sabato 11 dicembre 2021

POST 43 – APPOGGIATO DALL’AZIONE CATTOLICA E DAL CLERO MAREMMANO?

Era fondata l’accusa di Stefano Carotta?

Ritaglio uno spazio per riportare alla luce la reazione di una serie di amici dell’ambito ecclesiale (evito di dire mondo cattolico, perché il mondo non c’era più e dalle nostre parti non c’era mai stato) alla mia candidatura prima e alla mia elezione poi.

Anche perché, due giorni dopo il voto del 7 maggio, Stefano Carotta (Lega Nazionale Toscana) “accusa l’azione cattolica e una cospicua parte del clero maremmano di aver appoggiato il candidato del centrosinistra Stefano Gentili”, inoltre “stigmatizza e sollecita una risposta chiarificatrice” (Il Tirreno, 9 maggio 1995). Naturalmente erano balle. Ma andiamo per ordine.

Riguardo alla candidatura in un’alleanza con il PDS e altri di sinistra, le reazioni furono contrastanti.

Una parte la accolse con FAVORE: erano sacerdoti attenti alle istanze sociali del Vangelo e laici che ormai da tempo soffrivano, pur turandosi il naso, la coesistenza nella DC con persone che avevano una visione della società totalmente differente. Furono per lo più silenti e magari mi incoraggiarono con qualche pacca sulle spalle; solo i 5 cattolici grossetani citati in precedenza resero pubblico il loro sostegno, insieme ad un sacerdote e due laici che lo manifestarono pubblicamente sul settimanale diocesano Confronto.

Fu L.M. che intenzionato a non votare, “dopo aver svolto per 22 anni il mio dovere di elettore moderato di centro”, mi ringraziava per avergli “tolto l’olio dai fiaschi, almeno per una scheda su tre: anche se tu ti fossi candidato per Fini o per Rifondazione, sulla tua persona posso mettere la mano sul fuoco senza paura di bruciarmi” (Toscana Oggi-Confronto, 4 aprile 1995).

Fu Piero Rossi, segretario del PPI di Scansano, che aveva sempre sullo stesso settimanale dichiarato la sua linea di “centrista ad oltranza”, e che dichiarava di appoggiarmi: “Da oggi Stefano è un punto di riferimento per coloro che si rifanno a certi ideali, questo a prescindere dal dualismo destra-sinistra. Stefano il cammino esperienziale di cui parlavo sopra lo ha fatto veramente, rimettendoci spesso di persona; insomma, in un periodo politico in cui contano programmi e persone al di là dei simboli, non ho alcun dubbio nel sostenere questo candidato” (Toscana Oggi-Confronto, 2 aprile 1995).

Fu M.S. che ringraziava L.M. per il suo editoriale del 4 aprile e ribadiva che solo “il cuore e la mente degli uomini faranno veramente il cambiamento. È per questa pazza idea che anch’io, come te”, come altri, “ho appreso con gioia e speranza la notizia della candidatura di Stefano Gentili a Presidente della Provincia di Grosseto”. Con la gioia “di chi crede nell’amico con cui ha recitato insieme il rosario durante una bufera di neve, ha giocato con i figli alla festa della famiglia in Seminario, ha vissuto i campi sociali di Triana e Valentano, ha organizzato riunioni, ha partecipato ai congressi, ha condiviso sconfitte” (ToscanaOggi-Confronto, 9 aprile 1995).

Attenzione dunque, i cattolici che espressero pubblicamente il consenso alla mia candidatura furono 8.

Un’altra parte REAGÌ MALE e lo fece piuttosto energicamente: mi furono recapitate letteracce, telefonate risentite, smusate che sono perdurate nel tempo. “Come? – era un po’ questo il tono – ti sei venduto ai comunisti, ai nostri avversari di sempre, a quelli che professano l’ateismo”. Alcune reazioni furono comprensibili (perché il passato in alcune teste non passa mai), altre ebbero del grottesco. Come quella di un sacerdote della nostra diocesi, che costrinse gli aderenti all’Azione Cattolica della sua parrocchia a rinunciare all’adesione a quell’associazione, solo perché erano giunte lettere contenenti l’invito a votare per me (accompagnate da una riflessione di Alberto Monticone) a tutti gli aderenti. L’Azione Cattolica diocesana non c’entrava nulla, quell’azione fu solo dovuta allo zelo di un amico (allora non più responsabile di AC) che, possedendo da tempo il tabulato degli indirizzi dell’associazione, lo utilizzò, appunto, per inviare lettere di propaganda elettorale. Senza che io ne sapessi nulla.

Solo quel gruppo di parrocchiani sobillati dal prete a ribellarsi alla mia candidatura erano una trentina.

Insomma, nessuno sa dire come effettivamente si comportarono i cattolici in quella elezione.

Bisogna ricordare che eravamo nella fase del travaglio e tutti coloro che erano stati abituati, per lunghi anni, ad un certo quadro politico (con l’appello anche intra-ecclesiale a votare chi si voleva, purché fosse un partito cristiano e democratico) faticavano ad adeguarsi a quello che stava nascendo. Sono, anzi, convinto che era più facile cadere preda del sogno berlusconiano piuttosto che comprendere le ragioni di una collocazione di centro-sinistra, che conduceva ad allearti con quelli che avevi combattuto sino a pochi anni prima.

Candidature come la mia, collocate sul fronte sinistro, potevano non mettere in crisi alcuni cattolici che mi conoscevano, specie quelli più vicini all’ambito ecclesiale e alcuni sacerdoti. Ma non certo il grosso della pancia cattolica che, non a caso, nelle politiche dell’anno prima aveva votato Silvio Berlusconi e Alleanza Nazionale. E, alle regionali del 1995 votarono Del Debbio. Sulle provinciali sospendo il giudizio.

Anche alcune lettere che ricevetti dopo le elezioni mi confermarono quell’impressione: i cattolici della provincia si comportarono in modo variegato. Votarono sia per me che per Tamburro, in coscienza, per conoscenza, tradizione, ideologia, e chi più ne ha più ne metta.

Alcuni stralci di queste lettere li voglio rendere pubblici perché furono proprio belli e graditi.

Un prete della diocesi di Massa Marittima-Piombino: “Caro dottore, rallegramenti ed auguri sinceri per la sua vittoria politica nelle amministrative provinciali. Non ho votato la sua lista perché da tanti anni sono amico del dr. Tamburro e lo vedevo uno dei pochi preparati a succedere agli ultimi presidenti della nostra Provincia. […] La seguo con attenzione non dimenticando una preghiera. […]”.

Un prete della diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello: “Carissimo Stefano, non so se farti gli auguri perché governare un Ente pubblico, oggi, sono grattacapi. Gli auguri ce li facciamo a noi perché abbiamo la fortuna di avere un presidente della provincia come te. E avrai bisogno dell’aiuto dello Spirito per discernere sempre il meglio e il sostegno degli amici. Conta su di me!”.

Un prete della diocesi di Grosseto: “Carissimo Stefano è da domenica sera (7 maggio) che ho il desiderio di scriverti. Forse ti chiederai perché: è più che legittimo. Non perché ho votato per te o per Tamburro: questo non è importante; ho fatto una scelta con senso di responsabilità, ma, ripeto, questo non è il motivo. Il vero motivo nasce dalla fede che abbiamo in comune. Ti scrivo perché mi sento in comunione con te, soprattutto in questo momento, con te che sei anche il Presidente della mia Provincia, con te che, per quel poco che ti conosco, hai visto in questo impegno il modo concreto per giocare la tua fede e contribuire così, a tuo modo, e – ti auguro – in risposta alla volontà di Dio, alla crescita del suo Regno. […] Caro Stefano, rimani saldo nella fede! Rimani fedele a quel luogo nel quale la fede è nata, si nutre e si verifica: la Chiesa. Solo nella verità a questa realtà oggettiva – che è la Chiesa – avrai la garanzia della verità: della verità delle tue scelte, della verità delle tue parole; della verità delle tue azioni come cristiano ma anche come Presidente della Provincia. […] La rovina di molti cristiani impegnati in politica è stata in passato la dimenticanza a questa fedeltà. […] In ogni occasione che ti capita di vivere, in ogni relazione che ti è dato di tessere è Cristo che ti dice, come a Pietro, ‘Mi ami tu?… mi ami tu più di costoro?’ E a quella domanda, che Cristo ti pone in ogni circostanza, rispondi con grande senso di responsabilità e quindi di libertà, di libertà dai sentimenti, dalle persone, dalle organizzazioni, dagli amici, dai nemici… La tua libertà sarà – per noi cristiani – la testimonianza più forte della sincerità e dell’autenticità del tuo servizio. […] È inutile concludere dicendoti, che ti sono vicino, spero di dimostrartelo. Auguri, Stefano, e coraggio, Cristo ha vinto e questa è una certezza che nessuno ci può togliere”.

Un prete della diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello: “Caro Stefano, ti ringrazio per la scelta che hai fatto. Non voglio apparire uno che sale sul carro del vincitore. Ti ho seguito sulla stampa in ogni tuo spostamento, ti sono stato vicino come sacerdote e come amico; continuerò a farlo. Che dirti? L’impegno è grande e la testimonianza che dovrai dare è forte. So che ce la farai. Due cose ti raccomando: non sacrificare la famiglia e non dimenticare la preghiera. Ti metto in elenco per il ricordo davanti a Gesù Eucarestia. Farti gli auguri è poco”.

Un cristiano laico di Grosseto: “Caro Stefano, ho partecipato, come sempre, da semplice fedele, alla celebrazione eucaristica di lunedì 15. La gradevole sorpresa che mi ha colto il cuore me l’avete data tu e pochi altri. Quale sorpresa? Te la spiegherò con poche parole. Siccome io vengo da lontano ed ho partecipato a quasi tutte le manifestazioni civili-religiose, notavo sempre che la differenza stava nel fatto che i partecipanti alle celebrazioni erano tutti lì, davanti a Dio diritti come fusi, senza avere il minimo senso della comunione eucaristica, perché, quasi tutti, atei, laici e anche anticlericali. Invece lunedì per la prima volta ho visto il Presidente della Provincia che non solo partecipava alla S. Messa, ma la viveva da cristiano, dando così valore al principio della testimonianza. Mi ha fatto tanto piacere. Anche questo piccolo fatto può essere per Grosseto un segno dei tempi. […] Vai avanti così e ti saremo sicuramente vicini anche quando sarai angustiato dalla solitudine che è la matrigna della politica”.

Un cristiano laico fiorentino: “Caro Stefano, il mio augurio più vivo per un incarico che è certamente di grande responsabilità e impegno. Tu ti ci accingi – conoscendoti – con grande volontà di far bene. Spero tu possa contare anche su una comunità cristiana che ha fiducia in te. È importante sentire le nostre radici con noi, anche se un po’ di solitudine è il prezzo da pagare in questi tempi di frammentazione. La tua esperienza in una responsabilità di governo sarà anche occasione per verificare certe possibilità di impegno cristiano in politica, nuove rispetto al passato. E non potrà mancare una riflessione comune. Un abbraccio a te e Rossella con la stima e l’amicizia di sempre”.

Ce ne sarebbero altre da pubblicare, ma quelle citate mi sembrano sufficienti anche a chiarire la squisita sensibilità di tanti amici cristiani (sacerdoti e laici) che, avendomi votato oppure no, esprimevano i sentimenti positivi delle loro anime e mi vollero accompagnare con l’affetto e la preghiera. Senza chiedermi nulla in cambio. Ne allora, né dopo.

Debbo confessare che il riferimento alla comunità cristiana, sollecitato da un paio di lettere, fu assai difficile. Come ebbi a dire al giornalista Enrico Pizzi che curò un dossier su alcuni responsabili di ACI, poi impegnati in politica, “purtroppo da quando sono stato eletto Presidente della Provincia i momenti di vita comunitaria si sono ridotti alla liturgia domenicale e a qualche sporadico incontro spirituale per adulti. Un po’ dipende dalla limitatezza del tempo, ma succede anche che quando assumi ruoli politici, divieni improvvisamente ‘sospetto’ anche per la comunità ecclesiale” (Testimoni di Amicizie civiche, in Nuova Responsabilità, aprile 1997).

Quella solitudine l’ho sofferta molto. Ma va anche ricordato che le comunità ecclesiali non erano state educate e preparate ai tempi nuovi, né al famoso detto latino “in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”.

Le opzioni politiche rientravano nella legittima libertà dei cristiani, senza che andassero a sopraffare la fede e la carità e incrinare l’unità ecclesiale. Invece, non pochi componenti le comunità erano ancora storditi da una certa ideologia cattolica, che aveva regnato incontrastata per 50 anni e aveva il suo totem nell’unità politica dei cattolici e il suo tabù nell’avere rapporti con i comunisti. E la vivevano come una questione di fede.











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