti sia stata anticipatrice rispetto ai cambiamenti delle politiche, determinando un forte stimolo verso la riconversione produttiva delle attività del mondo rurale, in particolare di quella agricola, e richiamando forti flussi di nuovi investimenti e quindi di nuova occupazione e nuove fonti di reddito.
Gli indicatori più significativi per rappresentare gli effetti della trasformazione in atto - ricordava sempre nel 2003 Pacciani - "oltre al valore del capitale fondiario, più che quintuplicato negli ultimi sette/otto anni, anche nelle aree marginali della provincia, sono altresì ravvisabili nella crescita eccezionale degli investimenti delle imprese e delle amministrazioni locali, accompagnati da un apprezzabile ricambio generazionale dell’imprenditoria agricola in particolare quella femminile e da una evidente vitalità sociale e culturale delle aree rurali".
A me tutto questo sembra una bella notizia per le generazioni future e su questa linea penso si debba proseguire.
Stefano Gentili
La prima cosa importante che feci fu quella di scegliere i collaboratori più stretti, la giunta provinciale. Lo feci con grande autonomia, puntando su tre cose: competenza, intuibili capacità innovative, discontinuità col passato; mi basai molto sul curriculum di ciascuno.
Fu il mio primo peccato, mai perdonato, che mi fu fatto puntualmente pagare nel 1999 impedendo una mia ricandidatura alla guida della provincia.
Ma rappresentò a mio giudizio una scelta azzeccatissima in termini di bene comune.
Quattro persone di grande valore e di spiccate competenze.
In questo caso - e perché l’argomento lo richiede - desidero rammentare il prof. Alessandro Pacciani. Lo tirai fuori dal cappello come un prestigiatore; la sorpresa fu molta, alcuni manifestarono fastidio perché non consultai nessuno, ma il suo curriculum lo rendeva inattaccabile. Fu un’illuminazione.
Con lui fu possibile da subito far fronte ad alcune situazioni di crisi piuttosto acute, penso al settore lattiero-caseario (ma non solo) e soprattutto ci rendemmo conto che la Provincia di Grosseto pur presentandosi, nel panorama toscano, coma l'area agricola forte, doveva iniziare a intraprendere strade innovative che le avessero consentito di avere un ruolo di primo piano anche nell'immediato futuro.
Nacque così l’idea di progettare per la Maremma il DISTRETTO RURALE.
Ad esser sinceri le prime intuizioni ci avevano preceduto e sono rintracciabili nel contributo della Federazione Lavoratori Agro Industria della CGIL del 1993 e nel Progetto per il Sistema di Qualità Maremma predisposto nell’ambito dell’Iniziativa Comunitaria Leader II dal settore agricoltura della stessa Provincia.
Fu però nella legislatura 1995-99 che prese forza l’idea della Maremma Distretto Rurale d’Europa ed ebbe una prima importante condivisione nella I Conferenza Provinciale del 1996. La definitiva consacrazione ci fu con la II Conferenza Provinciale del '98 dove furono presentate e discusse le linee programmatiche ed operative del Distretto Rurale e individuati gli assi di intervento su cui far confluire tutti gli strumenti finanziari.
E candidammo formalmente la Provincia di Grosseto a Distretto Rurale.
Candidatura che riuscì ad avere il riconoscimento della Giunta regionale toscana, in via sperimentale, nel giugno 2002. La cosa fece scuola a tal punto che altre zone toscane seguirono la nostra idea e condusse la stessa Regione Toscana a disciplinare la costituzione dei distretti rurali con Legge 21/2004. L’approvazione definitiva infine avvenne nell’ottobre 2006.
Ma quale era l’intuizione alla base del Distretto Rurale?
Era quella che non bastasse più parlare semplicemente di agricoltura, ma che fosse necessario ragionare e programmare in termini di Sviluppo Rurale Integrato.
L'obiettivo politico che avevamo in mente, detto in soldoni, era quello di mantenere i presìdi umani sul territorio e far tornare attraente vivere in un territorio rurale.
E siffatto obiettivo non era più raggiungibile alla vecchia maniera, ma richiedeva un approccio nuovo che individuammo nello sviluppo rurale integrato.
Esso è, infatti, uno sviluppo di tipo territoriale (piuttosto che settoriale) che si manifesta attraverso una pluralità di settori e ambiti d'intervento: le infrastrutture, i servizi, l'ambiente, il turismo, il patrimonio culturale, artistico e paesaggistico, la creazione di nuove professionalità, l'artigianato, la trasformazione dei prodotti della natura, gli aspetti sociali.
L'agricoltura diviene componente determinante dello sviluppo rurale in quanto inserita in questo processo integrato e finalizzato a conservare e a migliorare i livelli occupazionali, di reddito, di vivibilità.
In questo rinnovato contesto il territorio assume un ruolo sempre più strategico come àmbito della pianificazione dello spazio rurale nel quale attuare lo sviluppo rurale integrato.
Ciò mediante il cambiamento del suo ruolo - in sintonia con l'impostazione europea (dalla Carta Rurale Europea alla Conferenza di Cork sullo sviluppo rurale) - da sede fisica (contenitore di interventi edilizi, infrastrutturali, dello sviluppo) a fattore che consenta la verifica della qualità dello sviluppo e del suo impatto sulla vita della gente.
E’ nel contesto di quell’intuizione-idea-progetto che è stato possibile pochi anni dopo, sempre sotto la sapiente regia di Pacciani, costruire il Patto specialistico per l’Agricoltura, sul modello del Patto Territoriale già sperimentato e il Contratto di Programma per l’Agro-Alimentare.
So che il progetto Distretto ha trovato anche alcuni critici (sempre legittimi e benvenuti) e qualche denigratore (per lo più gente invidiosa e incapace), ma la stragrande maggioranza degli operatori, delle associazioni e dei responsabili politici e amministrativi ne ha colto lo straordinario valore strategico ed ha partecipato all’ardua impresa.
Come valutare, allora, la realizzazione? Certo, ai posteri l’ardua sentenza.
Ma, mio parere, nel progetto di Distretto Rurale c’è delineata la linea di sviluppo principale dei prossimi decenni.
Vi è rappresentata la svolta che è avvenuta in Maremma nella costruzione di un nuovo modello di sviluppo, a partire dalla consapevolezza della propria identità e attivando atti di programmazione e di governo che fossero in grado di dare concretezza a concetti di per sé astratti, quali: sviluppo integrato, sviluppo sostenibile e compatibile, riequilibrio territoriale, sussidiarietà, concertazione, multifunzionalità dell’agricoltura, qualità dei prodotti delle risorse e del territorio.
Il tutto con una metodologia di lavoro che abbiamo faticato un sacco a far nascere: quella della concertazione vera tra tutti i soggetti locali.
Se una critica mi sento di fare è relativa alla gestione sempre più burocratica che è stata fatta in seguito del progetto Distretto, centrandolo troppo sulla Provincia come ente e sempre meno sul territorio e sui suoi protagonisti vitali.
Il progetto comunque, nonostante qualche limite, ha rappresentato – come osservava Pacciani nel 2003 – “l’avvio di un processo che ha caratterizzato la società e l’economia grossetana negli ultimi sette/otto anni, ponendosi alla base di quella che può essere considerata oggi la TERZA RIVOLUZIONE della Maremma dopo la Bonifica e la Riforma agraria.
Con la Bonifica, nelle sue varie interpretazioni temporali - idraulica, sanitaria, integrale - il territorio è recuperato alla produzione e agli insediamenti senza modificare il regime fondiario dal punto di vista tecnico-giuridico.
Con la Riforma agraria la trasformazione ha investito la distribuzione della proprietà fondiaria puntando all’incremento e alla qualificazione dell’occupazione, attraverso la creazione di un tessuto diffuso di imprese coltivatrici supportate da interessanti esperienze di cooperazione.
Con il Distretto Rurale si favorisce l’affermarsi dell’imprenditorialità agricola, della multifunzionalità dell’agricoltura e la valorizzazione del territorio e di tutte le attività che in qualche modo rientrano nel contesto della ruralità”.
L’esperienza maremmana è lì a dimostrare come la scommessa sul Distretto Rurale non solo abbia prodotto effetti positivi sui comportamenti delle imprese e della pubblica amministrazione, ma per molti aspetti sia stata anticipatrice rispetto ai cambiamenti delle politiche, determinando un forte stimolo verso la riconversione produttiva delle attività del mondo rurale, in particolare di quella agricola, e richiamando forti flussi di nuovi investimenti e quindi di nuova occupazione e nuove fonti di reddito.
Gli indicatori più significativi per rappresentare gli effetti della trasformazione in atto - ricordava sempre nel 2003 Pacciani - "oltre al valore del capitale fondiario, più che quintuplicato negli ultimi sette/otto anni, anche nelle aree marginali della provincia, sono altresì ravvisabili nella crescita eccezionale degli investimenti delle imprese e delle amministrazioni locali, accompagnati da un apprezzabile ricambio generazionale dell’imprenditoria agricola in particolare quella femminile e da una evidente vitalità sociale e culturale delle aree rurali".
A me tutto questo sembra una bella notizia per le generazioni future e su questa linea penso si debba proseguire.
Stefano Gentili
10 ANNI FA IL PATTO TERRITORIALE: DISEGNO ORGANICO DI RILANCIO DELLA MAREMMA
Dieci anni fa, precisamente il 30 marzo 1999, sottoscrissi come Presidente della Provincia di Grosseto, il Patto Territoriale per lo sviluppo della Maremma grossetana.
Nella breve dichiarazione stampa dichiaravo: “In questo Patto territoriale c'è una fetta del nostro futuro. E desidero dedicarlo proprio ai protagonisti di questo futuro: i nostri giovani, che meritano di avere sempre maggiori opportunità occupazionali. Abbiamo lavorato, soprattutto, pensando a loro”.
Fu l’ultimo passaggio formale di un percorso iniziato idealmente dall’estate 1995 e formalmente dal 22 maggio 1996 con la richiesta avanzata al CNEL di avviare il percorso per la formulazione di un Patto Territoriale provinciale.
Chi vuol rammentare la genesi, il percorso, i protagonisti e la logica che ebbe ad animare quella intuizione può recuperarla sul mio sito www.stefanogentili.it, alla voce Provincia Amica/Considerazioni su lavoro e sviluppo/Patto Territoriale la nave sta per attraccare, nell’intervento che tenni il giorno di un’altra delle varie sottoscrizioni, quella dell'accordo tra soggetti pubblici il 28. 10. 1997.
Ritengo che il Patto Territoriale sia stato il disegno organico di rilancio economico-finanziario più importante avvenuto nella provincia di Grosseto negli ultimi decenni.
Veramente buffo che nessuno ne abbia fatto cenno.
E penso che una cosa analoga vada pensata anche per il futuro; non cose fumose, ma una raccolta organica di progetti, cantierabili e bancabili, supportati da interventi finanziari regionali, nazionali, comunitari.
Stefano Gentili
Nella breve dichiarazione stampa dichiaravo: “In questo Patto territoriale c'è una fetta del nostro futuro. E desidero dedicarlo proprio ai protagonisti di questo futuro: i nostri giovani, che meritano di avere sempre maggiori opportunità occupazionali. Abbiamo lavorato, soprattutto, pensando a loro”.
Fu l’ultimo passaggio formale di un percorso iniziato idealmente dall’estate 1995 e formalmente dal 22 maggio 1996 con la richiesta avanzata al CNEL di avviare il percorso per la formulazione di un Patto Territoriale provinciale.
Chi vuol rammentare la genesi, il percorso, i protagonisti e la logica che ebbe ad animare quella intuizione può recuperarla sul mio sito www.stefanogentili.it, alla voce Provincia Amica/Considerazioni su lavoro e sviluppo/Patto Territoriale la nave sta per attraccare, nell’intervento che tenni il giorno di un’altra delle varie sottoscrizioni, quella dell'accordo tra soggetti pubblici il 28. 10. 1997.
Ritengo che il Patto Territoriale sia stato il disegno organico di rilancio economico-finanziario più importante avvenuto nella provincia di Grosseto negli ultimi decenni.
Veramente buffo che nessuno ne abbia fatto cenno.
E penso che una cosa analoga vada pensata anche per il futuro; non cose fumose, ma una raccolta organica di progetti, cantierabili e bancabili, supportati da interventi finanziari regionali, nazionali, comunitari.
Stefano Gentili
sabato 18 aprile 2009
Mi ricordo quando a CUBA io, Achille, Eliseo, FIDEL…condannammo EL BLOQUEO
Le dichiarazioni riportate oggi dalla stampa circa la volontà da parte degli USA di modificare le relazioni con Cuba, quelle esplicitate di Hillary Clinton secondo cui “l’attuale politica americana su Cuba è fallimentare” e che in conseguenza lo stesso embargo – riecheggiando le affermazioni del senatore repubblicano Richard Lugar - “dopo 50 anni possiamo dire che è stato un fallimento”, mi riportano alla memoria la politica di micro-relazioni internazionali che la Provincia da me presieduta instaurò proprio col regime cubano e in particolare con i responsabili della Provincia dell’Avana, ma non solo.
Tutto decollò dalla visita di una settimana all’Avana che tenemmo nel luglio 1997.
La proposta di quel viaggio era partita dalla Grosseto-Export, allora guidata da Achille Giusti e fu appoggiata dalla Camera di Commercio presieduta dal facente funzione Eliseo Martelli.
Fu un viaggio bellissimo per le cose viste e provate e fisicamente molto impegnativo, per la tratta aerea, il fuso, il clima, il tourbillon di incontri con il ministro del turismo, quello del commercio estero, con i massimi dirigenti della sanità, con il presidente della Camera di commercio cubana, con quello della Provincia, con il Vescovo della diocesi dell’Avana e con altri responsabili i cui ruoli non ricordo. Arrivammo vicinissimi ad incontro con Fidel Castro, ma la cosa sfumò.
Vi furono visite abbastanza pilotate a stabilimenti di artigianato tessile e a zone di possibile sviluppo termale ed aree di sicura attrazione turistica (ricordo un isola raggiunta nell'ultimo tratto a nuoto), ma anche altre che facemmo personalmente, scoprendo i forti disagi e la grande dignità di quella popolazione, come pure i progressi fatti nell’alfabetismo, nell’istruzione e nella sanità (interessantissimo l’incontro con alcuni scienziati proprio in questo campo).
L’intento di quel viaggio era quello di stabilire relazioni di amicizia e rapporti commerciali con un'area del tutto nuova e di sottoscrivere intese che aprissero la strada a partenariati duraturi. C’era, almeno in me, anche il desiderio che i nostri popoli si conoscessero meglio e avviassero ciascuno percorsi di riflessione e di autocritica: chi sul regime, chi sul modello di sviluppo, chi sulla libertà, chi sulla giustizia.
L’anno dopo i cubani restituirono la visita: nel settembre 1998 ricevetti una delegazione dell’Avana e il Presidente della Provincia che la guidava, Angel Garate Dominguez, definì la provincia di Grosseto “interlocutore privilegiato”. Per questo mi presi una reprimenda dal presidente di un Circolo grossetano di AN, Fabrizio Pazzaglia (come è possibile rileggere rintracciando l’articolo su La Nazione del 29.09.1998 dal titolo: “Gentili interlocutore di un dittatore”).
Il 28 gennaio 1999 ricevetti l’Ambasciatore in Italia di Cuba e il vicepresidente della Provincia dell’Avana per siglare un ulteriore accordo di collaborazione istituzionale.
Piccole cose, s’intende, quelle che può fare un ente come la provincia. Ma se ognuno facesse il suo....
Al di là di questo mi sovviene un episodio, anch’esso modesto, ma significativo e simpatico, che ci accadde durante la visita all’Avana del luglio ’97: il penultimo giorno, a coronamento dei colloqui dei giorni precedenti, sottoscrivemmo un accordo noi, Provincia di Grosseto, Camera di Commercio, Grosseto Export, e i nostri omologhi cubani. In quella circostanza erano previsti brevi discorsi di tutti i presidenti.
Sia io che Giusti che Martelli - pur non avendo concordato nulla e con le diverse sfumature dei ruoli - fummo molto decisi, anzi decisissimi, su una cosa: sulla fine dell’embargo (o bloquéo, come lo chiamavano) che durava dal 1960 e il ritiro della legge Helms-Burton, voluta dal Presidente Clinton, del 1996. Provvedimento che inaspriva ulteriormente l'embargo, penalizzando le imprese straniere che avevano affari con Cuba e consentiva ai cittadini americani di far causa agli investitori stranieri che utilizzassero proprietà espropriate dal regime dell'Avana.
Il tutto si concluse con l’obbligatoria fumata di un sigaro cubano (o di parte di esso), cosa che ricordo ancora con piacere e con qualche giramento di testa.
Quelle nostre dichiarazioni, riportate anche dalla radio nazionale cubana, mi sembra furono un episodio semplice ma significativo.
La simpatia della cosa è legata al fatto che a pronunciare quei discorsi veramente rivoluzionari fummo 3 ex-democristiani, quindi per definizione anti-comunisti: Eliseo e Achille certamente, io un po’ meno perché dal 1987 (quando mi iscrissi alla Dc) al 1994 (quando la Dc si dissolse) avevo sempre teorizzato lo necessità dell’incontro in Italia delle forze di tradizione marxista con quelle di tradizione cattolico-democratica (e i miei due interventi alla carica di segretario provinciale della Dc nei congressi dei primi anni ’90, regolarmente perduti, sono lì a testimoniarlo).
La circostanza che io, Achille ed Eliseo prendemmo le difese del popolo cubano, contro la strategia degli USA l’ho sempre in seguito ricordata con grande affetto e simpatia.
Per questo mi piace rammentarla oggi che le nubi sull’isola caraibica sembrano iniziare a diradarsi.
Tutto qui.
Stefano Gentili
Tutto decollò dalla visita di una settimana all’Avana che tenemmo nel luglio 1997.
La proposta di quel viaggio era partita dalla Grosseto-Export, allora guidata da Achille Giusti e fu appoggiata dalla Camera di Commercio presieduta dal facente funzione Eliseo Martelli.
Fu un viaggio bellissimo per le cose viste e provate e fisicamente molto impegnativo, per la tratta aerea, il fuso, il clima, il tourbillon di incontri con il ministro del turismo, quello del commercio estero, con i massimi dirigenti della sanità, con il presidente della Camera di commercio cubana, con quello della Provincia, con il Vescovo della diocesi dell’Avana e con altri responsabili i cui ruoli non ricordo. Arrivammo vicinissimi ad incontro con Fidel Castro, ma la cosa sfumò.
Vi furono visite abbastanza pilotate a stabilimenti di artigianato tessile e a zone di possibile sviluppo termale ed aree di sicura attrazione turistica (ricordo un isola raggiunta nell'ultimo tratto a nuoto), ma anche altre che facemmo personalmente, scoprendo i forti disagi e la grande dignità di quella popolazione, come pure i progressi fatti nell’alfabetismo, nell’istruzione e nella sanità (interessantissimo l’incontro con alcuni scienziati proprio in questo campo).
L’intento di quel viaggio era quello di stabilire relazioni di amicizia e rapporti commerciali con un'area del tutto nuova e di sottoscrivere intese che aprissero la strada a partenariati duraturi. C’era, almeno in me, anche il desiderio che i nostri popoli si conoscessero meglio e avviassero ciascuno percorsi di riflessione e di autocritica: chi sul regime, chi sul modello di sviluppo, chi sulla libertà, chi sulla giustizia.
L’anno dopo i cubani restituirono la visita: nel settembre 1998 ricevetti una delegazione dell’Avana e il Presidente della Provincia che la guidava, Angel Garate Dominguez, definì la provincia di Grosseto “interlocutore privilegiato”. Per questo mi presi una reprimenda dal presidente di un Circolo grossetano di AN, Fabrizio Pazzaglia (come è possibile rileggere rintracciando l’articolo su La Nazione del 29.09.1998 dal titolo: “Gentili interlocutore di un dittatore”).
Il 28 gennaio 1999 ricevetti l’Ambasciatore in Italia di Cuba e il vicepresidente della Provincia dell’Avana per siglare un ulteriore accordo di collaborazione istituzionale.
Piccole cose, s’intende, quelle che può fare un ente come la provincia. Ma se ognuno facesse il suo....
Al di là di questo mi sovviene un episodio, anch’esso modesto, ma significativo e simpatico, che ci accadde durante la visita all’Avana del luglio ’97: il penultimo giorno, a coronamento dei colloqui dei giorni precedenti, sottoscrivemmo un accordo noi, Provincia di Grosseto, Camera di Commercio, Grosseto Export, e i nostri omologhi cubani. In quella circostanza erano previsti brevi discorsi di tutti i presidenti.
Sia io che Giusti che Martelli - pur non avendo concordato nulla e con le diverse sfumature dei ruoli - fummo molto decisi, anzi decisissimi, su una cosa: sulla fine dell’embargo (o bloquéo, come lo chiamavano) che durava dal 1960 e il ritiro della legge Helms-Burton, voluta dal Presidente Clinton, del 1996. Provvedimento che inaspriva ulteriormente l'embargo, penalizzando le imprese straniere che avevano affari con Cuba e consentiva ai cittadini americani di far causa agli investitori stranieri che utilizzassero proprietà espropriate dal regime dell'Avana.
Il tutto si concluse con l’obbligatoria fumata di un sigaro cubano (o di parte di esso), cosa che ricordo ancora con piacere e con qualche giramento di testa.
Quelle nostre dichiarazioni, riportate anche dalla radio nazionale cubana, mi sembra furono un episodio semplice ma significativo.
La simpatia della cosa è legata al fatto che a pronunciare quei discorsi veramente rivoluzionari fummo 3 ex-democristiani, quindi per definizione anti-comunisti: Eliseo e Achille certamente, io un po’ meno perché dal 1987 (quando mi iscrissi alla Dc) al 1994 (quando la Dc si dissolse) avevo sempre teorizzato lo necessità dell’incontro in Italia delle forze di tradizione marxista con quelle di tradizione cattolico-democratica (e i miei due interventi alla carica di segretario provinciale della Dc nei congressi dei primi anni ’90, regolarmente perduti, sono lì a testimoniarlo).
La circostanza che io, Achille ed Eliseo prendemmo le difese del popolo cubano, contro la strategia degli USA l’ho sempre in seguito ricordata con grande affetto e simpatia.
Per questo mi piace rammentarla oggi che le nubi sull’isola caraibica sembrano iniziare a diradarsi.
Tutto qui.
Stefano Gentili
sabato 11 aprile 2009
PASQUA 2009: VEDERE E AMARE CIO’ CHE SARA’
Quale augurio pasquale fare agli amici che, di tanto in tanto, hanno la curiosità di affacciarsi sul mio blog.
In questo momento mi viene spontaneo richiamare la SPERANZA: “virtù bambina”, fragile e quasi invisibile che però vede quello che le sorelle maggiori non vedono.
E per farlo mi avvalgo di un autore che ho incrociato nei miei anni giovanili, Charles Péguy e del suo bel saggio, Il portico del mistero della seconda virtù.
Dice Péguy:
“La fede che più amo, dice Dio, è la speranza.
È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che è.
E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è.
E lei, lei ama ciò che sarà.
Per così dire nel futuro dell'eternità.
La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell'eternità.
Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.
Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,
che la tengono per mano,
la piccola speranza.
Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
E a far camminare tutti quanti,
E a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.
E le due grandi camminan solo per la piccola”.
Nella Speranza vedere e amare ciò che sarà: Buona Pasqua.
Stefano Gentili
In questo momento mi viene spontaneo richiamare la SPERANZA: “virtù bambina”, fragile e quasi invisibile che però vede quello che le sorelle maggiori non vedono.
E per farlo mi avvalgo di un autore che ho incrociato nei miei anni giovanili, Charles Péguy e del suo bel saggio, Il portico del mistero della seconda virtù.
Dice Péguy:
“La fede che più amo, dice Dio, è la speranza.
È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che è.
E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è.
E lei, lei ama ciò che sarà.
Per così dire nel futuro dell'eternità.
La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell'eternità.
Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.
Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,
che la tengono per mano,
la piccola speranza.
Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
E a far camminare tutti quanti,
E a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.
E le due grandi camminan solo per la piccola”.
Nella Speranza vedere e amare ciò che sarà: Buona Pasqua.
Stefano Gentili
martedì 7 aprile 2009
BRUNETTA E GLI “UNFIT TEACHERS”
Oggi 7 aprile la Chiesa cattolica fa memoria di San Giovanni Battista de La Salle, sacerdote, che a Rouen, Normandia in Francia si adoperò molto per la formazione umana e cristiana dei bambini, in particolare quelli poveri, e istituì la Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, “per la quale sostenne molte tribolazioni, divenendo benemerito davanti al popolo di Dio”.
E’ patrono degli insegnanti.
La cosa mi offre l’opportunità di occuparmi brevemente di una “nicchia” di docenti che non avrebbero mai dovuto esserlo, perché inadatti.
Chiedo venia se non mi metto a ricordare il 99% degli insegnanti, quelli veri, bravi, seri, talvolta eroici.
No, voglio semplicemente chiedere al super-tosto Ministro Brunetta se può fare qualcosa per dare ai presidi la possibilità di mandare a casa questi “unfit teachers”, di licenziarli in tronco, di liberare la scuola, gli alunni e le famiglie da tante pochezze.
Fanno più danno costoro di tanti fannulloni veri o presunti.
E’ chiedere troppo?
Stefano Gentili
E’ patrono degli insegnanti.
La cosa mi offre l’opportunità di occuparmi brevemente di una “nicchia” di docenti che non avrebbero mai dovuto esserlo, perché inadatti.
Chiedo venia se non mi metto a ricordare il 99% degli insegnanti, quelli veri, bravi, seri, talvolta eroici.
No, voglio semplicemente chiedere al super-tosto Ministro Brunetta se può fare qualcosa per dare ai presidi la possibilità di mandare a casa questi “unfit teachers”, di licenziarli in tronco, di liberare la scuola, gli alunni e le famiglie da tante pochezze.
Fanno più danno costoro di tanti fannulloni veri o presunti.
E’ chiedere troppo?
Stefano Gentili
lunedì 6 aprile 2009
TOCQUEVILLE E NOI
"Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un'infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l'unico agente, l'unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?"
Parole scritte da Alexis Clérel de Tocqueville nel noto saggio “La Democrazia in America” (1840).
Forte il vecchio Ale, no?
Stefano Gentili
Parole scritte da Alexis Clérel de Tocqueville nel noto saggio “La Democrazia in America” (1840).
Forte il vecchio Ale, no?
Stefano Gentili
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